Meloni ha battuto il record. Ma per volare ancora ha bisogno delle sue due ali
Giorgia Meloni governa l’Italia dall’ottobre del 2022 e, arrivata a questo punto della legislatura, può rivendicare un risultato che pochi presidenti del Consiglio della Repubblica hanno conosciuto: la stabilità. Il suo governo ha superato per durata il secondo governo Berlusconi ed è diventato il più longevo della storia repubblicana.
Per un Paese che ha fatto della fragilità degli esecutivi quasi una caratteristica del proprio sistema politico, è un risultato che pesa ben oltre la semplice statistica.
Governo Meloni, una stabilità costruita sull’equilibrio del centrodestra
Sarebbe però un errore attribuirlo soltanto alla forza di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. A Palazzo Chigi c’è Meloni, naturalmente. È lei che detta la linea generale, rappresenta l’Italia nei vertici internazionali, tratta con Washington e Bruxelles e raccoglie una quota di consenso nettamente superiore a quella degli alleati. Ma questo governo è nato e continua a vivere grazie a una coalizione nella quale Lega e Forza Italia svolgono una funzione assai più importante di quanto dicano le percentuali dei sondaggi.
Antonio Tajani e Matteo Salvini possono creare problemi alla presidente del Consiglio, possono costringerla alla mediazione e qualche volta possono irritarla. Ma Meloni ha bisogno di entrambi. E ne avrà probabilmente ancora più bisogno quando gli italiani torneranno alle urne.
È questo il punto politico dal quale conviene partire per capire che cosa accadrà al centrodestra nei prossimi mesi. La questione ormai riguarda meno la possibilità che Meloni arrivi alla fine della legislatura, eventualità che allo stato attuale appare assai concreta, e molto di più le condizioni necessarie perché possa vincere una seconda volta.
Qui emerge un paradosso. Fratelli d’Italia è diventato il partito dominante della coalizione, ma proprio per questo Meloni deve preoccuparsi della salute politica dei suoi alleati. Una Lega troppo debole e una Forza Italia troppo debole potrebbero rafforzare FdI nei rapporti interni al centrodestra e contemporaneamente indebolire il centrodestra nel Paese. Meloni può vincere la competizione dentro la coalizione e, nello stesso momento, rendere più difficile alla coalizione vincere le elezioni.
Elezioni politiche 2022: i numeri della vittoria del centrodestra
I numeri del 2022 aiutano a capire perché.
Alle politiche, alla Camera, Fratelli d’Italia ottenne il 25,99 per cento. La Lega l’8,77, Forza Italia l’8,11 e Noi Moderati lo 0,91. Complessivamente il centrodestra arrivò al 43,79 per cento. Quel risultato, grazie anche alla struttura maggioritaria dei collegi uninominali, produsse 235 deputati. Al Senato la coalizione raggiunse il 44,02 per cento e conquistò 112 seggi.
Il dettaglio decisivo sta proprio nei collegi. Il sistema con cui si votò nel 2022 attribuiva tre ottavi dei seggi attraverso collegi uninominali, nei quali basta prendere un voto più dell’avversario. Alla Camera il centrodestra conquistò 121 collegi uninominali, esclusa la Valle d’Aosta; al Senato ne conquistò 56. La vittoria fu dunque quella di Meloni, ma fu resa molto più larga dalla capacità del centrodestra di presentarsi come coalizione.
Questo significa che l’8,77 per cento della Lega e l’8,11 per cento di Forza Italia valevano politicamente molto più della semplice somma aritmetica delle loro percentuali. Quei voti contribuivano a fare vincere il candidato comune del centrodestra nei collegi. Un elettore leghista che votava il proprio partito contribuiva all’elezione dell’esponente della coalizione; lo stesso accadeva con l’elettore di Forza Italia. È uno dei segreti della vittoria del 2022 ed è anche una delle questioni fondamentali in vista delle prossime elezioni.
Alle europee del 2024 il sistema appariva ancora molto solido. Fratelli d’Italia raggiunse il 28,81 per cento, Forza Italia insieme a Noi Moderati il 9,61 e la Lega il 9 per cento. Le tre grandi anime del centrodestra raccoglievano quindi, sommate, oltre il 47 per cento.
Sondaggi 2026, il centrodestra e l’incognita Vannacci
Due anni dopo il quadro è cambiato.
L’ultimo sondaggio SWG del 31 agosto assegna a Fratelli d’Italia il 26,8 per cento, a Forza Italia il 7,1 e alla Lega il 5,7. Noi Moderati è all’1,1. Ma soprattutto sulla destra è comparso Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, accreditato del 7,5 per cento.
Ed è qui che l’aritmetica diventa politica.
FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati valgono insieme, secondo quella rilevazione, circa il 40,7 per cento. Il 7,5 per cento di Vannacci si trova invece fuori dall’attuale perimetro della maggioranza. Una parte consistente dell’elettorato che difficilmente potrebbe essere definito di centrosinistra rischia dunque di arrivare alle prossime politiche separata dalla coalizione che governa il Paese.
Il destino della Lega, a questo punto, smette di essere soltanto un problema di Matteo Salvini e diventa anche un problema di Giorgia Meloni.
Perché Giorgia Meloni ha bisogno della Lega di Matteo Salvini
Una Lega al 5 o al 6 per cento potrebbe apparire, vista da Fratelli d’Italia, un alleato ridimensionato e quindi meno capace di condizionare Palazzo Chigi. Ma tutto dipende da dove finiscono i voti perduti dalla Lega. Se passano a Fratelli d’Italia, cambia soprattutto il rapporto di forza interno alla coalizione. Se escono dal centrodestra, cambia invece il rapporto di forza tra il centrodestra e i suoi avversari. Sono due fenomeni completamente differenti.
Per questo Salvini, al di là della discussione sulla sua leadership, continua a rappresentare una funzione politica della quale Meloni ha bisogno. La Lega conserva amministratori, territori e una cultura politica profondamente radicata soprattutto nel Nord. Parla inoltre a un elettorato che su Europa, immigrazione, industria, guerra in Ucraina, rapporti con la Russia e sovranità nazionale presenta sensibilità spesso più marcate rispetto alla linea assunta da Palazzo Chigi.
Le divergenze esistono e sarebbe inutile nasconderle. Il governo ha mantenuto il sostegno italiano all’Ucraina mentre dalla Lega sono arrivate ripetutamente posizioni più critiche sulla strategia occidentale, sulle sanzioni e sull’aumento delle spese militari. Anche sulle politiche europee la sensibilità leghista rimane differente da quella di altre componenti della maggioranza.
A prima vista questa pluralità può sembrare una debolezza. Può essere invece anche una risorsa.
Meloni può presentarsi alla NATO e ai partner occidentali come interlocutrice affidabile e mantenere la collocazione internazionale tradizionale dell’Italia. La Lega può contemporaneamente continuare a parlare a quella parte dell’opinione pubblica italiana che guarda con crescente diffidenza a determinate decisioni di Bruxelles, alla prosecuzione della guerra e alla prospettiva di una crescita permanente della spesa militare. Posizioni differenti convivono nella stessa coalizione e impediscono che intere fasce di elettorato siano automaticamente consegnate a chi sta fuori dalla maggioranza.
Il ruolo di Forza Italia nel governo e nella coalizione
Dall’altra parte c’è Forza Italia. E anche in questo caso sarebbe sbagliato misurarne l’importanza soltanto attraverso la percentuale attribuita dai sondaggi.
Forza Italia svolge una funzione quasi speculare rispetto alla Lega. È inserita nel Partito Popolare Europeo e Antonio Tajani rappresenta uno dei collegamenti più solidi tra il governo italiano e la grande famiglia popolare che continua a occupare una posizione centrale negli equilibri dell’Unione. Forza Italia parla inoltre a un elettorato moderato, liberale, cattolico, imprenditoriale ed europeista che difficilmente potrebbe essere assorbito integralmente da Fratelli d’Italia.
È qui che la struttura politica del governo Meloni diventa particolarmente interessante anche dal punto di vista geopolitico. Il centrodestra italiano dispone contemporaneamente di un’ala capace di dialogare con il cuore istituzionale dell’Unione europea e di un’altra capace di rappresentare le pulsioni più critiche verso Bruxelles. In mezzo c’è Meloni, che negli anni trascorsi a Palazzo Chigi ha costruito una propria dimensione internazionale, trasformando progressivamente Fratelli d’Italia da forza prevalentemente identitaria in partito di governo.
Meloni tra Washington, Bruxelles e le diverse anime della maggioranza
Lo stesso vale nei rapporti con Washington. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca aveva inizialmente rafforzato l’idea che Meloni potesse diventare una cerniera privilegiata tra Stati Uniti ed Europa. Nel corso del 2026 quel rapporto ha conosciuto momenti assai più complicati, soprattutto davanti alle crisi mediorientali e alle divergenze tra gli interessi europei e alcune scelte americane. Ma proprio queste difficoltà hanno mostrato quanto sia utile, per un Paese come l’Italia, disporre di una coalizione capace di mantenere rapporti con famiglie politiche e sensibilità internazionali differenti.
Tajani garantisce profondità europea e popolare. Salvini mantiene aperto il rapporto con l’elettorato sovranista e con una parte importante del Nord. Meloni occupa il centro politico e istituzionale della coalizione e ne proietta la leadership all’estero. Tre linguaggi diversi che, fino a questo momento, sono riusciti a convivere nello stesso governo.
Probabilmente una parte della longevità dell’esecutivo nasce proprio da qui. La stabilità del governo Meloni deriva certamente dalla forza della presidente del Consiglio, dalla consistenza della maggioranza parlamentare e dalla frammentazione delle opposizioni. Ma deriva anche dalla capacità del centrodestra di portare dentro il governo conflitti che, se si sviluppassero fuori dalla coalizione, potrebbero diventare molto più pericolosi.
I numeri parlamentari, del resto, continuano a garantire una notevole sicurezza all’esecutivo. Al Senato Fratelli d’Italia conta 63 membri, la Lega 29 e Forza Italia 20, ai quali si aggiungono gli 8 del gruppo Civici d’Italia-UDC-Noi Moderati. Anche dopo i movimenti parlamentari legati alla nascita di Futuro Nazionale, la maggioranza rimane quindi robusta.
Arrivare a fine legislatura e vincere le prossime elezioni
Ma arrivare alla fine della legislatura e vincere quella successiva sono due problemi diversi.
Ed è sul secondo che si giocherà la partita più delicata.
Meloni deve evitare due rischi opposti. Il primo è che Forza Italia si riduca fino a lasciare scoperto lo spazio moderato, popolare ed europeista della coalizione. Il secondo è che la Lega venga compressa fino a lasciare scoperto lo spazio sovranista e una parte decisiva del Nord proprio mentre Vannacci tenta di costruire lì una nuova offerta politica.
In entrambi i casi Fratelli d’Italia potrebbe persino guadagnare voti. Ma la coalizione potrebbe perderne.
È questo il paradosso che accompagnerà Meloni verso le prossime elezioni. Il leader del partito più forte ha normalmente interesse a crescere a spese degli alleati. Il leader di una coalizione che deve conquistare il Paese deve invece preoccuparsi anche della loro salute. Esiste infatti una soglia oltre la quale l’espansione del partito dominante smette di rafforzare il sistema e comincia a restringerne i confini.
Il 2022 lo ha dimostrato. Il 26 per cento di Fratelli d’Italia fece di Giorgia Meloni la vincitrice delle elezioni. Ma furono anche quasi il 9 per cento della Lega e più dell’8 per cento di Forza Italia a portare il centrodestra intorno al 44 per cento e a permettergli di conquistare la grande maggioranza dei collegi uninominali. Senza quelle due componenti il risultato parlamentare sarebbe stato molto diverso.
Elezioni 2027, la legge elettorale e la sfida alla destra del centrodestra
Il 2027 potrebbe riproporre la stessa equazione, con una complicazione in più: Vannacci.
Resta naturalmente aperta la questione della legge elettorale e sarebbe quindi azzardato trasferire automaticamente al prossimo voto la distribuzione dei seggi del 2022. Ma il principio politico rimane valido qualunque sia il sistema: una coalizione che vuole governare deve riuscire a sommare mondi elettorali diversi. Se comincia a perderli ai propri confini, può diventare più debole anche mentre il suo partito principale rimane fortissimo.
La partita di Giorgia Meloni nei prossimi mesi potrebbe dunque essere molto più complessa della semplice difesa del consenso di Fratelli d’Italia. Dovrà tenere insieme Washington e Bruxelles, il PPE e la destra sovranista, il Nord produttivo e l’elettorato nazionale di FdI, l’industria che domanda stabilità e quella parte del Paese che chiede una revisione delle politiche europee. E dovrà soprattutto capire quale rapporto costruire con quello spazio politico che oggi si sta organizzando alla destra della coalizione.
È politica interna soltanto fino a un certo punto. Perché la capacità di un governo di pesare all’estero dipende anche dalla stabilità politica che possiede in casa. Nell’Europa attraversata dalla guerra, dalla crisi dell’industria, dal riarmo, dalla competizione tra Stati Uniti e Cina e dalla crescita delle forze sovraniste, la collocazione dell’Italia dipenderà anche dall’equilibrio che si formerà tra le diverse anime del suo centrodestra.
La seconda partita di Giorgia Meloni: conservare la coalizione
Giorgia Meloni ha già vinto la prima partita. Ha portato Fratelli d’Italia dalla periferia al centro del sistema politico, ha conquistato Palazzo Chigi e ha guidato un governo dalla durata eccezionale per gli standard italiani.
La seconda partita sarà probabilmente più difficile, perché richiederà qualcosa di diverso dalla crescita del proprio partito: richiederà la capacità di conservare una coalizione.
Forza Italia e Lega valgono infatti più delle rispettive percentuali. Sono i due confini politici del centrodestra. Forza Italia impedisce che lo spazio moderato ed europeista venga lasciato agli avversari. La Lega impedisce che una parte del Nord e dell’elettorato sovranista cerchi rappresentanza altrove.
Meloni rimane il baricentro. Ma proprio perché è diventata il baricentro ha interesse a conservare entrambe le ali.
La stabilità del suo governo è nata anche da questo equilibrio. La possibilità di vincere ancora potrebbe dipendere dalla capacità di conservarlo.


