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Un Mario Draghi deluso per mancata salita al Colle, sveste il noto aplomb e sprizza disprezzo per i partiti. Il governo ora naviga a vista

Divisioni, polemiche, vere e proprie fratture all’interno dei partiti, nelle coalizioni e tra le mutevoli alleanze; la campagna elettorale per le elezioni in primavera in 23 capoluoghi di provincia e quella già partita per le politiche dell’anno prossimo; e poi ancora i mille problemi sociali ed economici legati anche all’epidemia, i temi in agenda di assetto istituzionale con la riforma della giustizia; la legge elettorale; i referendum sulla giustizia, la cannabis e l’eutanasia che dividono le forze politiche e la società – gli ultimi due bocciati dalla Corte costituzionale: una fase politica di rara complessità quella che vive il Paese, mentre pur a fronte di una ripresa economica che tuttavia rimane ancora molto incerta, emergono problemi relativamente nuovi derivanti anche dalle tensioni internazionali legati alla situazione in Ucraina. Il pesante aumento del costo dell’energia sta rischiando di interrompere il lento recupero del sistema economico-produttivo, le imprese dichiarano forti difficoltà ad andare avanti e a rimanere sul mercato, e molte si spingono fino alla concreta possibilità di ridurre drasticamente la produzione o persino di chiudere i battenti. E senza dimenticare che la crisi energetica si abbatte sulle famiglie direttamente con il caro bollette e indirettamente attraverso l’aumento dei prezzi al consumo che, oltre a creare problemi ai bilanci familiari, sta già facendo prevedere un’impennata dell’inflazione. 

Ecco, una situazione estremamente difficile che chiama in causa una decisa azione del governo con misure di sostegno alle attività produttive e ai nuclei familiari, che a loro volta inevitabilmente faranno lievitare il già pesante indebitamento pubblico. A fronte di tutto questo sarebbe necessaria una forte coesione della larghissima maggioranza che appoggia l’esecutivo Draghi. Ma è sotto gli occhi di tutti che le cose non stanno così: a un anno dalla nascita del nuovo governo, lo spettacolo che danno i partiti, e non da oggi, è quello di un’instabilità permanente. E molti osservatori pensano che si andrà avanti così per un anno e oltre, fino alle elezioni del 2023. Sempre che un incidente parlamentare, anche non calcolato, o la possibile determinazione di qualche partito numericamente o politicamente essenziale per la vita dell’esecutivo, non porti gli italiani alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. 

L’impressione è proprio questa: maggioranza e governo sembrano vivere se non alla giornata, alla settimana. Tiene, l’esecutivo, e forse terrà, ma lo sfilacciamento delle forze politiche che lo sostengono è evidente. E questo nonostante la figura del presidente Draghi, che molti vedono rafforzato dopo la turbolenta vicenda del Quirinale. Ora, si dice, il capo di Palazzo Chigi non avrebbe più vincoli, sicuramente non quelli che aveva fino alla vigilia della rielezione di Sergio Mattarella, nel continuo sforzo, diventato via via sempre più evidente, di cercare e mantenere il consenso dei partiti della maggioranza che in Parlamento avrebbero dovuto mandarlo al Colle. Ne è uscito deluso, Mario Draghi, e ormai non fa nulla per nasconderlo, o forse non gli riesce, neanche di dissimularlo, nonostante la tempra di cui è dotato. 

Ne è stata prova quella risposta sprezzante data nella prima conferenza stampa del dopo Quirinale a chi gli chiedeva se si sarebbe prestato a diventare in qualche modo un “federatore” di un possibile insieme di forze politiche di centro, o simil-centro che forse sarà, in vista delle prossime elezioni politiche; insomma, se sarebbe rimasto, ma nel suo caso si dovrebbe dire se sarebbe entrato, in politica: dopo questa esperienza un lavoro me lo posso trovare anche da solo. Che disprezzo, in queste espressioni! Per chi fa politica e forse perfino per la politica in quanto tale. E soprattutto per chi il lavoro lo perde, lo cerca e non lo trova. Il lavoro, proprio il lavoro con la L maiuscola, lo doveva mettere in campo Draghi! Lo sappiamo, i suoi interlocutori non sono De Gasperi, Togliatti, Moro, La Malfa, Craxi o Berlinguer. Tuttavia, una misura di rispettosa sobrietà non è mai troppa. Un’uscita di pessimo gusto, va detto, che a qualcuno è apparsa anche intinta in una dose di volgarità. Un cedimento umano, ma troppo umano per una figura come lui, uomo delle Istituzioni, che forse non a torto gli ha pure alienato qualche – diciamo – simpatia. 

Comunque, ora il capo del governo è o appare più forte. Di fronte alle posizioni divergenti dei partiti potrà far valere la sua opinione e le sue decisioni, più di quanto non potesse fare prima. O, viceversa, di mettere le forze politiche di fronte alle loro responsabilità. Come è accaduto nel caso della riforma del Csm e dei limiti alle “porte girevoli” dei magistrati. Su questi provvedimenti usciti dal Consiglio dei Ministri, ha annunciato Draghi, il governo non porrà la questione di fiducia. La parola passa al Parlamento, e ai partiti. Che è da una parte il rispetto del ruolo delle Camere, purtroppo venuto meno in questi ultimi due anni col precedente governo e con quello di oggi, ma dall’altra, e forse soprattutto, una chiamata dei parlamentari e delle loro forze politiche ad esporsi compiutamente di fronte ai cittadini che rappresentano. E un altro caso recente è stato quello del superbonus edilizio, sul quale a quanto pare sono state compiute colossali truffe ai danni dello Stato: e Draghi non ha esitato a chiamare in causa chi, e in primo luogo i Cinquestelle affiancati dal Pd, ha voluto questo provvedimento senza troppo curarsi del rigore dei controlli. Una versione, questa, in verità contestata dagli esponenti del partito di Grillo. 

Certo, il Paese ha bisogno di un capo del governo che decida anche a dispetto delle cangianti posizioni dei partiti che lo sostengono, come spesso è accaduto nei primi sei mesi di questo esecutivo. E le forze politiche, di contro, appaiono indebolite dalle vicende del Quirinale. E in tema Colle non si può non rilevare quell’imbarazzo in chi seguiva da casa la cerimonia, dovuto ai continui, troppi applausi del Parlamento riunito per ascoltare il discorso di insediamento di Mattarella. Imbarazzante davvero, e stucchevole, quel battere le mani ad ogni frase, più di un applauso al minuto, anche perché sebbene con toni misurati, Mattarella parlava di problemi che il Parlamento è chiamato a risolvere e che non ha risolto. Imbarazzante forse persino per un Presidente della Repubblica appena eletto. Si pensi a quale forza dirompente avrebbe avuto invece un riflessivo, lungo silenzio per tutta la durata del discorso, che si sarebbe potuto sciogliere alla fine con una sola, sentita ovazione. Chissà, forse cose per palati troppi fini che stentano ad abitare il Parlamento. 

Da quella settimana elettorale la destra, che già viveva palesi contrapposizioni tra i tre-quattro partiti che la compongono, con l’aggiunta delle altre formazioni minori che a loro volta cercano spazi di autonomia e di ruolo, è uscita frantumata. I partiti non hanno mai mostrato una compattezza di intenti. Tutt’altro. Anche la candidatura di Berlusconi è stata accolta più per compiacere l’aspirazione del fondatore di Forza Italia che, seppure con alterne vicende, tiene insieme ormai da quasi trent’anni lo schieramento di destra, che per vera convinzione. E dopo la sua rinuncia, ancora peggio è andata con le altre candidature, più o meno improbabili, che hanno messo a nudo le profonde divisioni di quella che sarebbe dovuta essere un’alleanza granitica. E certo, come hanno rilevato molti osservatori, non sono stati soltanto i pur logoranti veti della sinistra ad impedire il Colle a un esponente della destra. In quelle fasi è stato un trionfo di franchi tiratori. Il duello ormai eterno tra Lega e Fratelli d’Italia, l’uno in maggioranza e l’altro all’opposizione, con i sondaggi che premiano stabilmente il partito della Meloni ai danni di quello di Salvini, ha raggiunto il punto di rottura. E in mezzo, la rivendicazione di centralità nella coalizione, che gli altri non sono più disposti a riconoscerle anche perché elemento minoritario della compagine, da parte di Forza Italia, a sua volta premiata dalle intenzioni di voto. 

E ora si sollecitano chiarimenti. Giorgia Meloni chiede a Salvini da che parte vuole stare, e non solo perché l’una è all’opposizione e l’altro nella maggioranza: e il messaggio è contemporaneamente diretto a Forza Italia. I tre partiti sono ormai immersi nella campagna elettorale che durerà un anno, mentre si avvicina la scadenza del voto per le comunali. Con i rapporti ridotti ai minimi termini e con quel che emerge in queste prime battute del confronto per le candidature, il rischio per loro è di ripetere la disfatta che si è verificata nelle città chiamate alle urne a metà ottobre scorso. Eppure, tutti possono facilmente comprendere che per un successo alle urne nelle città e ancor più per le elezioni politiche, con una legge elettorale finalmente maggioritaria che rispecchi chiaramente la volontà degli elettori, ai partiti della compagine non resta che ricostruire anche faticosamente l’unità, magari al prezzo di inevitabili rinunce. Un discorso, peraltro, che altrettanto vale per gli avversari. In ogni caso, è bene che l’elettore al momento di deporre la scheda nell’urna sappia per chi e che cosa sta votando, per quale programma, per quali partiti prima del voto si sono impegnati a formare una maggioranza e governare insieme. 

Ma nel quadro politico se la destra piange, la sinistra certamente non ride, anche se il risultato della elezione per il Colle tutto sommato ha premiato la sua parte, più per insipienza degli altri che per propria scelta motivata e determinata. I Cinquestelle, che nel loro percorso camaleontico dichiarano ormai da tempo, ancorché non lunghissimo, di essersi scoperti di sinistra e pronti ad alleanze aborrite non nel secolo scorso ma soltanto fino a un paio di dozzine di mesi fa, stanno cercando tra carte bollate e confronto politico una via di uscita dal caos in cui sono piombati con la sentenza del tribunale di Napoli che ha azzerato il vertice del partito. Ma non è stato certo, e comunque non solo, l’intervento della magistratura a mettere in crisi la creatura di Grillo. È noto infatti che il capo Conte, nonostante il voto vicino al plebiscito che l’estate scorsa lo ha portato alla guida del partito (voto che ora è sotto la lente dei giudici) non è stato mai accettato da una parte del fu movimento che, col passare dei mesi, si è allargata sempre di più. Le sue indicazioni politiche – è il caso per esempio della scelta dei capigruppo alla Camera e al Senato, o i vari passaggi e trattative senza seguito più che senza successo sul voto per il Presidente della Repubblica – vengono regolarmente disattese. Le due linee in cui sono divisi i Cinquestelle, la governista e la movimentista, sono sempre più marcate. Gli abbandoni di parlamentari e militanti sono continuati. Lo scontro con Di Maio – al di là delle recenti parole al miele usate dal ministro degli Esteri, dopo quelle sferzanti, vere e proprie accuse lanciate non più di qualche giorno prima – lo ha visto sostanzialmente perdente, e il tutto lo ha reso ancor più debole di quel che era. L’intervento di Grillo, che a sua volta si ha l’impressione non abbia mai davvero ceduto lo scettro al Presidente, ha portato a una tregua. Ma forse è servito soltanto a porre un freno a quel cupio dissolvinel quale il partito stava precipitando con la richiesta di Conte a Di Maio prima perentoria, ineludibile e poi ritirata, di chiarire la sua posizione. E c’è chi si chiede se sia ancora valido quel giudizio di Grillo dell’estate scorsa sul presidente del partito allora solo candidato: “inadeguato”. E chissà quanti altri lo pensano.

Ecco, questa è la situazione in cui versa il maggiore alleato in quel “campo largo”, espressione già logora anche perché ormai da mesi ripetuta tutti i giorni come un mantra, vagheggiato dal segretario del Pd Letta. Il quale a sua volta, al di là della calma apparente delle ultime settimane, non dorme mica sonni tranquilli. E tra i temi che suscitano un aspro confronto, anche se finora tenuto sotto traccia e senza clamori, c’è proprio l’alleanza con i Cinquestelle. Non è un mistero, infatti, che una quota del partito, sempre più nutrita anche alla luce degli eventi più recenti, non vuole l’alleanza con il partito di Grillo, Conte e Di Maio. In primo luogo perché ritenuto inaffidabile. Ma se gli intenti, le visioni della società, i programmi contano qualcosa nelle alleanze politiche, le distanze tra le due forze politiche sono davvero siderali. Eppure, nonostante tutto, i due partiti sono riusciti a stare insieme per più di un anno col governo giallorosso. Ecco, appunto, a proposito di visioni e programmi che potrebbero comunque non contare. Basta, insomma, avere in mano il governo, il resto viene dopo. E poi ci sono le posizioni inconciliabili col partito di Grillo delle altre formazioni che dovrebbero far parte di quel campo largo di cui parla Letta; c’è la recente fusione di Azione con Più Europa di Calenda ed Emma Bonino; e poi Italia Viva di Renzi, e il gruppo di Bersani e Speranza. E non mancano i partitini in via di formazione che devono ancora decidere da che parte stare. Ma proprio in ragione di queste possibili o impossibili alleanze, nel Pd c’è chi preme perché al più presto e in ogni caso prima delle prossime elezioni politiche il partito celebri un congresso. Per stabilire un programma del partito e dell’eventuale campo largo, del quale Letta ha appena indicato alcuni punti, ma forse soprattutto per decidere chi farà le liste elettorali, anche in considerazione della riduzione del numero dei parlamentari.

Situazione politica quanto mai in divenire, dunque. Destra e sinistra forse troveranno il modo di ritrovare le rispettive unità per affrontare le elezioni politiche, soprattutto se la legge elettorale imporrà le aggregazioni, purché le alleanze siano chiare e con programmi condivisi che non abbiano la durata di un fine settimana. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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