USA: il debito pubblico, il ruolo dei dazi e le implicazioni geopolitiche. L’Occidente come Fort Apache?

USA: il debito pubblico, il ruolo dei dazi e le implicazioni geopolitiche. L’Occidente come Fort Apache?

4 Settembre 2025 0

L’azione dei dazi avviati da Trump riprende una storia già vista nella Grande Depressione, con effetti negativi sia sugli Stati Uniti che sulle economie collegate.

I dazi nella storia americana

Gli USA introdussero i dazi per la prima volta nel 1789 con il Tariff Act, che fu in vigore per quasi un secolo, almeno fino alla Guerra civile (1861-1865). All’epoca i dazi erano la principale e quasi unica fonte di entrate per il governo federale. Verso la fine dell’Ottocento aumentarono i sostenitori di un libero mercato internazionale, soprattutto negli Stati del sud e fra i Democratici. Dal 1913, con l’introduzione di una tassa sul reddito, i dazi persero parte della loro importanza.

Seguì una fase di apertura doganale, interrotta dal crollo dei mercati finanziari del 1929 e dalla profonda crisi economica che ne seguì. Nel 1930, il presidente repubblicano Herbert Hoover approvò lo Smoot-Hawley Act (dal nome dei due primi parlamentari firmatari), che reintroduceva dazi generalizzati e che provocò immediatamente reazioni da parte di molti Paesi europei, tra cui Spagna e Francia. Nel giro di 3 anni gli scambi commerciali fra Stati Uniti ed Europa si ridussero di due terzi. Rispose anche il Canada, imponendo dazi su 16 prodotti che valevano un terzo delle esportazioni degli USA. Secondo alcuni storici, tutti quei dazi reciproci contribuirono a peggiorare la crisi economica statunitense, nota come Grande Depressione, e in Europa causarono il fallimento di alcune banche e una situazione di povertà che avrebbe favorito l’ascesa di ideologie estremiste.

Tali dazi fecero anche crollare la popolarità di Hoover, che non ottenne la rielezione: tra il 1934 e il 1939 il suo successore, il democratico Franklin Delano Roosevelt, firmò trattati di libero scambio con 19 Paesi rilanciando l’economia americana, che diventò dopo la Seconda Guerra mondiale il traino per il mondo intero. Nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization), che oggi comprende il 97% del commercio mondiale di beni e servizi e che ha come obiettivi l’abolizione o per lo meno la riduzione delle barriere tariffare al commercio internazionale. Essa ha fortemente favorito, ma in negativo, la globalizzazione che gli USA hanno troppo spesso perseguito evadendo i trattati internazionali.

Il debito pubblico in aumento

Oggi l’azione di Trump in circostanze geopolitiche in profonda evoluzione deve essere vista nel contesto dell’economia USA, del suo grave debito con una previsione di 30mila miliardi di dollari rispetto ai 77mila miliardi del totale mondiale. Le stime variano leggermente, ma il debito americano sta crescendo più velocemente di quello globale, contribuendo alla crescita di quest’ultimo che tocca maggiormente i Paesi occidentali rispetto ai BRICS e a quelli riuniti all’incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) per ridefinire le regole globali di cooperazione contro cui vanno di fatto i dazi di Trump.

Al momento del suo insediamento come presidente, Trump ha dovuto confrontarsi col crescente debito pubblico americano, che si è innalzato specialmente dopo la crisi di Lemhan, con previsioni di peggioramento, come purtroppo abbiamo visto. Gli interessi del debito sono esplosi durante la presidenza di Biden, passando dai 530 miliardi di dollari del 2020 a un ammontare che supera oggi i mille miliardi e che sembra crescere in modo iperbolico. Gli USA spendono di più di quanto incassano. Nei primi mesi del 2025, a fronte di 3500 miliardi di incassi il debito è di quasi 4800 miliardi.

Tale dissesto finanziario – da tempo previsto per chi lo voleva vedere – è stato coperto durante le elezioni presidenziali in cui i democratici, puntando su figure inadeguate come Biden da tempo sofferente e la debole Kamala Harris, sembravano aver volutamente perdere per lasciare il “lavoro sporco” a Trump, Quest’ultimo ha preso per le toro per le corna, col rischio di essere incornato da un debito difficilmente comprimibile.

Gli effetti sulla spesa pubblica

A fronte di questo debito che sta crescendo in modo più che proporzionale a quello degli incassi, l’azione di Trump è stata quella di abbattere la spesa pubblica e di aumentare coi dazi le entrate fiscali. Vi è stato anche un effetto sulla spesa pubblica e sulla spesa delle famiglie e il deficit commerciale degli USA si è ridotto del 16%. Erano decenni che tale deficit non aveva un andamento regressivo. Le finalità di Washington sono chiare, ma i mezzi scelti e le loro conseguenze non sembrano in grado di sostenere la spinta alla riduzione del deficit; è utile capire la dinamica dell’esplosione del debito e quanto i programmi dell’amministrazione Trump possano contenerlo.

Recentemente è stato portato all’approvazione della Camera (ma non ancora del Senato) il Big Beatiful Bill Act, che prevede una riduzione delle imposte tale da agevolare le piccole e medie imprese del settore terziario, ma che comporta un innalzamento del debito ed una riduzione della spesa sociale a scapito della classe medie e delle classi più deboli. Questa legge aumenterà la disuguaglianza, che è già fra le più alte dell’Occidente. Infatti il 10 % della classe elevata vede aumentare la sua ricchezza del 2%, mentre il 10% delle classi più disagiate vede aumentare la sua povertà del 4% .

L’altra azione di Trump funzionale a raggiungere un equilibrio, anche con i dazi, è quella di disincentivare la delocalizzazione selvaggia che dagli anni ‘90 ha privato l’economia USA delle attività manifatturiere, crollate a scapito della finanza e del settore dei servizi. Questi hanno visto innalzare l’occupazione rispetto a quella manifatturiera, che invece è passata dal 50% al 10%. Anche questa finalità è condivisibile. ma i mezzi diventano troppo deboli per realizzare tale obiettivo in tempi stretti per evitare la recessione e favorire il ritorno della manifattura per difficoltà strutturali.

Gli obiettivi sul lungo periodo

Riportare la manifattura negli USA non è uno scopo raggiungibile in breve, ma forse solo nel lungo periodo. Tuttavia, come scriveva Keynes, nel lungo tempo saremo tutti morti. La reindustrializzazione comporta la costruzione di strutture produttive che richiedono tempi lunghi di attesa in un contesto globale di rapida evoluzione che potrebbe rendere diseconomiche quelle iniziative imprenditoriali. Una voce determinante nell’avvio di questo processo è la mancanza di mano d’opera specializzata, che non si crea ancora una volta in tempi lunghi e che è sempre contrastata dalla crescita professionale e in termini di minori costi delle filiere produttive avviate in altri Paesi, con il rischio che il punto di pareggio nel lungo tempo non si realizzi mai e con le conseguenze di dissesti economici collegati.

Dal punto di vista finanziario e degli equilibri economici, i dazi finiscono nei fatti sui maggiori prezzi delle merci importate e quindi sulla capacità di acquisto delle classi medie e povere. Va ricordato che nei millenni di storia dell’uomo, le civiltà e le società sono sempre e solo crollate per guerra o per classe. Per gli USA si dovrebbe trattare di un forte ammonimento.

I Treasury Bond

L’aumento dei prezzi al consumo contribuirebbe ad aumentare l’inflazione e con questa i tassi di interesse sui Treasury Bond (TB) americani, che sono già alti. La spesa per interessi sale ancora più in alto. Il quadro finanziario deve scontare la debolezza del dollaro che aumenta i prezzi delle merci scambiate. Inoltre vi è la difficoltà crescente di collocare i TB sul mercato internazionale, il quale comincia a considerarli pericolosi. E comunque a pagare i debiti emettendo altri debiti si sprofonda nel caos.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, rispetto ai alleati e agli altri Paesi ciò rappresenta un segno di guerra commerciale che si sostituisce a quella militare, per i cui preparativi gli USA continuano a spendere in modo non più sostenibile. Attenendosi alla strategia della guerra che li ha sempre ispirati sono arrivati a creare la più alta spesa militare al modo, pari al 50% di quella globale. Negli ultimi venti anni il governo americano ha speso per la “guerra al terrore” 8mila miliardi di dollari. Attualmente almeno 170 Paesi nel mondo ospitano a vario titolo un totale di circa 642 basi militari statunitensi.

Come Fort Apache

Ora, l’occupazione militare di gran parte del mondo è stata il frutto di una strategia di dominanza non solo bellica, ma anche finanziaria ed economica. A partire dalla caduta del muro di Berlino e nel nuovo secolo è risultata in modo più evidente, specie verso il Medio Oriente. In quegli anni, la strategia della forza militare e finanziaria con il dollaro ha favorito una globalizzazione negativa che sembrava non avere più fine. Forse in quel contesto i dazi di Trump avrebbero avuto uno spazio ed un’incisività superiore.

Oggi con l’avvio dei BRICS e con la SCO si mostra la debolezza di un Paese che non può mantenere il suo predominio, perché il mondo da unipolare è diventato multipolare. Inoltre si riflettono le stesse azioni di Trump con i dazi, isolando gli USA ancora di più. La mossa recente di aumentarli verso l’India ha avvicinato quest’ultima alla Cina e alla Russia e ha quindi aumentato la potenza di risposta all’occidente dei BRICS .

Dal rischio delle mosse affrettate di Trump trapela l’idea di un mondo che non esiste più. I dazi contro l’Europa la allontanano nel medio-lungo periodo verso mercati più favorevoli e rendono il mondo occidentale in emergenza sociale-economica-finanziaria-politica sempre più simile a Fort Apache. Proprio il titolo del film di John Ford testimonia la cosiddetta “sindrome di Fort Apache”, che descrive un approccio alla sicurezza basato su una fortificazione difensiva che non risolve il problema delle minacce esterne, sperando di non fare la fine dei difensori del forte di fronte al testardo colonnello Turner, che oggi potrebbe essere rappresentato da Donald Trump.

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici