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Ungheria, Think Tank Nazione Futura: “Elezioni hanno segnato la vittoria del popolo ungherese”

La frenetica attenzione elettorale continentale si è spostata rapidamente verso Hexagone transalpino, con il primo turno che consegna alla disfida del ballottaggio per l’Eliseo gli stessi protagonisti del ballottaggio di cinque anni fa, il liberal-riformista Emmanuel Macron e Marine Le Pen (in versione sovran-gaullista), spegnendo forse troppo rapidamente i riflettori sul voto ungherese. Un confronto elettorale non privo di elementi d’interessi, su cui vale la pena ritornare. Non ci lasciamo sfuggire, quindi, l’occasione di una testimonianza diretta da chi ha assistito come osservatore alle operazioni di voto in terra magiara: il torinese Ferrante De Benedictis, componente della missione internazionale del think tank conservatore Nazione Futura, di cui è vicepresidente, sbarcata in Ungheria per seguire da vicino le operazioni di voto. Come ci racconta il nostro interlocutore, la trasferta in uno dei Paesi dell’Est Europa più inviso alle élite occidentaliste ha permesso di “avere numerosi incontri, tenere tavole rotonde e lavorare sul campo per disegnare un quadro completo del sistema elettorale utilizzando tutte le fonti pertinenti”. Lo scopo della Missione, “che possiamo ritenere pienamente raggiunto, era verificare che il processo elettorale si fosse svolto in modo equo, democratico e libero da qualsiasi ingerenza ingiusta e accuse infondate”. I risultati dell’esperienza sono stati già raccolti in un paper, realizzato congiuntamente alla Fondazione Tatarella. 

Tutti contro Orban e il referendum

Come è ben noto, la sfida ha visto contrapporsi la maggioranza uscente (l’alleanza tra il partito Fidesz del premier Viktor Orbán e i cristiano-democratici raccolti nel KDNP) e la lista unitaria delle opposizioni guidata dal conservatore Péter Márki-Zay (un arco vastissimo di forze: sei partiti di diversa estrazione ideologica, dai socialisti alla destra dello Jobbik, che hanno trovato la propria “unità” nel rivendicare un indispensabile ritorno sulla “via europea”). In contemporanea con il voto legislativo si sono tenuti anche quattro referendum d’iniziativa governativa rispetto a provvedimenti restrittivi in materia della cosiddetta “agenda Lgbtq+”. La consultazione referendaria, contrariamente a quanto accaduto per la composizione del Parlamento monocamerale, non ha arriso alla maggioranza. Come ci riassume De Benedictis, “La percentuale di voti per il no, preferenza suggerita dal governo promotore dell’iniziativa, è stata indubbiamente alta, ma circa il 20% di elettori ha votato intenzionalmente scheda nulla o si è rifiutata di ritirare ai seggi la scheda referendaria, limitandosi a votare per le elezioni nazionali tramite le altre due schede fornite. La validità del referendum sulla protezione dei minori dipendeva proprio dalla validità delle schede consegnate ai seggi elettorali. Se più della metà degli elettori avesse consegnato scheda valida, anche il referendum sarebbe stato valido. In questo caso, la soglia di validità era 4.107.652 voti, non raggiunti in questa tornata elettorale”. 

Opzione per la pace rispetto alla “crisi ucraina”

L’analisi di Nazione Futura individua la centralità della “questione ucraina” nella valutazione che ha condotti gli ungheresi ad optare per la continuità. Anticipandoci quando verrà riportato nello studio sul voto del 3 aprile scorso, il vicepresidente del think tank conservatore evidenzia che “Le elezioni in Ungheria, come è facile immaginare, sono state fortemente condizionate dalla crisi ucraina che, senza alcun dubbio, ne ha egemonizzato il dibattito interno e non solo. Si è così assistito in diversi Paesi Europei, Italia in testa, a una narrazione che vedeva Orban alleato di Putin e distante dalle posizioni della Ue e della Nato. Le opposizioni hanno spinto per tentare di ribaltare il risultato elettorale; dopo 12 anni di governo ininterrotto del partito di Orban, la guerra potrebbe offrire qualche chance a una coalizione fortemente eterogenea che vede impegnati la sinistra progressista e la destra estrema, in appoggio di un candidato che si definisce conservatore cattolico. Sulla questione guerra, in realtà, la posizione del premier era ed è chiara: pur condannando l’aggressione, si dice fermamente contrario a un inasprimento delle sanzioni e alla fornitura di armi all’Ucraina, questo andrebbe, a suo dire, a rompere la posizione di neutralità dell’Ungheria gravando così pesantemente sugli interessi nazionali, da sempre cavallo di battaglia di Fidesz”.

Nelle urne, insomma, si è trovata una sostanziale conferma di quanto emerso dai “più recenti sondaggi, che avevano rivelato che il 77% degli ungheresi rifiutava la proposta di Péter Márki-Zay di inviare soldati e armi ungheresi in Ucraina in qualità di membro della Nato, ed è stato inoltre interessante notare il bias locale/internazionale, col secondo che non teneva affatto conto dei rapporti politici e diplomatici intercorsi tra i governi ungheresi e ucraini negli ultimi anni e con la realtà dei circa 200mila ungheresi che vivono nella Regione della Transcarpazia a cui, da Budapest, provvedono a fornire servizi, formazione e tutele”.

La centralità della famiglia naturale e i temi eticamente sensibili

Oltre al vicino conflitto, a tenere banco sono stati anche le materie che hanno visto più fortemente contrapporsi il governo ungherese e l’Unione Europea: la centralità della famiglia naturale e i temi eticamente sensibili. Anche su questo terreno minato, da parte di Nazione Futura si una lettura più equilibrata: “sui temi etici e dei diritti, le posizioni sono forse le più divergenti tra i due schieramenti; infatti, le opposizioni si dicono pronte nel voler rinnovare il Paese e di farlo attraverso “aperture significative nei confronti del mondo lgbt, al fine di liberare il Paese dopo anni di oscurantismo”, narrazione tipica del mainstream comunicato e del pensiero unico di stampo global-progressista. Di contro il partito Fidesz intende invece continuare con le politiche attive di sostegno alle famiglie grazie soprattutto a importanti battaglie sul tema della natalità, che è ormai diventato il vero dramma dell’intero Vecchio Continente.

Sul piano delle politiche lgbt invece il partito di Orban da sempre contrario, tanto da aver affrontato la procedura di infrazione da parte dell’Ue”.

Geopolitica e questione energetica

Forte anche della sua alta formazione ingegneristica, De Benedictis ha voluto cogliere anche una particolare declinazione del dibattito “geopolitico” magiaro: quello in materia di energia. E ci spiega che “Sulla questione energia, il partito di Orban, ben consapevole dell’importanza strategica del tema, intende proseguire in caso di vittoria sul raggiungimento di una reale indipendenza e quindi di una vera sovranità energetica, in grado così di affrancare l’Ungheria dalle forniture di gas dalla Russia, che oggi ammontano a circa l’85% del gas consumato. A questo scopo l’Ungheria si avvierà verso un percorso graduale di transizione energetica capace di incrementare il mix energetico e in particolare l’uso e la penetrazione delle energie rinnovabili. Al fine di raggiungere gli obiettivi strategici sopra descritti, un ruolo fondamentale lo giocherà il nucleare. L’Ungheria, come confermato dal presidente, non intenderà rinunciare al suo nucleare che oggi garantisce il 50% dell’energia elettrica prodotta, grazie alla quale l’Ungheria è la Nazione Europea con la bolletta energetica più bassa d’Europa, avente infatti un costo medio dell’energia elettrica di soli 11 centesimi di euro al kWh. Guardando al fabbisogno energetico complessivo, ad oggi il mix energetico del Paese è così composto: 18,1% nucleare, 30,9% gas naturale, 26 % petrolio, 10% carbone, 11,7% energie rinnovabili, 3,3 % energia elettrica importata. Il partito di Orban promette dunque di ridurre progressivamente la dipendenza dal gas e dal petrolio, nonché la quota relativa all’uso del carbone, questo sarà appunto possibile grazie all’incremento delle energie rinnovabili e del nucleare”.

Ma l’informazione ungherese è libera?

Rispetto a una delle accuse che più frequentemente vengono rivolte al sistema ungherese, la scarsa libertà della e nell’informazione, l’osservazione sul campo e il confronto con gli operatori ha restituito uno stato dell’arte decisamente più complesso. I rappresentanti di Nazione Futura premettono che “Il panorama mediatico ungherese degli ultimi trent’anni è sempre apparso non già frammentato e plurale, bensì granitico nel suo modo di narrare gli avvenimenti prima della caduta del comunismo, poi nel suo modo di rispondere alle nuove sollecitazioni del mondo post-sovietico. Nel corso degli anni, infatti, la spaccatura tra sfera politico-comunicativa conservatrice e quella liberal-progressista ha caratterizzato la composizione dei media e le azioni-reazioni ai tentativi di predominio dell’una o dell’altra parte”.

Ascoltando i protagonisti del mondo informativo si tenderebbe quasi a individuare un tentativo egemonico delle posizioni avverse a quelle governative, per effetto del peso dei social-network. Tanto che, rivelano i componenti della Missione, “molti dei direttori editoriali, editori e responsabili di vari quotidiani, o gruppi editoriali, emittenti tv ungheresi che abbiamo incontrato a Budapest (HírTV, Origo, Szabadföld, KarcFM, Magyar Nemzet, 888.hu) hanno lamentato un approccio squilibrato di segno opposto (pro-liberal, dunque) da parte degli attori che regolano attraverso una propria normativa (spesso oscura) la penetrazione dei contenuti mediatici sui canali 2.0: i social network. I media conservatori ungheresi sostengono di essere sottoposti a shadowbanning continuo da parte dei social, specie Facebook, e di essere penalizzati dal punto di vista algoritmico, lessicale (l’uso di alcune keywords riduce la copertura dei post) e ideologico, attraverso modalità poco trasparenti poiché non si conoscono pubblicamente le agenzie che fanno moderazione e fact-checking per Facebook. Il rischio denunciato da molti di loro è che numerosi post possano essere rimossi in modo improvviso e arbitrario e andare a impattare fatalmente sulle visite, sulle revenue (quindi sulla stabilità finanziaria di un prodotto) e sul pluralismo”.

La creatività del fronte editoriale conservatore

Una situazione rispetto alla quale si risponde con una sorte di “sovranità mediatica”, non prima di elementi innovativi. Ci viene raccontato, infatti, che “Nel panorama ungherese esistono progetti giovani, innovativi e di grande interesse, come il settimanale Mandiner. Durante un meeting nella redazione di Budapest il direttore Gergő Kereki e parte dei componenti della redazione hanno offerto, specie all’osservatore italiano, una prospettiva in un certo senso inedita del tipo di iniziativa che in Ungheria è possibile creare e portare avanti di stampo conservatore. La testata è nata come sito internet, poi si è sviluppata in formato cartaceo ed è cresciuta negli anni fino ad arrivare alla composizione attuale di circa 60 dipendenti, tra giornalisti e staff (ora è parte del gruppo editoriale Mediaworks che è il proprietario)”. 

La sfida dei media conservatori ungheresi, come suggerito da altre esperienze come appunto quella del gruppo editoriale Mediaworks (la più grande azienda mediatica dell’Ungheria che conta attualmente quasi 3 mila dipendenti in tutto il Paese), quindi, “sarà quella di riuscire ad abbinare la comunicazione locale (hanno presidi in tutti i distretti, testate locali, siti online, riviste sia di gossip che di informazione) con i criteri stringenti imposti dai social che di fatto hanno un regolamento svincolato dalla legislazione nazionale. Molti di loro sono concentrati allora nello sviluppo di canali diversi di consumo di prodotti editoriali che possano bypassare i social e garantire stabilità numerica, rientro in termini pubblicitari e linea editoriale “pura”. Una sfida comune a quella di molti altri media sparsi in giro per l’Europa. In generale, comunque, la più grande delle sfide che l’Ungheria dovrà dimostrare di poter vincere nei prossimi decenni sarà quella di riuscire a superare il clima di polarizzazione e creare le condizioni affinché i cittadini possano abbeverarsi da diverse fonti di informazione riuscendo allo stesso ad elaborare una coscienza critica”.

Conclusioni

Il quadro complessivo rileva una situazione certamente meno ingessata (il referendum è stato bocciato e il dibattito mediatico non è certo piatto) di quanto viene solitamente riferito. Per Nazione Futura, sostanzialmente, “queste elezioni hanno segnato la vittoria del popolo ungherese, al di là di tutte le narrazioni troppo poco attente alla complessità che vanno per la maggiore da questa parte dell’Europa”

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Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del settimanale “Il nuovo Monviso” e di “2006più Magazine” (voce del gruppo Dai Impresa). Dirige la comunicazione di Echos Group. Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d'impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell'Esecutivo nazionale del Mcl - Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d'amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Co-autore, con Giorgio Merlo, del libro “I Granata” (Daniela Piazza Editore)

 

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