Abbiamo insegnato ai giovani a rivendicare i diritti. Ma abbiamo dimenticato di insegnare loro i limiti?

Abbiamo insegnato ai giovani a rivendicare i diritti. Ma abbiamo dimenticato di insegnare loro i limiti?

21 Ottobre 2026 0

Dai moti dell’Ottocento alle violenze nelle piazze italiane: la democrazia è stata una conquista faticosa, ma rischiamo di dimenticare che la libertà non è il diritto di fare qualsiasi cosa.

Una vetrina va in frantumi. Il rumore del vetro si confonde con le grida, il fumo, le sirene. Qualcuno corre, qualcun altro riprende tutto con il cellulare. A terra rimangono cocci, oggetti abbandonati, i resti di una rabbia che, fino a qualche ora prima, aveva forse delle ragioni da raccontare. Siamo in Italia, nell’ottobre del 2026. A Milano, come in altre città, le manifestazioni contro il carovita e il deterioramento dei servizi pubblici hanno lasciato spazio, in alcuni momenti, a scontri, danneggiamenti e saccheggi. Tra le persone fermate ci sono anche minorenni. Eppure, mentre osservo queste immagini, non riesco a liberarmi da una domanda:

quando abbiamo cominciato a confondere la libertà con il diritto di fare tutto ciò che vogliamo?

Napoli, 12 settembre 1822. Giuseppe Silvati e Michele Morelli vengono impiccati in seguito alla repressione dei moti carbonari napoletani, illustrazione di Edoardo Matania @wikipedia
Illustrazione – Napoli, 12 settembre 1822. Giuseppe Silvati e Michele Morelli vengono impiccati in seguito alla repressione dei moti carbonari napoletani, illustrazione di Edoardo Matania @wikipedia

Non è una domanda che nasce dal fastidio per chi protesta. Da insegnante, sarei assai più preoccupato se i miei studenti non provassero mai il desiderio di ribellarsi a qualcosa che considerano ingiusto. Un giovane che non si pone domande, che accetta ogni decisione senza discuterla, che non conosce l’indignazione, non rappresentanecessariamente un buon risultato educativo. Ma c’è una distanza enorme tra il coraggio di contestare e la pretesa di imporre la

propria volontà con la forza. E quella distanza, temo, abbiamo smesso di insegnarla. Bisognerebbe tornare indietrodi due secoli. Non per cercare nella storia qualche comoda somiglianza con il presente, ma per comprenderne le differenze.

Siamo nel 1820. In Spagna una sollevazione militare costringe Ferdinando VII a ripristinare la Costituzione di Cadice. L’eco attraversa l’Europa e raggiunge la penisola italiana. Nel Regno delle Due Sicilie, a Nola, nella notte tra il 1° e il 2 luglio, prende avvio il moto guidato da Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Poco dopo le richieste costituzionali investono anche il Piemonte. Quegli uomini chiedono qualcosa che oggi ci sembra quasi naturale: una Costituzione, un limite al potere del sovrano, il riconoscimento di alcune libertà.

Per loro non lo era affatto.

Non avevano a disposizione gli strumenti di partecipazione politica che possediamo noi. Non potevano affidarsi a un sistema compiuto di garanzie costituzionali o alle istituzioni rappresentative di una moderna democrazia. Nel 1830 nuove rivoluzioni scuotono l’Europa. Nel 1848, dalle barricate di Parigi alle Cinque giornate di Milano, il continente sembra incendiarsi. Cittadini, studenti, artigiani, intellettuali e militari reclamano costituzioni, indipendenza, rappresentanza politica. Si combatte. Si muore. Si costruiscono barricate.

Non intendo dipingere quei moti con i colori rassicuranti di una rivoluzione pacifica. La storia non consente simili accomodamenti. La violenza ci fu, e non sempre fu necessaria o giustificabile. Ma esiste una differenza di contesto che uno storico non può ignorare. Quegli uomini combattevano, spesso, per ottenere strumenti di libertà che ancora non possedevano. Noi rischiamo di utilizzare quegli stessi strumenti per negare la libertà altrui. E allora mi domando che cosa avrebbero pensato alcuni protagonisti delle battaglie costituzionali ottocentesche vedendo un giovane del nostro tempo che, nel nome della democrazia, distrugge un bene pubblico o impedisce a un altro cittadino di esercitare il proprio diritto. Naturalmente non possiamo rispondere al loro posto. Ma possiamo almeno chiederci se il richiamo alle rivoluzioni del passato sia sempre pertinente.

La storia

La storia non è un tribunale al quale presentarsi soltanto per ottenere un’assoluzione. Facciamo un salto in avanti. Più di un secolo.

Negli anni Sessanta del Novecento le università italiane cominciano a riempirsi di una nuova generazione di studenti. Sono figli di un Paese che si è trasformato rapidamente, che ha conosciuto il miracolo economico, l’urbanizzazione, l’accesso sempre più ampio all’istruzione.

Ma le istituzioni non sempre sono cambiate alla stessa velocità.

Le contestazioni si sviluppano già prima del 1968. Nel 1967 le occupazioni universitarie si moltiplicano, da Torino a Milano, mentre Trento è già diventata uno dei laboratori della protesta studentesca. Si discute di autoritarismo, selezione sociale, partecipazione e potere.

Il Sessantotto non nasce dunque in una notte e nemmeno in una sola città. È il risultato di tensioni accumulate negli anni, in Italia e nel mondo.

Quella generazione mette in discussione il rapporto tra studenti e professori, tra figli e genitori, tra cittadini e istituzioni. Chiede di essere ascoltata, rivendica nuovi spazi, denuncia contraddizioni che la società preferirebbe ignorare.

Molte di quelle battaglie contribuirono a cambiare il Paese. Altre produssero esiti assai più controversi. A questa stagione ha dedicato recentemente una riflessione anche Giancarlo Cesana, nel suo libro “L’interminabile ’68. Un punto di vista cattolico”, pubblicato da Liberilibri nel 2025. Cesana, che attraversò personalmente gli anni della contestazione universitaria, individua in quella rivoluzione culturale una contraddizione destinata a sopravvivere ben oltre il suo tempo: il desiderio di liberarsi da ogni autorità finì, in alcune sue espressioni, per generare nuove forme di imposizione.

In un’intervista del luglio 2026 ha osservato che nella cultura contemporanea si è insinuata l’idea, a suo giudizio falsa, che tutto sia possibile.

Ed è proprio qui che la sua riflessione incontra quella di questo articolo.

Perché se tutto diventa possibile, se ogni limite appare un’offesa e ogni autorità un ostacolo da abbattere, che cosa rimane della responsabilità individuale?

11 Marzo 1977 la tragica morte di Francesco Lorusso, nella foto seduto sui gradoni di San Petronio
FOTO – 11 Marzo 1977 la tragica morte di Francesco Lorusso, nella foto seduto sui gradoni di San Petronio

Il Sessantotto ebbe certamente il merito di denunciare rigidità e ingiustizie. Ma una parte della sua eredità culturale, secondo la lettura di Cesana, sembra aver alimentato un paradosso: nel tentativo di liberare l’individuo da ogni imposizione, si è rischiato di sottrargli anche il senso del limite.

E forse una delle nostre più grandi difficoltà educative nasce proprio da questa confusione: aver scambiato, qualche volta, l’assenza di autorità per una conquista di libertà.

Poi arrivò il 1977.

A Bologna, l’11 marzo, durante una giornata segnata da gravi scontri, venne ucciso Francesco Lorusso, studente e militante di Lotta Continua. La città precipitò in una stagione di tensione. A Roma, Bologna e in altri centri italiani, unaparte della contestazione si radicalizzò ulteriormente. La violenza politica, che aveva già segnato gli anni precedenti, trovò nuove occasioni di esplosione.

Non tutto il movimento studentesco divenne violento. Sarebbe una falsificazione storica affermarlo. Ma alcune sue componenti finirono per considerare la forza uno strumento ordinario del conflitto politico.

Una contraddizione terribile: si reclamava una società più libera, mentre talvolta si ricorreva a metodi che riducevano lo spazio della libertà degli altri.

Non dovremmo aver dimenticato quella lezione. E invece eccoci ancora una volta a discutere se una causa ritenuta giusta possa rendere accettabile un comportamento ingiusto.

La mobilitazione di Torino

FOTO - Dall'Istituto Sella di Torino post occupazione
FOTO – Dall’Istituto Sella di Torino post occupazione

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a nuove mobilitazioni, anche nel mondo della scuola. Ma quanto accaduto a Torino merita una riflessione particolare, perché ciò che avrebbe dovuto rappresentare una stagione di partecipazione studentesca ha mostrato, accanto alle legittime forme di protesta, episodi di violenza difficili da liquidare come semplici intemperanze giovanili. La tensione cresce nei giorni che precedono il 16 ottobre. Diversi istituti torinesi sonointeressati da occupazioni e agitazioni. La situazione assume contorni particolarmente gravi nella mattinata del 15ottobre, quando gruppi di giovani con il volto coperto fanno irruzione in alcuni edifici scolastici.

All’istituto Sella, una quarantina di persone, alcune con passamontagna e maschere, entra nell’edificio. Viene sfondata una porta che consente l’accesso anche alla palestra della vicina scuola primaria Ricardi di Netro. Episodi di violenza e danneggiamento interessano anche il Bosso-Monti. Nel corso degli interventi delle forze dell’ordine, un carabiniere rimane ferito durante una sassaiola e un minorenne viene arrestato. Secondo le prime ricostruzioni, ilragazzo non appartiene a nessuno degli istituti coinvolti.

È un particolare sul quale vale la pena soffermarsi. Perché suggerisce quanto facilmente una mobilitazione nata all’interno del mondo scolastico possa essere strumentalizzata da persone estranee alla comunità educativa.

Il rischio di infiltrazioni

Il giorno precedente, il 14 ottobre, la Prefettura di Torino aveva già richiamato l’attenzione sul rischio di infiltrazioni e danneggiamenti durante le occupazioni. Sono fatti che impongono di distinguere con precisione chi protesta perragioni legate alla scuola e chi, invece, utilizza quella protesta come occasione per compiere atti violenti.

Perché un conto è contestare una decisione ministeriale, chiedere maggiori investimenti nell’istruzione o denunciare le condizioni di un edificio scolastico. Un altro è sfondare le porte di una scuola, danneggiarne le attrezzature o aggredire chi interviene per ristabilire la sicurezza.

Non sono due forme differenti della medesima libertà. Sono due comportamenti profondamente diversi.

Poi arriva sabato 17 ottobre.

Il caro vita e gli scontri

Foto - Torino, scontri in via Po a margine della manifestazione sul caro vita
Foto – Torino, scontri in via Po a margine della manifestazione sul caro vita

A Torino migliaia di persone partecipano a una manifestazione contro il carovita, il rincaro dei carburanti e le difficoltà economiche che attraversano il Paese. Si tratta di questioni concrete, che riguardano famiglie, lavoratori e giovani. Questioni che meritano risposte, non indifferenza. Il corteo attraversa inizialmente il centro cittadino senzaparticolari incidenti. Ma a un certo punto qualcosa cambia. Gruppi di manifestanti, alcuni con il volto coperto, sidistaccano dal percorso, dirigendosi verso piazza San Carlo e la stazione ferroviaria di Porta Nuova.

Cominciano gli scontri. Vengono lanciati sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine, che intervengono anche con lacrimogeni. La tensione raggiunge piazza Castello e le strade circostanti. Compaiono barricate improvvisate. Una parte del centro cittadino diventa teatro di violenze.

Il bilancio comunicato dalle autorità è preoccupante: quattro arresti, tra cui tre minorenni trovati in possesso di bottiglie incendiarie. Altri tre minorenni vengono denunciati per il possesso di petardi e di un ordigno artigianale. Complessivamente, sessanta persone vengono identificate durante le operazioni di polizia.

Naturalmente ogni responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti. Ma resta un dato sul quale sarebbe irresponsabile sorvolare: la presenza di adolescenti in episodi di questa gravità.

Ragazzi che dovrebbero essere impegnati a costruire il proprio futuro e che, invece, finiscono coinvolti in vicende nelle quali compaiono bottiglie incendiarie, pietre e atti di devastazione.

E allora la domanda non può riguardare soltanto l’ordine pubblico.

Che cosa è accaduto al nostro modo di educare, se alcuni giovani arrivano a considerare la distruzione una possibile forma di partecipazione?

Foto - Devastazione nella libreria La Feltrinelli di Porta Nuova a Torino
Foto – Devastazione nella libreria La Feltrinelli di Porta Nuova a Torino

Ma c’è un episodio che, forse più di altri, restituisce il senso di quanto accaduto.

Un gruppo di giovani incappucciati entra nella libreria Feltrinelli della stazione di Porta Nuova. I libri vengono scaraventati dagli scaffali, gli spazi messi a soqquadro. Quattro minorenni vengono successivamente accompagnati negli uffici di polizia e foto-segnalati in relazione ai danneggiamenti.

I libri

 Proprio quelli che dovrebbero insegnarci a comprendere il mondo prima di pretendere di cambiarlo. Non sappiamo se chi abbia compiuto quel gesto intendesse colpire simbolicamente la cultura. Sarebbe arbitrario attribuirgli intenzioni non dimostrate. Ma l’immagine conserva comunque una forza dolorosa: giovani che rivendicano un futuro migliore e libri abbandonati sul pavimento, tra il disordine di una protesta degenerata.

La mancanza di pensiero, parola, idea e ideologia

È un’immagine sulla quale si è soffermata anche Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante per trent’anni, in un’intervista rilasciata ad Alessandro Colombo e pubblicata su La Stampa il 19 ottobre.

Il suo giudizio è severo, ma non si arresta alla condanna delle devastazioni. Cerca qualcosa di più profondo. Si interroga su ciò che rimane di una protesta quando vengono meno le idee che dovrebbero sostenerla. Osserva Mastrocola:

Mi sembra che manchi sempre più il pensiero, la parola, l’idea, e anche l’ideologia,

Una considerazione che merita attenzione. Perché il problema, forse, non è soltanto la violenza di chi protesta, ma il progressivo impoverimento delle ragioni stesse della protesta.

Si può scendere in piazza per contestare un’ingiustizia, per difendere un diritto, per chiedere un cambiamento. Ma se a un certo punto le idee scompaiono e rimane soltanto la distruzione, che cosa si sta ancora rivendicando?

Mastrocola non ritiene necessariamente che gli autori dell’assalto intendessero colpire la cultura. Anzi, suggerisce che probabilmente non abbiano nemmeno attribuito un particolare significato agli oggetti che stavano gettando a terra. E tuttavia riconosce in quell’immagine un valore simbolico: quello di un mondo che rischia di smarrire il rapporto con i libri e, attraverso di essi, con la parola e il pensiero.

Quello che sta dietro ad un libro

È una considerazione che, da insegnante, trovo particolarmente significativa.

Perché un libro non è soltanto un oggetto da conservare sopra uno scaffale. È il luogo nel quale il pensiero prende forma, incontra altre idee, si confronta con esperienze lontane, impara a distinguere prima di giudicare.

E c’è qualcosa di profondamente contraddittorio nell’immagine di una protesta che pretende di cambiare il mondo mentre lascia i libri sparsi sul pavimento.

Ma Mastrocola compie un passo ulteriore. Sposta lo sguardo dai ragazzi agli adulti, parlando di una «carenza di adultità».

Una formula insolita, ma efficace. Perché richiama una responsabilità che troppo spesso preferiamo dimenticare.

Il disagio degli adulti

Siamo abituati a parlare di disagio giovanile. E certamente esistono fragilità, difficoltà e sofferenze che devono essere comprese e affrontate. Ma quante volte ci interroghiamo sul disagio degli adulti? Sulla loro difficoltà a esercitare un’autorità equilibrata, a prendere decisioni impopolari, a indicare dei limiti?

Sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità a una generazione che abbiamo contribuito noi stessi a formare.

Prima di domandarci perché alcuni giovani non riconoscano più il valore delle regole, dovremmo chiederci quanto siamo stati capaci di insegnarglielo.

Abbiamo forse scambiato l’autorevolezza con l’autoritarismo, finendo per diffidare di entrambi? Abbiamo creduto che educare alla libertà significasse eliminare ogni ostacolo, ogni divieto, ogni frustrazione?

E soprattutto, abbiamo ancora il coraggio di dire a un ragazzo che può avere torto?

Punti di riferimento

Non tutte le conclusioni di Mastrocola devono necessariamente essere condivise. Il dialogo rimane uno strumento fondamentale dell’educazione e l’ascolto, quando è autentico, non equivale alla rinuncia all’autorità. Ma la sua provocazione ci obbliga a confrontarci con una questione essenziale: un adulto che rinuncia sempre a decidere non lascia necessariamente più libero un ragazzo. Può lasciarlo, piuttosto, privo di punti di riferimento.

La libreria Feltrinelli riapre regolarmente il giorno seguente. Gli scaffali vengono riordinati. I libri raccolti. Le tracce dell’assalto diventano quasi impercettibili.

È una notizia che dovrebbe rassicurarci.

Eppure rimane qualcosa che non si può riparare con la stessa facilità.

Perché i libri si possono raccogliere, gli scaffali si possono riordinare, i vetri si possono sostituire. Ma ricostruire il senso del limite, il rispetto della conoscenza e la capacità di trasformare la rabbia in pensiero richiede qualcosa che nessuna riparazione materiale può restituire nell’immediato: l’educazione.

Milano come Torino, o forse differente

FOTO - Scontri a Milano tra giovani contro le forze dell'ordine durante manifestazione contro caro vita
FOTO – Scontri a Milano tra giovani contro le forze dell’ordine durante manifestazione contro caro vita

Negli stessi giorni, manifestazioni con rivendicazioni in parte differenti degenerano anche a Milano, dove si registrano scontri, vetrine infrante e danneggiamenti. Non si tratta necessariamente dello stesso movimento, né sarebbe corretto attribuire a tutti i partecipanti le responsabilità delle frange violente.

Sarebbe scorretto confondere tutte queste mobilitazioni o attribuire indistintamente ai partecipanti pacifici le responsabilità di chi ha commesso violenze. Le rivendicazioni, gli organizzatori e i comportamenti non coincidono necessariamente.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare questa distinzione per evitare di affrontare il problema.

Ci sono questioni sociali autentiche che meritano ascolto. Ci sono studenti che hanno ragioni serie per preoccuparsi del loro futuro. E ci sono cittadini che avvertono una crescente distanza tra le proprie difficoltà quotidiane e la capacità delle istituzioni di rispondere.

Ciò che c’è dietro ad una vetrina infranta

Nulla di tutto questo, però, può trasformare una vetrina infranta in un gesto democratico.

Perché dietro quella vetrina potrebbe esserci il lavoro di un commerciante, il sacrificio di una famiglia, il salario di un dipendente. Dietro una scuola danneggiata ci sono risorse pubbliche, occasioni di apprendimento, altri ragazzi che il giorno seguente avrebbero voluto entrarvi per studiare.

E dietro quei libri gettati a terra c’è qualcosa che non si può quantificare con una fattura: il valore dellaconoscenza, della parola, del pensiero. Chi distrugge un bene comune non colpisce un potere astratto. Colpisce qualcosa che appartiene anche a chi non la pensa come lui.

E forse è proprio questo il punto che stiamo perdendo di vista.

Chi distrugge un bene comune non colpisce un potere astratto. Colpisce qualcosa che appartiene anche a chi non la pensa come lui.

E forse è proprio questo il punto che stiamo perdendo di vista.

C’è una parola che ricorre continuamente nel nostro linguaggio pubblico. È una parola nobile, antica, conquistata con fatica. Una parola che abbiamo ripetuto così spesso da rischiare di consumarla. Democrazia. La pronunciamo quando chiediamo un diritto, quando contestiamo una decisione, quando denunciamo un’ingiustizia. Ma talvolta la utilizziamo anche quando, più semplicemente, non vogliamo accettare un limite.

E qui comincia l’equivoco.

Perché la democrazia non è il governo delle volontà individuali, né il sistema nel quale ciascuno può pretendere che i propri desideri diventino immediatamente legge. Non è la libertà di fare qualsiasi cosa, né tantomeno quella di impedire agli altri di fare ciò che noi non condividiamo. È, al contrario, un delicato equilibrio tra libertà e responsabilità, tra diritti e doveri, tra la volontà del singolo e il rispetto della collettività.

La nostra Costituzione lo afferma con una chiarezza che non dovrebbe richiedere grandi interpretazioni. L’articolo 17riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi «pacificamente e senz’armi». Due parole, pacificamente e senz’armi, chesembrano quasi scomparire ogni volta che qualcuno pretende di giustificare la violenza richiamandosi alla libertà di manifestazione.

Eppure sono lì. Scritte nella stessa Costituzione che invochiamo a difesa dei nostri diritti.

L’errore culturale

Forse abbiamo commesso un errore culturale, prima ancora che educativo. Nel comprensibile desiderio di allontanarci da ogni forma di autoritarismo, abbiamo talvolta finito per guardare con sospetto qualsiasi regola, qualsiasi divieto, qualsiasi richiamo alla responsabilità.

Abbiamo insegnato a rivendicare. Meno ad accettare una decisione sgradita. Abbiamo parlato di diritti, giustamente, ma abbiamo lasciato troppo spesso in secondo piano il linguaggio dei doveri.

Eppure una società nella quale tutti pretendono e nessuno è disposto a rinunciare a qualcosa non è necessariamente una società più libera. È una società nella quale la convivenza diventa ogni giorno più difficile.

Non vorrei, però, che queste parole fossero interpretate come un invito al silenzio o all’obbedienza.

La capacità di dare forma all’indignazione

La storia ci ha insegnato quanto possano essere pericolose le società nelle quali non è consentito dissentire. E proprio perché conosco il valore della libertà di manifestazione, non posso accettare che essa venga confusa con la sopraffazione.

Non voglio una generazione incapace di indignarsi. Vorrei, piuttosto, che imparasse a dare alla propria indignazione una forma, un pensiero, una direzione.

Che conoscesse le battaglie combattute per conquistare i diritti di cui oggi gode. Che comprendesse quanto siano costati e perché meritino di essere difesi anche da chi pretende di esercitarli senza rispettare quelli altrui.

Ma soprattutto vorrei che noi adulti tornassimo ad assumerci il peso dell’educazione, senza nasconderci dietro la comodità di un consenso immediato. Perché educare non significa soltanto accompagnare, incoraggiare, comprendere. Significa anche correggere, contraddire e, quando necessario, avere il coraggio di dire di no.

Il diritto di esprimere la propria opinione non rende adulti

Da storico, so che molte conquiste civili sono nate dal coraggio di uomini e donne che hanno osato contestare l’ordine esistente. Da insegnante, so che un ragazzo non diventa adulto semplicemente perché qualcuno gli ha riconosciuto il diritto di esprimere ogni sua opinione.

Diventa adulto quando impara a sostenerla, ad argomentarla, a metterla in discussione e ad accettare che possa non essere condivisa. Quando comprende che non ogni desiderio può trasformarsi in un diritto e che non ogni limitecostituisce un’ingiustizia. È una responsabilità che appartiene certamente alla scuola e alle famiglie, ma dalla quale non può chiamarsi fuori nemmeno la politica. Una politica che troppo spesso, pur di raccogliere consensi, preferisce assecondare anziché educare al confronto, giustificare anziché distinguere, trasformando talvolta la comprensione delle ragioni di una protesta nell’indulgenza verso i suoi eccessi.

Eppure, il compito di una classe dirigente non dovrebbe essere soltanto quello di interpretare gli umori della società, ma anche di ricordarle i principi sui quali si fonda la convivenza civile. Perché la tolleranza è una virtù democratica, ma perde il proprio significato quando diventa incapacità di riconoscere e condannare la sopraffazione.

L’insegnamento di Dante

Forse è proprio qui che dovremmo recuperare la lezione di Dante. Nel Purgatorio, la libertà non è l’abbandono dell’uomo ai propri impulsi, ma il risultato di un cammino di consapevolezza, di disciplina interiore, di responsabilità. È la volontà che impara a governare sé stessa, anziché lasciarsi dominare dalle proprie passioni. E allora torno, ancora una volta, a quelle immagini di Torino. Alle vetrine infrante, alle aule danneggiate, ai libri gettati sul pavimento. Penso a quei volumi sparsi a terra.

Ai pensieri che custodiscono, agli uomini e alle donne che li hanno scritti, alle generazioni che attraverso quelle pagine hanno imparato a conoscere il mondo, a discuterlo e, qualche volta, a cambiarlo. Mi domando se abbiamo davvero compreso quanto sia fragile ciò che chiamiamo civiltà. Quanto lavoro, quanta pazienza e quanta memoria occorrano per costruirla. Quante generazioni abbiano dovuto lottare perconquistarne i principi. E quanto poco basti, invece, per danneggiarla.

Il significato della libertà

Forse dovremmo tornare a spiegare ai nostri ragazzi una verità tanto semplice quanto scomoda: la libertà non consiste nel poter fare tutto ciò che vogliamo, ma nel saper scegliere ciò che possiamo fare senza negare la libertà degli altri. Perché una vetrina si può sostituire, una scuola si può riparare, un libro si può raccogliere.

Ma una società che dimentica il valore delle proprie libertà rischia, prima o poi, di non saperle più difendere.

E una democrazia che non insegna il senso del limite finisce per consegnare la libertà non a chi ha più ragione, ma a chi ha più forza.

Francesco Violi
Francesco Violi

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