Forum Ankara: Dottor Stranamore 2.0

Forum Ankara: Dottor Stranamore 2.0

15 Luglio 2026 0

Il forum che accompagnava il vertice NATO di Ankara era stato ufficialmente chiamato NATO Summit Defence Industry Forum 2026 (NSDIF26). Tirate le somme della due giorni e osservate le posture e dichiarazioni dei leader a margine dell’evento però è parso chiaramente come l’incontro, spacciato ai cittadini come un summit per implementare le difese dell’Alleanza atlantica fosse ispirato alla guerra, più che alla difesa.

D’altra parte l’agenda ruotava attorno a quattro grandi pilastri: in primo luogo l’Aumento della spesa militare, con l’attuazione dell’obiettivo del 5% del PIL. Poi l’espansione della produzione industriale della difesa, per incrementare rapidamente la capacità produttiva degli Alleati. Quindi l’innovazione tecnologica, con particolare attenzione ad AI, spazio, missili e difesa aerea. E infine gli acquisti congiunti e cooperazione tra governi e industria, per rendere più rapida la produzione di armamenti. 

Ad esempio la nuova NATO Drone Edge Initiative, annunciata con grande enfasi dal segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, viene presentata come un programma destinato a rafforzare la protezione dei Paesi alleati contro la crescente minaccia dei droni. Tuttavia, osservando ciò che accade sui campi di battaglia contemporanei, emerge un interrogativo legittimo: dove finisce la difesa e dove inizia la costruzione di una nuova capacità offensiva? 

L’insegnamento ucraino


La guerra in Ucraina ha dimostrato che i droni non sono più soltanto strumenti di ricognizione o di protezione, ma rappresentano oggi il principale vettore delle operazioni di attacco. Secondo il Ministero della Difesa ucraino, oltre l’80% dei bersagli russi colpiti nel 2025 è stato neutralizzato attraverso sistemi unmanned; dagli attacchi alle infrastrutture energetiche alle incursioni in profondità sul territorio nemico, fino alle operazioni contro aeroporti strategici, i droni sono diventati soprattutto strumenti di proiezione della forza e di logoramento dell’avversario. 

In questo contesto, l’annuncio di oltre 40 miliardi di dollari di investimenti, della formazione di un numero di operatori cinque volte superiore entro il 2027 e della creazione di un mercato comune per accelerare produzione e acquisizione di sistemi antidrone può certamente rafforzare la difesa collettiva. Ma, al tempo stesso, contribuisce a costruire un ecosistema industriale e tecnologico che aumenta inevitabilmente anche la capacità di condurre operazioni offensive. 

I sottili confini tra difesa e offesa

Nelle guerre del XXI secolo la linea di confine tra strumenti difensivi e offensivi è sempre più sottile: la stessa tecnologia che intercetta un drone può guidarne centinaia, e la stessa filiera industriale che produce sistemi di protezione alimenta anche la corsa agli armamenti. È questo il paradosso che merita di essere discusso: non tanto se la NATO voglia difendersi, quanto se la crescente centralità del drone non stia trasformando la deterrenza in una nuova forma di competizione permanente. 

Radar, sensori, intelligenza artificiale, guerra elettronica, reti di comando e controllo e perfino droni intercettori sono gli stessi elementi che consentono anche di coordinare sciami offensivi, acquisire bersagli e dirigere operazioni complesse. Le differenze riguardano soprattutto il software e la missione assegnata.  La NATO ad Ankara non investirà solo nell’intercettazione, ma anche nella formazione di un numero di operatori cinque volte superiore e nella creazione di un mercato comune per accelerare produzione e approvvigionamenti. Questo significa costruire un’infrastruttura industriale permanente dedicata alla guerra dei droni.

La possibile conversione bellica

A una lettura più attenta, la Drone Edge Initiative non si limita all’acquisto di missili intercettori, ma punta a costruire una vera architettura della guerra con sistemi senza pilota. Il cuore del programma è costituito da reti C4ISR (Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), radar AESA, sensori elettro-ottici e infrarossi, algoritmi di intelligenza artificiale, sistemi di guerra elettronica e reti digitali di comando e controllo. Sono esattamente gli stessi elementi tecnologici che consentono di individuare e neutralizzare un drone ostile, ma anche di coordinare sciami di droni propri, assegnare bersagli in tempo reale e integrare missili di precisione e sistemi d’arma avanzati. In altre parole, il valore strategico dell’investimento non risiede soltanto negli intercettori, ma nella costruzione di una rete militare altamente digitalizzata.

Anche i sistemi cosiddetti “antidrone” mostrano come il confine tra difesa e capacità militare più ampia sia sempre meno definito. Il britannico Rapid Sentry impiega missili Martlet/LMM, progettati per ingaggiare non solo UAV ma anche elicotteri e velivoli leggeri; il sistema statunitense VAMPIRE utilizza razzi guidati APKWS, derivati da un’arma nata per missioni aria-terra e successivamente adattata al contrasto dei droni; il cinese FK-3000 integra missili superficie-aria, cannoni automatici e guerra elettronica in un’unica piattaforma multiruolo. 

Non significa che un missile antidrone venga impiegato per colpire obiettivi terrestri, ma dimostra che le piattaforme C-UAS fanno ormai parte di sistemi d’arma integrati, capaci di operare contro una vasta gamma di minacce aeree e di inserirsi in una più ampia architettura di combattimento. È questa evoluzione tecnologica, più ancora del singolo intercettore, a rendere sempre più sottile la linea di confine tra difesa, deterrenza e proiezione della forza.

Andare oltre i titoli del Forum di Ankara

D’altra parte, per comprendere davvero a fondo il vertice di Ankara, occorre andare oltre i titoli e soffermarsi sul significato delle parole. Quando Mark Rutte afferma che “abbiamo bisogno di una rivoluzione industriale nel settore della difesa transatlantica” e che “il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito”, il messaggio va ben oltre il semplice aggiornamento degli strumenti di difesa.

Le decisioni adottate parlano di oltre 50 miliardi di dollari in nuovi programmi di acquisizione, 40 miliardi destinati ai sistemi contro i droni, un piano per espandere la produzione industriale della difesa, una nuova piattaforma per accelerare il rapporto tra NATO e industria e un investimento da 27 miliardi di euro nella logistica dei carburanti per garantire la prontezza operativa delle forze alleate. Ufficialmente si tratta di rafforzare deterrenza e resilienza; nel loro insieme, però, queste misure delineano una mobilitazione industriale e logistica di lungo periodo che supera il semplice concetto di difesa passiva. 

La difesa come passpartù per l’Ue e le armi dono di Erdogan

Nella stessa direzione sembrano andare anche altri messaggi emersi ad Ankara. Volodymyr Zelensky ha rivendicato la capacità dell’Ucraina di intercettare oltre il 90% dei droni d’attacco russi, sostenendo che un Paese con tali capacità renderebbe la NATO “più sicura” se ne facesse parte. Parallelamente, il summit ha confermato nuovi aiuti militari all’Ucraina, l’espansione della cooperazione industriale nel settore della difesa e l’interesse a sviluppare ulteriormente la produzione di sistemi avanzati.

Sul piano simbolico, persino il dono del presidente Erdoğan – una pistola commemorativa personalizzata per ciascun leader – è stato interpretato come un omaggio all’industria bellica turca, oggi uno dei pilastri della proiezione strategica di Ankara. Presi singolarmente, questi episodi possono apparire marginali; considerati nel loro insieme, restituiscono l’immagine di un’Alleanza che comunica non soltanto la volontà di difendersi, ma anche quella di rafforzare in modo strutturale la propria capacità militare. 

L’obiettivo Groenlandia

Anche le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia si inseriscono in questo clima strategico. Rivendicando che l’isola “dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti” perché circondata da interessi russi e cinesi, il presidente americano ha riportato al centro una logica di competizione geopolitica per il controllo degli spazi e delle rotte strategiche.

Non si tratta di un riferimento diretto alla guerra in Ucraina, ma dell’affermazione di una visione nella quale la sicurezza si costruisce sempre più attraverso il controllo di territori, infrastrutture critiche e superiorità militare. È il segnale di un contesto internazionale in cui la deterrenza tende a trasformarsi in competizione permanente tra blocchi, alimentando la percezione, soprattutto da parte russa, che l’Alleanza stia progressivamente consolidando una postura sempre più assertiva.

L’inversione a U di Trump


A rendere ancora più complesso il quadro si aggiunge un elemento emerso negli Stati Uniti. Un’inchiesta del Washington Post ha ricostruito come Donald Trump Jr. ed Eric Trump abbiano investito, attraverso fondi e società a loro collegate, in numerose aziende attive nei settori della difesa, dei droni, dell’intelligenza artificiale e della robotica militare.

Secondo l’analisi, le imprese nelle quali hanno investito hanno ottenuto, dopo il loro ingresso, almeno 3,2 miliardi di dollari in contratti governativi già assegnati e ulteriori 3,1 miliardi in opzioni future, beneficiando anche della nuova enfasi dell’amministrazione Trump sulla modernizzazione dell’industria bellica e sulla produzione nazionale di droni. La Casa Bianca e il Pentagono hanno escluso qualsiasi conflitto di interessi, sostenendo che le aggiudicazioni siano avvenute attraverso procedure ordinarie. 

In questo contesto, anche il cambio di tono di Donald Trump nei confronti dell’Ucraina merita una riflessione. Dopo aver costruito gran parte della propria campagna elettorale sulla promessa di porre rapidamente fine al conflitto e di limitare il coinvolgimento americano, negli ultimi mesi il presidente ha progressivamente riaperto alla fornitura di sistemi d’arma e a un sostegno più deciso a Kiev, motivando la scelta con la necessità di contenere la Russia e rafforzare la sicurezza occidentale. Non esistono prove che colleghino questa evoluzione alle attività economiche dei suoi figli e sarebbe scorretto affermarlo.

Tuttavia, la coincidenza tra una crescente centralità politica dell’industria della difesa e gli investimenti della famiglia presidenziale in quel settore solleva interrogativi sul piano dell’opportunità e della percezione pubblica, interrogativi che negli Stati Uniti sono già entrati nel dibattito politico e mediatico. 

Dottor Stranamore

Forse il paragone con “Dottor Stranamore”, il capolavoro di Stanley Kubrick del 1964, potrà sembrare provocatorio. Eppure il messaggio di quel film conserva una straordinaria attualità: quando la sicurezza viene affidata sempre più alla logica dell’accumulazione militare, il rischio è che la deterrenza finisca per alimentare la spirale della diffidenza anziché impedirla. Oggi non sono più i bombardieri strategici o i missili nucleari a occupare il centro della scena, ma droni, intelligenza artificiale, reti digitali, guerra elettronica e una nuova mobilitazione industriale della difesa. Cambiano gli strumenti, non il dilemma di fondo. La domanda che il summit di Ankara lascia aperta è la stessa che Kubrick poneva oltre sessant’anni fa: stiamo davvero costruendo un mondo più sicuro o stiamo semplicemente rendendo più sofisticato il modo in cui ci prepariamo alla prossima guerra?

La ricaduta bellica di Parigi

In questa prospettiva si inserisce anche il recente vertice in Francia, con la partecipazione di rappresentanti militari ucraini, durante il quale Emmanuel Macron ha rilanciato l’idea di esercitazioni congiunte europee in prossimità del teatro ucraino e Friedrich Merz ha rivendicato un ruolo più incisivo della Germania nella sicurezza del continente. Letti da Bruxelles, questi segnali rappresentano il rafforzamento della deterrenza e della capacità europea di assumersi maggiori responsabilità. Ma osservati da Mosca – o da altre grandi potenze – possono essere interpretati come un progressivo avanzamento dell’infrastruttura politico-militare occidentale verso lo spazio considerato di interesse strategico russo. È qui che torna attuale il richiamo alla dottrina Monroe: gli Stati Uniti hanno storicamente considerato inaccettabile la presenza militare di potenze rivali nel proprio emisfero, rivendicando una sfera di sicurezza privilegiata. 

Henry Kissinger, già molti anni prima dell’invasione del 2022, avvertiva che ignorare la percezione strategica russa sull’Ucraina avrebbe aumentato il rischio di uno scontro tra grandi potenze, sostenendo che un ordine stabile richiede anche la comprensione di come gli avversari percepiscono la propria sicurezza.

Gli effetti della Dottrina Monroe

Ciò non significa giustificare l’aggressione russa ma ricordare un principio classico della geopolitica: quando una potenza ritiene minacciata la propria profondità strategica, il rischio di escalation cresce. Non è un caso che, già negli anni precedenti al 2022, le esercitazioni NATO nell’Europa orientale e il crescente livello di cooperazione militare con Kiev fossero richiamati da Mosca come elementi della propria narrativa di accerchiamento, a prescindere dal fatto che tale lettura fosse condivisa o meno dall’Occidente.

La storia insegna che le guerre raramente iniziano perché una sola parte desidera combattere. Più spesso nascono quando due o più potenze finiscono per convincersi che l’altra stia preparando lo scontro. La sicurezza di uno diventa l’insicurezza dell’altro, in una spirale che gli studiosi di relazioni internazionali definiscono da decenni dilemma della sicurezza.

Guardare il mondo con gli occhi degli altri è ancora possibile?

Nel maggio 2022 Papa Francesco osservò che «l’abbaiare della NATO alle porte della Russia» potrebbe aver contribuito ad alimentare la reazione del Cremlino. Quelle parole suscitarono polemiche perché molti le interpretarono come una giustificazione dell’aggressione russa. In realtà il Pontefice poneva una domanda diversa: è possibile costruire una pace duratura ignorando il modo in cui l’avversario percepisce la propria sicurezza?

Lo stesso interrogativo attraversa da decenni il pensiero di Henry Kissinger e di gran parte della scuola realista delle relazioni internazionali: comprendere le percezioni strategiche dell’altro non significa legittimarne le azioni, ma evitare di trasformare gli errori di valutazione in tragedie storiche.

Se l’Occidente continuerà a misurare la pace soltanto in termini di capacità militare, rischierà di ottenere l’effetto opposto: una sicurezza sempre più costosa, una diffidenza sempre più profonda e un mondo sempre più vicino all’equilibrio del terrore. La vera sfida del nostro tempo non è produrre più armi degli altri, ma costruire un ordine internazionale in cui nessuno ritenga inevitabile doverle usare.

Marco Fontana
marco.fontana

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