Dopo tre guerre nel Golfo Persico la Pax Americana si sta sgretolando
Negli ultimi trentacinque anni l’egemonia statunitense sul mondo ha raggiunto il suo apice e ha iniziato la parabola discendente. Gli imperi non scompaiono da un giorno all’altro: a volte l’agonia può diventare talmente lunga da essere quasi impercettibile. Oggi non siamo ancora al crollo degli USA come potenza mondiale, ma stiamo assistendo allo sgretolarsi di quella “pax” che Washington ha saputo imposto dopo la Guerra Fredda, ma non ha saputo mantenere in Medio Oriente. Un’analisi approfondita dell’americano National Interest, che prende in esame le tre guerre del Golfo combattute dagli Stati Uniti, spiega a che punto ci troviamo nel processo di decadimento della Pax Americana
La guerra ha uno slancio proprio
In meno di un anno la guerra contro l’Iran ha cominciato a mostrare i nuovi contorni dell’ordine mondiale multipolare. “La guerra possiede uno slancio proprio”, diceva nel settembre 2002 (poco prima che gli USA invadessero l’Iraq) lo storico e diplomatico americano George F. Kennan. Secondo lui, con la guerra “Sai da dove inizi, ma non sai mai dove vai a finire”. Le ostilità in Iraq del 2003 portarono gli Stati Uniti fino al confine iraniano e intensificarono le tensioni che sarebbero culminate nella Terza Guerra del Golfo nel 2026. Per quasi otto decenni gli USA sono stati il principale architetto e garante dell’ordine internazionale. Oggi però il vento sta cambiando. Il nuovo paradigma di sicurezza è rappresentato dall’ascesa di potenze medie che si sentono forti e un mondo più multipolare.
Ci vorrebbe tuttavia una maggiore attenzione per come si sta svolgendo in Medio Oriente quella che è l’erosione della Pax Americana. Le potenze egemoniche non scompaiono quasi mai dal giorno alla notte oppure a seguito di una sola battaglia decisiva. Romani, ottomani, britannici e russi sono tutti stati gradualmente indeboliti da una serie di eventi che misero a nudo le loro crescenti difficoltà e accelerarono i cambiamenti già in atto. Nel caso degli Stati Uniti, tre guerre in Medio Oriente con Iran e Iraq costituiscono dei capisaldi in questo senso. Il conflitto nel Golfo Persico del 1991 impose gli USA come il garante assoluto della sicurezza nella regione dopo la Guerra Fredda. L’invasione dell’Iraq nel 2003 mostrò i limiti della potenza militare e della diplomazia americana.
Dubbi un tempo inconcepibili
La guerra del 2026 contro l’Iran potrebbe essere un giorno ricordata come il momento in cui i più stretti partner regionali di Washington cominciarono ad avere sul loro rapporto con gli USA dei dubbi che tempo prima sarebbero stati impensabili. La presenza continuativa delle forze americane nel Golfo aumenta la loro sicurezza o la mette in pericolo? Il conflitto iraniano in effetti potrebbe essere uno di quei punti che gli storici definiscono catalizzatori. Queste tre guerre localizzate sul Golfo Persico formano un unico arco strategico, accelerando la trasformazione dell’Asia Occidentale mentre alleanze, rotte commerciali e relazioni economiche vengono rinegoziate.
Il recente Patto della Mecca potrebbe essere uno dei primi segnali di tale ordine emergente, con le potenze regionale che iniziano a ripararsi contro un futuro in cui non possono più contare su Washington come garante finale. I tre conflitti in questione non hanno provocato il tramonto della Pax Americana, ma hanno posto le condizioni del suo graduale disfacimento. Qualunque genere di declino dell’egemonia americana avverrebbe probabilmente come una transizione prolungata. E allora il dibattito non dovrebbe essere inquadrato come la fine della potenza americana, ma come la sua trasformazione.
Un arco di tre guerre
L’ex diplomatico iraniano Mehrdad Khonsari ha detto: “Non c’è alcun dubbio sul fatto che alla luce delle nuove circostanze la Pax Americana debba essere ridefinita”, sebbene gli USA continuino a godere “di un’egemonia eccezionale nel mondo multipolare di oggi”. La potenza americana non è scomparsa, ma nel corso di tre guerre si è creato più spazio per le potenze regionali che vogliono affrancarsi da essa. Così, la Prima Guerra del Golfo del 1991 fu il punto più alto della potenza americana. Mentre l’Unione Sovietica si spaccava, Washington metteva insieme una coalizione internazionale mai vista prima, con l’avallo di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in nome del “Nuovo Ordine Mondiale”, per cacciare gli iracheni dal Kuwait.
Le monarchie del Golfo Persico erano liete di avere dei contingenti americani di stanza permanente, perché vedevano gli USA come garante indispensabile della sicurezza regionale. Allo stesso modo, Washington nel 1993 fece da mediatore insieme alla Norvegia per spingere Israele e l’OLP ad accettare gli Accordi di Oslo come base della cosiddetta “soluzione a due Stati”. Tale supremazia richiedeva spese enormi e sostenute. Dopo la Seconda Guerra mondiale e specialmente dopo il 1991 gli USA costruirono un ordine globale fondato su alleanze militari, sul controllo delle istituzioni mondiali di sicurezza, il dominio sui sistemi finanziari e la leadership tecnologica, in particolare nello spazio e nel cyberspazio.
La legge di Ferguson
Però qualsiasi egemonia deve affrontare delle pressioni quando gli impegni si fanno dispendiosi, i rivali sviluppano le loro alternative e gli alleati cercano una loro indipendenza. Secondo la legge di Ferguson, qualunque grande Paese che spenda più soldi per il debito pubblico che per la difesa, rischia di perdere il suo status di superpotenza. Nel 2003, l’invasione dell’Iraq segnò un punto di svolta. Anche se gli Stati Uniti ottennero un facile successo militare, esso si rivelò una vittoria di Pirro e l’occupazione si protrasse a lungo con costi immensi.
Alla fine, gli americani si ritirarono in gran parte nel 2011. Le istituzioni di Baghdad collassarono, l’influenza regionale di Teheran crebbe e la credibilità statunitense ne soffrì. Le poche forze USA rimaste laggiù come parte di una missione di consiglieri dovrebbero andarsene entro il 30 settembre di quest’anno. La guerra del 2026 contro l’Iran potrebbe essere quella con le conseguenze più importanti, perché ha modificato dalle fondamenta il pensiero strategico dei partner americani nel Golfo.
Rappresaglie contro gli USA
Nel 1991 gli USA avevano collaborato con l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Siria, insieme ad altre potenze europee, allo scopo di mandare via gli iracheni dal Kuwait. Nel 2003 Washington e Londra erano le potenze principali alla guida dell’invasione dell’Iraq. Nel 2026 Washington e Tel Aviv hanno attaccato Teheran, ma hanno lasciato i Paesi del Golfo Persico esposti alla rappresaglia iraniana. Persino con la potenza militare israeliana e il moderno arsenale americano, l’amministrazione Trump non è riuscita a impedire che Teheran rispondesse con una sorta di tecno-guerriglia fatta di droni, video Lego con l’intelligenza artificiale per influenzare l’opinione pubblica e forse addirittura hackerando le infrastrutture acquifere americane.
Per decenni ospitare un contingente americano è stato considerato come la maggiore garanzia di sicurezza possibile. Oggi questo assunto è ormai in dubbio. Alcuni Stati del Golfo si chiedono se tali basi non abbiano in realtà messo a rischio la loro popolazione e le loro infrastrutture. Tali ragionamenti sarebbero stati inconcepibili appena un decennio fa. Invece di contare esclusivamente su Washington, le capitali del Golfo stanno diversificando le proprie relazioni internazionali, rafforzando i legami con la Cina, mantenendo il dialogo con la Russia e perseguendo una propria diplomazia regionale più indipendente.
Anche il nemico “ha diritto di voto”
L’analista iracheno Hayder Al Khoei sostiene che il conflitto recente abbia accelerato questo riassestamento. “Nonostante sulle asserzioni di Trump sul pessimo esercito iraniano, la capacità di Teheran di penetrare diversi strati delle difese aeree e delle forze aeree americane, israeliane e arabe in tutta la zona per rendere inutili centinaia di miliardi di dollari di missili intercettori, sistemi d’arma difensivi e caccia”, ha detto in un’intervista, ha provocato “serie riflessioni in tutto il Golfo se le forze americane stanziate nei vari Paesi costituiscono patrimoni o passività”.
Come spesso sottolinea l’ex segretario statunitense alla Difesa James Mattis, “il nemico ha diritto di voto”, e cioè quale che sia la portata decisiva dell’operazione Epic Fury secondo Trump, la risposta dell’Iran ha fermato il suo impatto. Le ostilità hanno costretto i politici a scoprire quanto abbiano sottovalutato Teheran. Al Khoei dice che gli USA e Israele “hanno scambiato le sconfitto regionali dell’Iran (in Siria, Libano e Palestina) per segnali di debolezza interna e hanno ritenuto che si sarebbe verificata una sollevazione non appena fossero caduti i primi missili, decapitando i vertici iraniani. Ma ciò a cui abbiamo assistito è stato l’esatto opposto”.
“L’immediata e sostenuta risposta militare iraniana contro obiettivi americani, israeliani e arabi in tutta l’Asia Occidentale ha mostrato un Iran più coerente e sicura di quanto Tel Aviv e Washington si aspettassero”. Il conflitto sembra così aver riacceso un senso di unità nazionale di cui i piani di battaglia non avevano tenuto conto. I rapporti sul risorgere del nazionalismo di contro all’aggressione straniera suggeriscono che le divisioni etniche e politiche non hanno superato la lealtà verso il Paese. Come descrive Al Khoei, “il popolo si è radunato attorno alla bandiera”.
Un lungo processo di affrancamento
Dal canto suo, Khonsai mette in guardia dal sopravvalutare il cambiamento di mentalità nel Golfo. Sì, il 2026 ha indubbiamente scosso la sicurezza dell’area, ma secondo lui la regione sta ricercando una protezione strategica piuttosto che un riallineamento vero e proprio. “La dura realtà”, dice, “è che non c’è alternativa agli USA per i Paesi del Golfo Persico”. Anche se costruissero legami con Pechino e Mosca, i loro leader non sarebbero convinti che nessuna delle due potenze possa davvero fornire quelle garanzie che invece Washington dà ancora. Al momento la lettura di Khonsari è quella più vicina allo status quo.
Nessuno dei Paesi dell’area ha mandato via gli americani dalle loro basi. L’ultimo precedente fu un normale ritiro di truppe statunitensi dalle basi in Arabia Saudita dopo la guerra in Iraq del 2003: fu un accordo reciproco, in modo che non sembrasse che Riad e Washington avessero ceduto alle richieste di Osama bin Laden. La Cina era intervenuta con la diplomazia nel 2023 per favorire una tregua nella guerra fredda fra Iran e Arabia Saudita dopo la primavera araba, ma non è in una posizione tale da poter mediare fra gli USA e Teheran nel conflitto del 2026 né ha indicato di voler diventare la nuova potenza egemonica extra-regionale del Golfo Persico. In questo caso è il Pakistan che è intervenuto come mediatore e poi ha formato un’alleanza trilaterale con la Turchia e l’Arabia Saudita.
Nuove alleanze
La nuova alleanza saudita del Mar Rosso coinvolge più di 10 Stati ed è un altro esempio dell’esigenza di edificare garanzie. Mentre Washington riusciva a contenere con l’artiglieria gli huthi, Riad si è messa alla testa di una più ampia rete regionale di sicurezza, distribuendo il peso della sicurezza marittima fra vari Paesi invece di fare affidamento su un’unica potenza esterna.
Ciò che è cambiato è stato l’emergere di architetture alternative di sicurezza. A partire dal 2015, l’Arabia Saudita ha cercato senza successo di creare una “NATO sunnita” per contenere l’Iran. Washington avrebbe approvato tale politica. I recenti accordi della Mecca fra la Turchia, anch’essa membro della NATO, il Pakistan nucleare e l’Arabia Saudita, influente produttore entro l’OPEC, sono rimasti segreti fino al momento del loro annuncio nell’agosto 2026, a indicare che Riad stava cercando una riserva alle garanzie di sicurezza di Washington che sono sempre state implicite dalla fine della Seconda Guerra mondiale in poi.
Pure l’Europa si sta riorganizzando. La Spagna, membro di NATO e UE, ha riavviato la sua presenza diplomatica a Teheran prima che le ostilità si siano del tutto concluse, segnalando così il suo impegno come strumento importante di governo. Naturalmente il contrasto con la su posizione di due decenni fa è notevole. Nel 2003 Madrid si era infatti unita alla Coalizione dei Volenterosi che prese parte all’occupazione dell’Iraq. Nel 2026, invece, resiste all’egemone globale dell’era unipolare.
L’influenza iraniana
Alla fine dei conti si può dire che le tre guerre del Golfo formino un unico arco. Quella del 1991, pur terminata con la decisiva vittoria dell’America, lasciò un’eredità che avrebbe influenzato tutto quanto avvenne dopo. Il presidente Bush senior esortò pubblicamente gli iracheni a insorgere contro Saddam, per poi abbandonarli quando ci furono le sommosse. E quando le forze americane tornarono nel 2003, molti sciiti si unirono ai sunniti rivoltosi per resistere all’occupazione, creando le condizioni affinché l’Iran estendesse drasticamente la propria influenza.
Teheran finanziò, addestrò e armò una rete di milizie sciite che si sono poi evolute in uno dei soggetti politici e militari più importanti dell’Iraq. Più di vent’anni dopo quei gruppi sono ancora profondamente radicati nello Stato iracheno, tormentando le relazioni di Baghdad con Washington. “È una posizione alquanto imbarazzante per il governo iracheno, perché da un lato gli occorre il sostegno e gli investimenti americani, ma dall’altro per restare al potere si appoggia alle milizie sciite supportate dall’Iran”, dice Al Khoei.
L’arco diventa un cerchio
Ed è qui che l’arco delle tre guerre diventa un cerchio. Le contraddizioni nate dalle decisioni fatte nel corso di quei conflitti oggi definiscono uno dei tanti dilemmi del Medio Oriente e costringono il governo iracheno a mantenersi in un delicato equilibrio allo scopo di placare sia gli USA egemoni che le milizie sciite. Le tre guerre consecutive del Medio Oriente hanno accelerato la transizione da un ordine a guida americana a uno nel quale il potere è distribuito fra un numero crescente di soggetti regionali e globali.
Khonsari spiega che nonostante i suoi atteggiamenti, Trump sta in realtà cercando di “fare un accordo con le persone che aveva chiamato feccia”. Se il 1991 segnò la nascita della Pax Americana nel Golfo Persico, il 2003 mostrò i suoi punti deboli. E la guerra del 2026 con l’Iran potrebbe essere un giorno ricordata come il momento in cui gli alleati più stretti degli USA iniziarono a prepararsi a ciò che verrà dopo.

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