Come gli USA stanno perdendo il favore del mondo arabo

Come gli USA stanno perdendo il favore del mondo arabo

17 Giugno 2026 0

Il gradimento degli USA nel mondo arabo sta continuando a calare drammaticamente. I motivi sono diversi, ma tutti accomunati dalla percezione negativa che i cittadini dei Paesi arabi hanno verso l’incoerenza americana. È infatti lampante il divario fra i principi di diritto internazionale di cui Washington chiede il rispetto per l’Ucraina o altri Paesi “aggrediti” e i casi in cui invece chiude un occhio – anzi due – come nel caso di Israele a Gaza. Secondo l’analisi degli esperti del centro studi New Lines Institute for Strategy and Policy, pubblicata sul The National Interest, gli USA sono ancora in tempo per correre ai ripari e dimostrare un grado minimo di coerenza fra quanto dicono e quanto fanno, che ristabilirebbe la loro immagine agli occhi del mondo arabo. Ma si devono sbrigare, perché è sempre più difficile riconquistare la fiducia persa.

Ucraina e Gaza, due pesi e due misure

Quando nel febbraio 2022 i russi scatenarono apertamente le ostilità contro l’Ucraina, gli USA risposero raggruppando intorno a un principio definito una coalizione multinazionale: agli Stati non è consentito usare la forza per invadere o ridisegnare i confini dei loro vicini. L’appello al diritto internazionale fondamentale (cioè sovranità nazionale, integrità territoriale, protezione dei civili e norme di guerra) pareva inequivocabile. Due anni più tardi, Washington adottava una postura incredibilmente diversa verso un grosso conflitto nel Medio Oriente. Recenti sondaggi suggeriscono che tale scelta abbia avuto un notevole costo quanto alla percezione regionale degli Stati Uniti nel Medio Oriente.

Dopo che Hamas attaccò Israele da Gaza il 7 ottobre 2023, ammazzando circa 1200 persone, per lo più civili, Israele lanciò una potente operazione militare su Gaza che ha ucciso decine di migliaia di civili palestinesi e ha devastato la gran parte delle infrastrutture civili di quel territorio. Una Commissione indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite è giunta alla conclusione che la condotta di Israele ha toccato la soglia giuridica del genocidio, conclusione che Washington ha contestato. Ucraina e Gaza non sono situazioni analoghe, mentre le alleanze degli USA, i loro interessi e i loro impegni legali sono differenti per ciascuno dei casi. Tuttavia i Paesi arabi hanno fatto un confronto: le loro conclusioni stanno ridefinendo il modo in cui la regione vede la potenza americana.

Cina e Russia più popolari degli USA

Per decenni dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno proiettato potenza nel Medio Oriente, in modo imperfetto ma riconoscibile e sulla base della concezione dell’ordine liberale internazionale. Washington naturalmente sosteneva in quell’area anche i governi autoritari, ma lo faceva quanto meno entro una cornice di principio e di concetti del diritto internazionale ai quali doveva rispondere. Oggi tale cornice non costituisce più un punto di riferimento nell’opinione pubblica araba.

Qualcosa si è spostato proprio alle fondamento di tutto ciò. Arab Barometer, una delle poche società demoscopiche indipendenti e rigorose della regione, ha effettuato negli ultimi mesi del 2025 una serie di sondaggi in otto Paesi arabi. Il rapporto “L’America ha perso il mondo arabo” presenta risultati impressionanti. Adesso è la Cina e non più gli USA che la maggior parte degli arabi considera il soggetto che tiene in piedi il diritto internazionale. Non è affatto un cambiamento piccolo, ma qualcosa che riflette un modello ampio e coerente in Stati che hanno relazioni molto differenti con Washington.

Percentuali impressionanti

Il livello di popolarità della politica estera di Trump è estremamente basso: in Iraq è al 24%, in Tunisia al 14%, in Giordania e nei territori palestinesi al 12%. Pechino invece piace a una percentuale che passa dal 37% della Siria al 69% della Tunisia, dunque largamente al di sopra di quanto raccolto dagli USA in ciascuno delle nazioni sentite. Persino la Russia, violatrice seriale di quei principi di sovranità nazionale invocati da Washington, supera in popolarità gli USA. Il gradimento di Putin è salito del 33% in Marocco, del 20% in Giordania, del 17% in Tunisia e del 14% nei territori palestinesi. Più del 40% dei rispondenti in Tunisia e in Iraq si sono espressi a suo favore.

Questo schema stupisce in particolar modo in Egitto, uno dei più longevi partner regionali di Washington, beneficiario per decenni dell’assistenza militare americana. Solamente il 25% degli egiziani dicono che sono gli USA a proteggere il diritto internazionale, mentre della Cina lo dice il 58%.

Alla domanda su quale sia il Paese con la miglior politica di mantenimento della sicurezza regionale, appena il 6% degli egiziani e dei palestinesi dice gli USA, così come il 9% dei giordani e il 13% dei tunisini. Le percentuali della Cina superano quelle degli USA di tre, quattro o anche cinque volte. Persino alla domanda sua quale sia il Paese che protegge meglio le libertà e i diritti, un ambito nel quale gli USA un tempo primeggiavano senza rivali, l’opinione pubblica oggi risponde a favore di Pechino.

Gli americani visti come ipocriti, cinesi e russi no

Sorge quindi la domanda: perché i cinesi oggi sono così ben visti? Pechino non ha edificato in Medio Oriente alcuna significativa architettura di sicurezza, non ha combattuto guerre per conto delle nazioni arabe e non ha offerto alcun modello che possa essere frainteso come modello di governo liberale o di diritti umani. I rispondenti arabi lo capiscono; la maggioranza continua a descrivere il programma nucleare iraniano come una minaccia critica e non ha un atteggiamento ingenuo verso i Paesi che oggi gradiscono più degli USA. Ciò che è cambiato sembra essere il confronto che fanno con Washington.

I dati suggeriscono un preciso motivo: negli otto Paesi del sondaggio, la stragrande maggioranza (86% in Egitto e in Giordania, 84% nei territori palestinesi, 78% in Libano) descrive gli USA come alleati di Israele contro i palestinesi. Vedono come gli americani forniscono le armi usate contro Gaza, proteggono Israele al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e rigettano le conclusioni di quelle istituzioni internazionali che loro stessi avevano contribuito a creare.

Non è per forza antiamericanismo

Questo cambiamento nell’opinione pubblica araba non deriva necessariamente da un atteggiamento anti-americano. Più probabilmente è dovuto alle specifiche accuse di ipocrisia, come l’applicazione selettiva dei principi che Washington chiama universali. Invece Russia e Cina, le quali non fanno particolari appelli all’ordine internazionale liberale, sono semplicemente immuni da tale accusa. La politica estera non è una gara di popolarità. Tutti gli Stati fanno scelte che sono criticabili da altri.

Un certo grado di incoerenza fra gli ideali e la pratica è inerente alla gestione di interessi nazionali che sono complessi, sovrapposti e talvolta contraddittori. Però c’è una bella differenza fra un’incoerenza che suscita critiche di principio e una postura che mina sistematicamente quelle regole che uno Stato dichiara pubblicamente di far rispettare. E i costi non sono i medesimi. I governi arabi, compresi quelli più autoritari, non sono completamente isolati dall’opinione pubblica.

Difficile ridisegnare un quadro di cooperazione

Washington sta lavorando in modo sensato per ottenere una situazione a livello regionale nella quale gli oneri siano redistribuiti più equamente. Ma un quadro del genere richiede come minimo fiducia e coordinamento coi partner locali. Ciò riguarda non solo la cooperazione nella difesa, ma anche le iniziative diplomatiche che sono diventate centrali per la postura strategica degli USA nella regione, compresa l’implementazione degli Accordi di Abramo. Tuttavia, coordinarsi in modo ufficiale con gli Stati Uniti, ora percepiti come compromessi a livello morale, implica dei costi politici interni per i partner regionali. Si può dunque affermare che il crollo della posizione americana ha già complicate alcune di queste iniziative.

Allestire un fronte unico contro l’Iran o comunque uno che riguarda in modo più generale la stabilità regionale, diventa difficile quando si ritiene che un partner chiave applichi in modo selettivo i principi che enuncia. Quei dati contengono pure un segnale che dà speranza alla possibilità di salvare qualcosa. Dopo il 7 ottobre il favore della Francia nel mondo arabo è sceso insieme a quello verso Washington. Però lo scorso settembre Parigi ha formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina. Nell’arco di qualche mese il gradimento francese è salito dell’11% in Tunisia, del 10% in Marocco e del 7% in Libano.

Si è trattato di un gesto più simbolico che pratico, ma l’effetto ricavato è reale. Ciò non significa che gli USA debbano copiare la decisione di Parigi o smettere di supportare la sicurezza di Israele. Significa solo che la diminuzione netta della popolarità dell’America nella regione non è un fenomeno irreversibile. Azioni concrete e guidate da principi possono spostare i numeri in modi che le semplici rassicurazioni verbali non possono fare.

Washington a un bivio

Il conflitto Israele-Gaza non è l’unica fonte di malumore arabo verso gli USA. I sondaggi dicono solo che è la ragione principale in questo momento. L’attuale tregua è debole ed è stata ripetutamente violata. Non risolve i guai sottostanti, come i profughi, la distruzione delle infrastrutture civili, le operazioni militari ancora in corso in alcune parti di Gaza e la continua violenza dei coloni in Cisgiordania. E l’opinione pubblica araba lo sta vedendo.

I progressi sulla carta che non corrispondono alla realtà non servono a ristabilire la credibilità. Gli Stati Uniti ora sono di fronte a una scelta. Possono continuare a reclamare la leadership morale mentre perseguono determinate politiche che i cittadini dei Paesi arabi e una fetta crescente della comunità internazionale vedono come contraddittorie rispetto a quella pretesa, e accettare la risultante erosione progressiva della loro posizione nella regione.

L’altra strada

Oppure possono riconoscere che quella posizione è sempre dipesa da un minimo di coerenza fra i principi dichiarati e la condotta effettiva, e iniziare a colmare tale divario. Ciò non implicherebbe necessariamente abbandonare Israele, ma esige solo che si applichino alla guerra di Israele i medesimi standard che Washington invocava per l’Ucraina: protezione dei civili, responsabilità per le violazioni delle norme sui conflitti armati, pressione affinché l’esito delle ostilità risolva le circostanze che hanno provocato la crisi. Il mondo arabo non si aspetta di essere persuaso dalla retorica americana, ma guarda ciò che gli USA fanno.

Gli ultimi sondaggi indicano che a Washington rimane poco tempo per dimostrare di poter coprire quel baratro che separa le sue parole dalle sue azioni. Quel divario sta diminuendo, ma i costi strutturali dell’inazione prolungata verso la gestione delle alleanze, le cornici di suddivisione degli oneri e qualunque strategia regionale coerente, si accumuleranno più in fretta di quanto i politici americani si immaginano.

Redazione Strumenti Politici
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