Il cap di Ursula, il conto agli europei

Il cap di Ursula, il conto agli europei

10 Giugno 2026 0

Una ne fa, cento ne pensa. Alla fine però Ursula Von Der Leyen riesce sempre a infliggere nuovi danni all’Europa. Non può essere letto diversamente il tono trionfalistico con il quale la presidente della Commissione Europea ha presentato l’ennesimo nuovo pacchetto di sanzioni Ue contro Mosca  che contiene il congelamento del meccanismo di adeguamento al price cap del greggio russo.

Senza questo intervento il tetto al prezzo del petrolio russo sarebbe salito da 44 a 70 dollari per l’adeguamento dei prezzi dovuto alla crisi di Hormuz. Con un colpo di bacchetta l’Europa cancella le leggi del mercato, soprattutto quello libero, di fatto tentando di far fronte allo shock energetico dovuto al conflitto angloisraeliano con l’Iran. Peccato che il mercato non funzioni così.

Il punto debole

Il congelamento del price cap rischia di aumentare evasione, triangolazioni e tensioni sui prezzi globali. Se le sanzioni riducono l’offerta globale o aumentano i costi di trasporto infatti il prezzo mondiale del petrolio può salire, e l’Europa pagherà di più anche petrolio non russo. Ma con un mercato già in crisi nello stretto di Hormuz, sarà l’Europa a pagare il prezzo più alto: perché ogni riduzione dell’offerta fa impennare i prezzi.

La scommessa di Von der Leyen funzionerebbe solo se il petrolio mondiale è abbondante, allora sì che soffrirebbe più la Russia che l’Europa per il congelamento del price cap, perché il Cremlino dovrebbe concedere sconti per ‘piazzare’ il suo greggio. Anche in questo caso, però, sarebbe tutto da valutare quanto dovrebbe scontare il proprio greggio rispetto ai prezzi di mercato. 

All’inizio del conflitto, nel 2022-2023, è chiaro che la Russia sosteneva costi aggiuntivi: riorganizzazione delle rotte, creazione della flotta ombra, nuovi canali finanziari, sconti elevati ai compratori asiatici. Nel 2026, però, si può sostenere che una parte di questi costi sia ormai stata assorbita e normalizzata. Dopo diversi anni: le rotte verso India, Cina e Turchia sono consolidate; la flotta utilizzata per l’export russo è ormai strutturata; esistono meccanismi di pagamento alternativi; gli acquirenti asiatici hanno adattato le proprie raffinerie e catene logistiche.

I numeri veri

I numeri raccontano una realtà più complessa di quella descritta nei comunicati di Bruxelles. Secondo l’International Energy Agency, nel 2025 la Russia continuava a produrre circa 9,2 milioni di barili al giorno, mentre i suoi principali clienti restavano India, Cina e Turchia. La sola Cina acquistava circa 2 milioni di barili al giorno di greggio russo, l’India altri 1,8 milioni e la Turchia circa 400 mila. Nonostante le sanzioni, il petrolio russo continua quindi a trovare sbocchi sui mercati internazionali.

Parallelamente, la cosiddetta “shadow fleet” è cresciuta fino a quasi 350 petroliere, arrivando a movimentare oltre il 60% delle esportazioni russe dai porti del Baltico. Anche il differenziale tra il Brent e gli Urals, dopo aver toccato punte di 30 dollari al barile nel 2022-2023, si è progressivamente ridotto stabilizzandosi su livelli molto inferiori, segno di una crescente capacità di adattamento di Mosca alle nuove condizioni di mercato.

Il fattore tempo

Più il tempo passa, più l’economia russa si adatta ai nuovi mercati; di conseguenza l’efficacia delle sanzioni può diminuire mentre alcuni costi per gli importatori europei rimangono. Siamo arrivati al ventunesimo pacchetto di sanzioni e ancora nei comunicati si grida che sarà quello decisivo, che “la costanza paga”. In realtà, il conto più salato rischiano di pagarlo proprio gli europei. Non è che le sanzioni risultino irrilevanti per Mosca, ma il loro impatto rischia di essere inferiore rispetto alle aspettative e causare danni diffusi al tessuto produttivo europeo. Il tutto mentre gli americani con il gioco delle deroghe temporanee di fatto suggeriscono che per Washington i volumi di petrolio russo siano necessari per evitare tensioni sul mercato energetico.

Dopo ventuno pacchetti di sanzioni, una saga degna di ‘Lo Squalo’, la domanda resta la stessa: stiamo indebolendo davvero Mosca o stiamo semplicemente rendendo più cara l’energia per gli europei?

 

Marco Fontana
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