L’abbraccio che disarma il dolore e costruisce la pace
Il Meeting di Rimini apre con la storia di Roseline Hamel e Nassera Kermiche, unite da un dolore che sembrava inconciliabile. Un’esperienza di riconciliazione che richiama la custodia dell’umano al centro del nostro tempo
Costruire amicizia tra i popoli, per richiamare l’ambizioso obiettivo al quale vuole concorrere quello che mediaticamente è «solo» il Meeting di Rimini, di cui ieri ha preso il via la 47ª edizione e il cui popolo attende oggi pomeriggio la visita di papa Leone XIV, non è un obiettivo che passi innanzitutto da un progetto etico e politico, dall’affidarsi alle mosse tecnocratiche di chissà quale «potere buono» o da un equilibrismo dialogico che cerchi di sfumare le identità in un’indistinta e sterile omologazione.
No: parte dal cuore dell’uomo, di ogni singola persona. Dal prendere davvero sul serio la propria umanità e dal riconoscere quella altrui anche nelle circostanze più radicalmente avverse, proprio là dove potrebbe apparire più razionale la contrapposizione e la contundente affermazione di sé, del proprio valore e dei propri valori.
Il dolore, l’amicizia, la speranza
Non è un discorso, ma un’esperienza possibile. Lo ha dimostrato l’incontro di apertura, «Il dolore, l’amicizia, la speranza», che non è stato semplicemente un momento di testimonianza, ma il racconto della storia di Roseline Hamel e Nassera Kermiche, affidato alle loro stesse parole. A dieci anni dal barbaro omicidio del fratello dell’una, il sacerdote Jacques Hamel, ucciso nella sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, da due terroristi. Uno di loro era il figlio dell’altra, Adel, appena diciannovenne, radicalizzatosi nonostante gli sforzi della madre e morto durante l’assalto delle forze speciali.
La rassegnazione all’impossibilità della pace
Quell’abbraccio, arrivato sul palco del Meeting a dieci anni dalla tragedia, è frutto di un percorso, del cammino di due persone che non si sono rassegnate all’impossibilità della pace, non come prospettiva ideologica, ma come esigenza personale. Roseline, dopo l’assassinio del fratello, ha cercato Nassera. Non per cancellare le responsabilità, né per appiattire il male e il dolore in un indistinto «siamo tutti vittime», né per negare la distanza (e, paradossalmente, la vicinanza) tra le loro storie.
L’ha cercata perché aveva intuito che, oltre ogni ruolo e ogni contrapposizione, era possibile incontrare una persona, condividere e vivere insieme, da cuore a cuore, il dolore, lasciando che proprio quel dolore, anziché diventare una barriera, potesse aprire uno spazio di umanità.
Un lungo cammino di ricerca
Il primo incontro è avvenuto nell’aprile del 2017, pochi mesi dopo l’attentato. Da allora è cominciato un cammino nel quale il dolore non è stato cancellato, ma condiviso. Le due donne sono arrivate persino a stare insieme davanti alla tomba di Adel e di don Jacques. Gesti che dicono molto della radicalità di questo percorso: non assolve meccanicamente o moralisticamente, non confonde le responsabilità, ma rifiuta che il male abbia l’ultima parola sull’uomo.
Da quell’incontro è nato un legame che negli anni è diventato amicizia. Due donne che non hanno rimosso il male, non hanno negato il dolore e non hanno cercato facili pacificazioni, ma hanno scoperto che proprio dentro quella ferita poteva essere custodita un’umanità comune. È la storia che oggi Roseline Hamel e Nassera Kermiche raccontano, con il giornalista Samuel Lieven, in “Sorelle di dolore”, pubblicato in Italia da Edizioni Ares–Libreria Editrice Vaticana, con la prefazione del cardinale Pierbattista Pizzaballa.
L’umano mai definitivamente sepolto
Ed è proprio Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, a dare a questa storia una profondità che va oltre la vicenda delle due donne. Nella sua prefazione invita a guardare a ciò che può accade dopo la violenza: alla possibilità che, sotto le macerie lasciate dalla morte e dall’odio, l’umano non sia definitivamente sepolto.
È qui che la vicenda di Roseline e Nassera incrocia quella della Terra Santa. Anche là, dove il dolore, le ferite e le identità contrapposte sembrano rendere impossibile ogni incontro, la pace non può essere soltanto l’esito di un negoziato o di un equilibrio politico. Deve poter ricominciare dal riconoscimento dell’altro come persona, dalla capacità di mettersi in ascolto della sua sofferenza. Dal cuore, prima ancora che dalle strategie.
Per questo la loro vicenda non è una parentesi edificante dentro il Meeting. È, piuttosto, una chiave per comprendere ciò che davvero lo attraversa. Perché in questo tempo, come in ogni tempo, ma dentro un radicale cambio d’epoca segnato dalla sovrapposizione di transizioni e da una policrisi che moltiplica paure, conflitti e contrapposizioni, la questione decisiva resta quella sull’uomo. Su che cosa rimane dell’umano quando tutto sembra spingere verso la contrapposizione, la semplificazione, la disumanizzazione dell’altro.
L’amor che move il sole e l’altre stelle
Come recita il titolo della 47ª edizione del Meeting, «L’amor che move il sole e l’altre stelle», è proprio l’amore a indicare la direzione. Non un sentimento consolatorio contrapposto alla durezza della realtà, ma una forza capace di raggiungere il cuore dell’uomo e, da lì, di cambiare il modo in cui guarda l’altro e la realtà.
È ciò che Roseline e Nassera hanno sperimentato sulla propria pelle: non hanno potuto cambiare il passato, ma hanno impedito che il passato determinasse interamente il loro futuro, così offrendo a tutti una possibilità di un futuro altro.
Esattamente la sfida che Leone XIV ha posto al centro della sua riflessione sulla “magnifica humanitas”: custodire l’umano proprio mentre le trasformazioni del nostro tempo rischiano di smarrirne il volto. Il cuore dell’uomo rimane il luogo decisivo, quello nel quale si può scegliere se l’altro sarà un nemico da cui difendersi o una persona da incontrare.
L’amicizia tra i popoli, allora, non comincia dai popoli o da qualche potere. Comincia dalle persone. E qualche volta, come a Rimini, può cominciare persino dall’abbraccio di due donne che avrebbero avuto mille ragioni per non incontrarsi mai.

Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del progetto “Comunità Connesse” (e dell’omonima rivista) presso il Centro Studi “Silvio Pellico”. Opera all’interno di quest’ETS anche dirigendo Gondour Edizioni e le sue sei collane.
Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d’impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell’Esecutivo nazionale del Mcl – Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d’amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Nel board del think tank torinese “Rinascimento Europeo”, è pure nel direttivo del Centro Culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri.
Con Giorgio Merlo ha scritto “I Granata” (Daniela Piazza Editore) e con Danilo Careglio edito da Marcovalerio/Vita, “Fila – un sogno color granata”.


