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Zelensky vuol portare l’Ucraina nella NATO e intanto manda avanti gli amici occidentali

Mentre sale la tensione internazionale sulla questione ucraina, il presidente Volodymyr Zelensky esulta così su Twitter: 

La politica della porta aperta rimane invariata!”. Il riferimento è alla possibile partecipazione del suo Paese al summit dell’Alleanza Atlantica che si terrà a giugno, della quale ha discusso telefonicamente col segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Dai suoi alleati e amici occidentali, Zelensky ha in realtà incassato una serie di risposte che più che a un’approvazione somigliano a un “ni”: se USA e NATO non sembrano volersi tirare indietro da un’escalation, pur con tanti distinguo, altri stanno provando a smarcarsi.

Il Segretario di Stato britannico per la Difesa Ben Wallace aveva già dichiarato lo scorso dicembre che l’impiego delle truppe di Sua Maestà per difendere Kiev in caso di guerra aperta è un’eventualità “altamente improbabile”: non facendo parte della NATO, l’Ucraina non è coperta dal testo dell’articolo 5 del Trattato che impegna i membri dell’Alleanza a intervenire militarmente contro chi aggredisca uno qualsiasi degli altri membri. Adesso, Wallace ha deciso di ribadire il concetto del non-coinvolgimento militare di Londra a difesa dell’Ucraina con la motivazione che non dovremmo illudere le persone sul fatto che lo faremmo. Dunque, se scattasse l’ora X, Kiev si ritroverebbe da sola contro i russi, o almeno senza i britannici: finora la Gran Bretagna ha fornito solo addestramento e materiali, comprese anche armi non letali, e si vorrebbe fermare su questa linea nonostante le insistenze ucraine. Oggi ammette comunque la necessità di continuare a elargire sterline a Kiev: il presidente della Commissione Affari Esteri britannica Tom Tugendhat ha infatti dichiarato che l’Ucraina ha bisogno di soldi per poter mobilitare anche i cittadini non facenti parte dell’esercito e prepararsi così a un’invasione russa. Una prospettiva non certo rosea, quella descritta da Tugendhalt, di un Paese economica debilitato che deve contare su finanziamenti stranieri per equipaggiare i riservisti. In compenso, il Regno Unito sta agendo la via diplomatica: Wallace ha invitato a Londra per parlare di “questioni di sicurezza reciproca” il suo omologo russo Sergei Shoigu, il quale ha accettato a patto che l’incontro si svolga a Mosca, poiché quello precedente si era tenuto proprio nella capitale britannica. E un altro incontro di vertice si sta preparando per il mese di febbraio: è infatti attesa a Mosca la ministra degli Esteri britannica Liz Truss per colloqui col suo omologo russo Sergei Lavrov, a quanto pare proprio su iniziativa di Londra. 

La Gran Bretagna sembra così disposta a battere tutte le possibili vie diplomatiche, anche se deve rispettare almeno a parole il suo ruolo di alleato №1 di Washington in funzione anti-russa: a livello di provocazioni verbali, infatti, sta usando i suoi ben oliati armamenti fatti di accuse pesanti non supportate da riscontri concreti. Downing Street ha puntato il dito sul Cremlino per aver presumibilmente contattato alcune figure di spicco della scena politica ucraina allo scopo di coinvolgerle nell’instaurazione di un governo filo-russo. La ministra Truss ha però rifiutato di mostrare le prove di tale affermazione, bollata da Mosca come “disinformazione” e tentativo di “fomentare le tensioni”. Londra insiste sul fatto che Mosca stia pianificando un’invasione a tutti gli effetti e ha persino rivisto i dettagli della sua Operation ORBITAL, con la finalità di includervi un piano di “ritiro in sicurezza” dei propri uomini  nel caso in cui russi e ucraini cominciassero a spararsi per davvero. Con ORBITAL, il Regno Unito ha effettuato a partire dal 2015 missioni di addestramento alle Forze armate ucraine, ma ora il Luogotenente generale e Capo delle operazioni congiunte Charles Stickland potrebbe decidere di spostare i suoi uomini nella confinante Polonia, vicino al fronte ma al di fuori del teatro di guerra vero e proprio.

Se il Regno Unito si sgancia, la NATO cerca di serrare i ranghi e di aumentare la presenza militare lungo il confine orientale, mentre Washington si mostra aggressiva e al tempo stesso gioca la carta diplomatica. Gli USA rassicurano Zelensky che proteggeranno la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina in caso di attacco russo, come detto dal segretario di Stato Antony Blinken durante la recente visita nella capitale, dove ha incontrato Zelensky e il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba. Ma per lui è stato più importante confrontarsi a Ginevra col ministro degli Esteri russo Lavrov, con cui ha avuto dei colloqui “franchi e sostanziali”: in altri termini, i due non hanno risolto nulla, ma il fatto stesso di incontrarsi significa che almeno una delle due parti non vuole veramente lo scontro. E si continua a ventilare l’ipotesi di un vertice Biden-Putin, anche se prima la Russia chiede agli USA di dare una risposta precisa e soprattutto per iscritto sul fatto che non approverrano l’ulteriore espansione della NATO verso est. L’Alleanza però ribadisce che non ritirerà le truppe dal versante orientale, restando così sulla sottile e incerta linea che distingue la posizione difensiva dai preparativi di un’escalation.

Da Kiev intanto arriva la denuncia di un’aggressione “ibrida” da parte del Cremlino, portata tramite un cyber attacco ai suoi siti governativi avvenuto alcuni giorni fa: per voce del suo Ministro per la Transizione digitale, l’Ucraina dice di avere le prove del crimine. E Washington rincara la dose, accusando Mosca di inviare oltre confine le sue unità di sabotaggio per effettuare un false flag, cioè un’operazione che crei un pretesto per iniziare le ostilità con pieno diritto. Le accuse rivolte a Mosca sono quindi sempre più frequenti e variegate: forse in questo modo Zelensky spera di convincere gli alleati occidentali a fare ancora qualcosa di più, magari altre sanzioni economiche, oppure un ulteriore invio di truppe. 

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