Nervosismo, forse panico, per Zelensky e per il suo ufficio presidenziale
Le dichiarazioni ufficiali di Zelensky e dei politici ucraini hanno un tono deciso e perentorio. Tuttavia è facile intravedere dietro le quinte il profondo nervosismo che li agita. Qualcuno parla addirittura di panico.
Timori dei politici e impazienza dei cittadini
Gli esponenti del potere a Kiev sono spaventati dalla possibilità che l’esito dei colloqui in Turchia sia molto diverso da quello che desiderano. E il loro obiettivo tanto sbandierato, cioè una tregua di 30 giorni e poi la pace, non coincide necessariamente con il loro obiettivo reale, che è la conservazione del potere. Iniziare queste trattative potrebbe significare per loro essere entrati in una fase che costringerà il panorama politico dell’Ucraina a modificarsi in un modo tale da consentire condizioni che soddisfino le controparti straniere, Russia e USA in primis. Dunque non soltanto la pace, ma soprattutto le elezioni presidenziali e parlamentari, in linea coi cambiamenti territoriali che l’Ucraina dovrà ufficializzare. Intanto la società ucraina ribolle di sofferenza nel vedere morire i propri uomini – mentre altri sono riusciti a rifugiarsi all’estero – e di impazienza nel sapere come e quando finirà il conflitto.
Panico a Kiev
Il tira e molla sul luogo delle trattative, la composizione delle delegazioni e la presenza incerta dei vari capi di Stato hanno reso Zelensky esausto. A ciò si aggiunge la consapevolezza sua e del suo entourage che tutto ciò che hanno difeso, costruito o per meglio dire ottenuto in tre anni potrebbe svanire molto rapidamente. Potrebbe bastare qualche sessione di negoziati. Per questo motivo, dice Der Spiegel, Zelensky ha aumentato il ritmo del lavoro diplomatico. Il giornale tedesco aggiunge che a Kiev il nervosismo è tangibile. Ciò si spiega con quanto detto da un consigliere presidenziale: C’è panico perché nessuno sa cosa stia accadendo. Dunque i capi dell’Ucraina non sanno esattamente che direzione sta prendendo la vicenda. Ed è difficile stare tranquilli quando si sa che chi è ai comandi sta navigando al buio.
Zelensky stanco e scocciato
Naturalmente è dall’alto che si spande questa brutta sensazione: il cattivo umore di Zelensky deriva anzitutto dal rifiuto di Trump di venire agli incontri in Turchia. Infatti sa che a differenza di Biden, l’attuale presidente americano non hai mai promesso un sostegno as long as it takes e ciò lo preoccupa molto. La sua espressione e le sue parole appena sceso dall’aereo ad Ankara dicono tutto. Ha tenuto immediatamente sulla pista dell’aeroporto una conferenza stampa. Rispondendo ai giornalisti, ha definito la delegazione russa come ininfluente, decorativa, di cartapesta. Un’esperta di linguaggio del corpo, interpellata dal britannico Daily Express, ha analizzato i movimenti del corpo e del viso e ha stabilito che al di là delle parole pronunciate, il suo atteggiamento tradiva dolore, rabbia, delusione, stanchezza e disgusto verso la situazione.
Snobbato da Trump
In particolare è scocciato per il fatto che Putin non è venuto in Turchia per partecipare alle condizioni che imponeva Kiev. La sua irritazione dipende anche dalla considerazione che avrebbe voluto ricevere da Trump, il quale invece lo ha sostanzialmente snobbato. Zelensky voleva che il presidente americano venisse personalmente in Turchia e che convincesse anche Putin a presentarsi. E invece la Casa Bianca ha mandato il segretario di Stato Marco Rubio. Trump ha precisato che il presidente russo sarebbe venuto solo a condizione che ci fosse anche lui. D’altronde, rincara, non succederà nulla prima che io e Putin ci incontriamo. Con queste parole sminuisce totalmente il peso della delegazione ucraina e soprattutto di Zelensky.
Quartiere governativo ben protetto
Zelensky sa di essere agli sgoccioli, ma non sa ciò che lo aspetta dopo. Può solo immaginarlo. E le prospettive sono tutt’altro che rosee. Uno scenario cupo e realistico è quello descritto dal deputato Dmytro Razumkov, ex portavoce della Verkhovna Rada, il parlamento ucraino. In una recentissima intervista ha ricordato una promessa ripetuta qualche tempo fa dallo stesso Zelensky, quando disse che se non avesse messo fine alla guerra, avrebbe lasciato. Poi ha detto che se fosse al posto dell’ufficio presidenziale non sorriderebbe e non sarebbe affatto rilassato. Infatti, spiega, gli sbarramenti sulle strade e il filo spinato intorno al quartiere governativo dimostrano che dietro l’atteggiamento spavaldo e sicuro di sé, i vertici ucraini hanno paura. E cosa temono, chiede retoricamente Razumkov: quel tipo di protezioni non è fatto per respingere i droni o l’artiglieria russa, ma ha tipicamente lo scopo di difendersi da proteste e sommosse interne.
Cittadini esasperati
Razumkov suggerisce che tali strumenti difensivi siano stati messi affinché i vertici ucraini si sentano più tranquilli. A loro non importa affatto se i blocchi stradali disturbano la circolazione delle persone comuni. Tuttavia questo è l’ennesimo elemento che va ad esasperare i cittadini, i quali alla fine potrebbero aggredire fisicamente i deputati e i membri dell’ufficio presidenziale, afferma. Lui stesso si vergogna per i colleghi parlamentari, i quali lavorano meno di due ore al giorno: se quelli che sono al fronte e poi gli operai e gli insegnanti lavorassero nello stesso modo, l’Ucraina morirebbe come Paese. E prima ancora che di povertà, morirebbe di vergogna. Razumkov aggiunge il dato terrificante sulla fiducia nelle istituzioni, e in particolare nella Verkhovna Rada: un crollo del 62% che dovrebbe impensierire il potere a Kiev.
Parlamentari tutti esclusi
Il deputato spiega infine che il governo ormai da tempo non colloquia con il Parlamento, ma si limita a passare gli atti da approvare. Ed è paradossale come l’opposizione ne sappia di più della maggioranza, dice, perché usa canali e collegamenti personali e alternativi per comunicare con le ambasciate, i giornalisti e i partner stranieri. Razumkov lamenta che nessuno rappresentante parlamentare sia ora presente a Istanbul né abbia preso parte alle trattative per l’accordo sui minerali. Almeno nel 2022 ai negoziati in Turchia c’era il deputato David Arakhamia, dice, ma sono stati tutti esclusi. La delegazione ucraina vorrebbe un cessate-il-fuoco saldo, durevole e ben monitorato. E cercherà di ottenere il tanto agognato faccia a faccia fra Putin e Zelensky. Ma è una delegazione con poca autorità interna e ancora meno dotata di forza contrattuale.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

