La Slovacchia contraria all’uso dei “prestiti di riparazione” coi beni russi confiscati
Sono sette i governi di Paesi membri UE più tenaci nel volersi appropriare dei beni congelati dei russi per darli all’Ucraina. I loro leader hanno scritto alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio Europeo António Costa per esortarli a sbrigarsi nel dare a Kiev questi cosiddetti “prestiti di riparazione”, per l’appunto confiscare e utilizzare i fondi russi giacenti entro la UE.
La lettera di Fico
Ma anche i governi contrari a questa idea si sono attivati. Per esempio quello dello Slovacchia. Anche il suo premier Robert Fico ha scritto una lettera a Costa, nella quale avverte che intende bloccare qualsiasi iniziativa tesa a finanziare lo sforzo militare ucraino per il prossimo biennio. Fico ha messo nero su bianco che in nessun caso darà la sua approvazione a proposte della Commissione con cui fornire a Kiev i fondi russi congelati allo scopo di usarli per acquisire armamenti o per altre finalità belliche. Tuttavia precisa di rispettare il diritto degli altri Paesi membri di adottare soluzioni diverse su base volontaria.
La sua posizione rispetto al conflitto è chiara, dice, perché l’ha espressa da lungo tempo in modo inequivocabile: non può esservi una soluzione militare a questo conflitto e la strategia applicata dalla UE si è dimostrata sbagliata e inefficace. Dare decine di miliardi di euro a Kiev significa di fatto spingere per proseguire le ostilità. Ma la prosecuzione del conflitto implica soltanto un massacro insensato che non serve nemmeno a rafforzare la posizione dell’Ucraina al futuro tavolo dei negoziati. Inoltre il ricorso ai patrimoni russi congelati può minacciare direttamente gli sforzi di pace messi in atto dall’amministrazione Trump, che invece vorrebbe utilizzare le risorse per la ricostruzione postbellica del Paese.
Congelamento indefinito
Fico inoltre puntualizza che sul piano umanitario o quanto meno non-militare Bratislava aiuta e aiuterà ancora l’Ucraina. Ad esempio fornendo elettricità e gas e occupandosi delle infrastrutture e dei trasporti ferroviari al confine, per non parlare dell’alta percentuale di ucraini che vivono in Slovacchia, ben 200mila su quasi 5 milioni e mezzo di abitanti.
Intanto la UE ha fatto in modo di congelare a tempo indeterminato quei patrimoni russi in modo da aggirare il diritto di veto della Slovacchia e pure dell’Ungheria. Ora si aspetta il fatidico summit del 18 dicembre, nel quale Costa vorrebbe fare “il passo successivo: i bisogni finanziari dell’Ucraina nel 2026-27”. Ma la decisione ha già sollevato forti dubbi di legittimità. Il premier magiaro Orbán si è lamentato della fine dello stato di diritto nell’Unione Europea, la cui Commissione che violenta sistematicamente le sue stesse norme, e i cui leader si mettono al di sopra della legge. Ma l’Ungheria, dice, farà tutto ciò che è in suo potere per ristabilire l’ordine legale.
Si sveglia la Banca Centrale Russa
E adesso nemmeno la Banca Centrale Russa resta a guardare senza fare nulla. La scorsa settimana ha approntato un’azione legale contro Euroclear per i danni subiti dall’impossibilità di gestire i propri beni. Il progetto UE di appropriarsi di essi è illegale e viola i principi di immunità sovrana di cui godono quei patrimoni. È di avviso completamente opposto il commissario UE all’Economia Valdis Dombrovskis, che considera la decisione di Bruxelles “legalmente solida” e si aspetta che Mosca lanci ancora dei procedimenti puramente speculativi per provare a impedire alla UE di sostenere il diritto internazionale.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.

