Con la vittoria dei no, di fatto l’Islanda non è più Paese candidato alla UE. Intervista con la deputata islandese Sigridur Andersen

Con la vittoria dei no, di fatto l’Islanda non è più Paese candidato alla UE. Intervista con la deputata islandese Sigridur Andersen

26 Settembre 2026 0

Bruxelles è rimasta scottata dalla vittoria del no alla riapertura dei negoziati fra Islanda e UE. Le motivazioni per rimandare le trattative si riassumono nei vantaggi che Reykjavik gode grazie alla sua condizione attuale. Il passo finale verso la piena adesione viene visto come non necessario o addirittura controproducente. Ce ne parla in un’intervista esclusiva Sigríður Á. Andersen, deputata dell’Althingi, il parlamento monocamerale islandese. La Andersen è stata Ministro della Giustizia dal 2017 al 2019 e oggi guida il gruppo del Partito di Centro (Miðflokkurinn), oltre ad essere membro della delegazione islandese presso il PACE, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

– Onorevole Andersen, il “no” ha ottenuto una vittoria non particolarmente larga. Secondo Lei qual è stato l’elemento determinante che ha fatto prevalere il fronte dei contrari?

– Il risultato del referendum non mostra pienamente il livello di opposizione del Paese all’ingresso nella UE. Il governo non ha chiesto ai cittadini se l’Islanda dovesse o meno entrare nell’Unione, ma solo se dovesse riaprire i negoziati con Bruxelles. La decisione finale sull’adesione sarebbe stata presa in seguito. Molta gente che avrebbe votato “no” alla membership era tentata di votare “sì” ai negoziati, magari soltanto per vedere che tipo di accordo Reykjavik avrebbe raggiunto. Quindi l’effettiva opposizione all’ingresso nella UE è considerevolmente più forte di quanto suggerisca l’esito referendario.

Il fattore decisivo per la vittoria del “no” è radicato nella nostra forte tradizione di indipedenza e di autodeterminazione. Gli islandesi hanno combattuto una lunga battaglia politica per la loro sovranità e per la loro indipendenza. Da qui è nata la salda convinzione che le decisioni sugli affari interni, sulla pesca e sulle risorse naturali debbano essere prese in Islanda. Particolarmente interessante è stato il grado di opposizione alla UE fra i giovani che hanno votato. Ci si aspettava che le nuove generazioni fossero entusiaste per l’integrazione europea, e invece molti giovani islandesi interpretano la questione nel senso dell’autodeterminazione: desiderano mantenere la possibilità di modellare il proprio futuro e di prendere da sé le decisioni fondamentali che influenzeranno il nostro Paese.

– Qual sarebbe per l’Islanda il problema principale del diventare un membro della UE? In che modo influenzerebbe negativamente l’economia o la società islandese?

– La preoccupazione principale è la perdita del controllo nazionale sulle decisioni, soprattutto quelle particolarmente importanti per l’Islanda. Essendo una nazione piccola, le nostre condizioni e i nostri interessi possono differire molto da quelli dei Paesi dell’Europa continentale.

L’industria ittica è l’esempio più chiaro. Il pieno controllo delle nostre zone di pesca e delle risorse marittime è da sempre qualcosa di essenziale per l’indipendenza economica e la prosperità dell’Islanda. Lo stesso principio dunque si applica all’energia, all’agricoltura e ad altre risorse naturali. Si tratta di interessi strategici nazionali. Le scelte che riguardano questi ambiti dovrebbero restare in mano ai cittadini islandesi.

Dunque i timori in senso economico non toccano solamente i costi o i benefici della membership UE, ma riguardano il mantenimento da parte di Reykjavik della possibilità di gestire le proprie risorse, quelle da cui dipendono pezzi importanti della nostra economia. Diventando membro dell’Unione, l’Islanda vedrebbe ridotta la flessibilità per modellare le proprie politiche in settori-chiave, a seconda delle circostanze economiche e sociali.

Vi è anche una questione fondamentale relativa alla sovranità e all’autorità giudiziaria. Con la membership, Reykjavik cederebbe altri poteri legislativi alle istituzioni UE, peraltro in sfere governate dalle norme comunitarie. La Corte di giustizia dell’Unione Europea avrebbe l’ultima parola sull’interpretazione di tali leggi: sarebbe un’ulteriore cessione di autorità da parte delle istituzioni islandesi.

Al tempo stesso, l’Islanda già gode di ampio accesso al mercato unico tramite lo Spazio economico europeo (SEE). Così diventa difficile giustificare a tanti islandesi i vantaggi di una membership piena nella UE.

Sigridur Andersen e lo slogan “Nei vid ESB” (no alla UE)

– L’Islanda coopera con l’Unione Europea ormai da molti anni. Reykjavik è parte del SEE e della NATO e intrattiene ottime relazioni con tutti gli Stati europei. E allora qual è il motivo per cui Bruxelles vuole che l’Islanda diventi membro della UE?

– Dal punto di vista di Bruxelles, l’Islanda è un candidato attraente. Noi siamo un Paese prospero, situato strategicamente nell’Atlantico del Nord. La nostra industria ittica ha grande valore e deteniamo energia e risorse naturali.

Vi è pure un’evidente interesse finanziario. Essendo uno Stato ricco, come membro l’Islanda sarebbe un contribuente netto al bilancio UE, non un beneficiario che prende più di quanto dà. Ad esempio, durante la campagna referendaria vi è stata una discussione sul fatto che l’Islanda potesse aderire all’unione insieme al Montenegro. Il punto evidenziato era che la benestante Reykjavik darebbe più di quanto prenderebbe, mentre Podgorica e altri candidati in lista d’attesa riceverebbero più di quanto contribuirebbero. In altre parole, i cittadini islandesi finirebbero per aiutare a finanziare l’allargamento dell’Unione Europea.

Così, dalla prospettiva di Reykjavik, la questione dovrebbe essere presentata in maniera opposta: cosa ci guadagnerebbe l’Islanda dalla membership UE? Abbiamo già largo accesso al mercato unico tramite il SEE, siamo parte dell’area Schengen e cooperiamo coi nostri alleati europei in quanto membro fondatore della NATO. Per molti islandesi, quindi, gli accordi in vigore forniscono un modo di cooperazione europea estensiva, ma al tempo stesso permettono a Reykjavik di rimanere fuori dalla UE.

– A seguito della vittoria dei “no”, Lei ha ricevuto reazioni o commenti negativi da parte di Bruxelles o di colleghi o partiti europei?

– Personalmente no. Comunque ci sono state reazioni negative e manifestazioni di delusione da parte di Bruxelles. Marta Kos, commissario all’Allargamento, si è spinta oltre, suggerendo che la disinformazione abbia avuto un ruolo significativo nel referendum, riferendosi ad influenze sia nazionali che straniere e alla sfida più vasta rappresentata dai populisti e dai contrari all’Unione Europea. La Kos ha altresì interpretato l’esito del voto come la dimostrazione che il 47% degli islandesi voleva entrare nella UE. Tuttavia, questa è un’interpretazione un po’ differente rispetto alla posizione del governo nel corso della campagna, quando esso ha ripetutamente sottolineato che non si trattava di un referendum sull’adesione alla UE, ma esclusivamente sulla riapertura delle trattative.

Vi è anche un tema più ampio: il risultato del referendum fa sorgere una domanda legittima sull’attrattività della stessa Unione Europea. Ci si chiede apertamente se il voto islandese non abbia mostrato come la UE sia divenuta meno allettante. Se un Paese prospero, già strettamente integrato mediante SEE e Schengen, si esprime in modo contrario persino sul riavvio dei negoziati, allora Bruxelles non dovrebbe limitarsi ad accusare la disinformazione, i populisti o gli oppositori. Dovrebbe invece chiedersi se la UE non sia stata abbastanza interessante per convincere la maggioranza degli islandesi.

– Crede che il governo Frostadóttir tenterà di nuovo di spingere per l’adesione alla UE? Oppure in futuro potrebbe provarci un altro governo?

– Apprezzo davvero le parole della Frostadóttir quando dice che “questo governo non ha intenzione di riaprire il dialogo sull’ingresso dell’Islanda nella UE”. Comunque, riferendosi a “questo governo”, il primo ministro ha già messo una scadenza all’esito referendario. La sua frase potrebbe far pensare che si arrivi a un cambiamento nel governo o che magari il premier possa formare un nuovo esecutivo, prima o dopo le elezioni, ma che il risultato del referendum non sarebbe un deterrente a futuri negoziati se vi fosse entusiasmo in merito.

A mio parere, il modo più onesto di procedere sarebbe di comunicare con la UE tramite un messaggio ufficiale, con cui dichiarare che la candidatura di Reykjavik presentata nel 2009 non vada più considerata valida da Bruxelles. E dunque che l’Islanda non debba più considerarsi un Paese-candidato.

Cartelloni anti-UE con lo slogan “Nei vid ESB”
Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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