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Ucraina: la legge sulla lingua nazionale minaccia le minoranze etniche europee nel Paese

Il tema della discriminazione delle minoranze etniche europee in Ucraina sta fomentando la tensione fra Kiev e alcuni Paesi dell’Unione Europea. Anche se quasi sempre i membri di UE e NATO concedono il loro sostegno formale alle rivendicazioni ucraine sulla Crimea e sui territori orientali controllati dai separatisti, le leggi sulla lingua nazionale costituiscono un ostacolo all’ingresso di Kiev nelle suddette organizzazioni. 

Una delle minoranze più numerose e politicamente organizzate è quella romena, che conta 150mila persone (circa lo 0,3% della popolazione dell’Ucraina stando all’ultimo censimento, quello del 2001) ed è concentrata soprattutto nella regione di Černivci (Cernăuți in lingua romena). La questione del trattamento nei suoi confronti è stata già sollevata presso il Parlamento Europeo e più di una volta affrontata anche dal governo di Bucarest. Atti di discriminazione si sono verificati persino con episodi di carattere intimidatorio. Nel 2018, ad esempio, si attivò il Ministero degli Esteri della Romania per protestare ufficialmente contro quanto avvenuto al Centro culturale di Černivci, che era stato oggetto delle attenzioni prima della Corte penale ucraina (che denunciò gli iscritto al Centro per incitamento a commettere azioni volte a modificare i confini del territorio dell’Ucraina in violazione della Costituzione) e poi del Servizio di sicurezza, che fece irruzione nei suoi uffici per sequestrare computer e materiale didattico. E quando non sono le autorità a maltrattare i rappresentanti delle minoranze nazionali, ci pensano con metodi spicci le organizzazioni di estrema destra: il problema è che se nei Paesi europei ogni mossa violenta di simili gruppi viene immediatamente biasimata e perseguita da governi e mass media, Kiev tende a tollerare i loro comportamenti ostili.

Il 1° febbraio i leader di Ucraina e Romania hanno tenuto un colloquio telefonico in occasione del trentennale dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Oltre al tema più pressante della crisi con la Russia, il presidente romeno Klaus Iohannis ha affrontato insieme all’omologo ucraino Volodymyr Zelensky quello dei diritti della minoranza romena, con particolare riferimento alla protezione della sua identità linguistica. Lo scorso settembre erano ripresi i negoziati della Commissione intergovernativa romeno-ucraina per la protezione dei diritti degli appartenenti alle minoranze etniche: con la delicata terminologia diplomatica che si conviene a queste occasioni, Iohannis in sostanza ha sollecitato a giungere presto a un nuovo protocollo da attuare, oltre che a riattivare il lavoro della Commissione nella sua totalità (in autunno le trattative erano infatti state riaperte solo dalle segreterie). Da parte sua, Zelensky ha detto di essere pronto a trovare le soluzioni più adatte alla questione della minoranza romena. Se contati insieme ai moldavi, con cui condividono l’idioma e l’appartenenza etnica, i romeni di Ucraina arrivano a formare quasi l’1% dell’intera popolazione. Su questo punto Bucarest batte fortemente, considerando artificiale la seperazione fra i due gruppi. Critiche al comportamento del governo ucraino erano comunque arrivate anche dalla stessa Moldavia, specialmente durante la presidenza di Igor Dodon, il quale denunciò il rischio di emarginazione dei moldavi puntualizzando che nel suo Paese, invece, i diritti della comunità ucraina venivano rispettati.

Uno dei punti di maggiore contrasto non solo col governo di Chișinău, ma anche con quelli delle altre nazioni che contano minoranze in Ucraina, è la legge sulla lingua per l’insegnamento scolastico. Nel 2015, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione, vi erano 78 scuole che usavano il romeno come idioma di insegnamento, 68 l’ungherese e 5 il polacco, senza contare quelle molto più numerose in cui si studiava in russo. Nel settembre del 2017 la Verchovna Rada, il Parlamento unicamerale dell’Ucraina, ha adottato una legge che impone nella scuola l’adozione esclusiva della lingua ucraina, nel 2019 ha allargato l’obbligatorietà a tutti gli ambiti della vita pubblica e dal 2020 la misura riguarda anche la scuola primaria. Kiev giustifica tali provvedimenti con la necessità politica di promuovere l’ucraino come unica lingua legittima, con la finalità di contrastare il potente elemento russofono del Paese: tuttavia, il grosso effetto collaterale è la discriminazione di almeno tre delle lingue ufficiali dell’Unione Europea, organizzazione nella quale l’Ucraina ormai da diversi anni desidera entrare. E con la scomparsa delle scuole che insegnano nelle lingue delle minoranze, la paura dell’ucrainizzazione forzata delle nuove generazioni ha fatto scattare l’allarme in Polonia, Bulgaria, Grecia e soprattutto in Ungheria. In Ucraina, infatti vi sono almeno tanti ungheresi quanti i romeni contati assieme ai moldavi, e Budapest è stata fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina nonché la prima ad aprire un’ambasciata a Kiev: dunque da parte ungherese l’irritazione è stata e continua ad essere particolarmente forte. Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó (tuttora in carica) a suo tempo commentò l’approvazione della legge come il momento più basso nelle relazioni bilaterali con l’Ucraina dal momento della sua indipendenza nel 1991, mentre il premier Viktor Orbán bloccò l’incontro del rappresentante ucraino coi Ministri degli Stati membri della NATO. L’Ungheria ha poi presentanto un memorandum su tale legge considerata discriminatoria e quindi non conforme ai principi dell’Unione Europea. Forse anche a seguito della pressione internazionale, Kiev ha prorogato fino al 1° settembre 2023 il periodo transitorio per l’applicazione delle norme sull’uso della lingua ucraina a scuola e negli uffici pubblici, ma resta intensa la preoccupazione di Budapest per la minoranza ungherese (presente soprattutto nella regione della Transcarpazia), i cui rappresentanti non sono stati nemmeno interpellati da parte di Kiev per esprimere una posizione sull’argomento.

L’ultima norma in ordine di tempo che va a implementare il piano di nazionalizzazione della lingua è entrata in vigore il 16 gennaio, generando preoccupazione anche nello Human Rights Watch, organizzazione non governativa con sede a New York che si occupa della difesa dei diritti umani. La legge riguarda i giornali registrati nel Paese, che dovranno pubblicare in ucraino oppure aggiungere ai propri articoli in un’altra lingua anche una versione in ucraino. Inoltre, nelle edicole almeno la metà della stampa in vendita deve essere scritta in ucraino. Già la Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, aveva detto chiaramente che diversi punti della legge non assicurano il giusto bilanciamento fra la promozione dell’ucraino come lingua ufficiale dello Stato e la salvaguardia dei diritti delle minoranze. Oggi l’altissimo livello di politicizzazione della questione linguistica è stato messo in luce anche dall’HRW, che pur facendo salvo il diritto di Kiev a rafforzare l’identità nazionale, esorta il governo a garantire un maggiore equilibrio fra la sua visione e il rischio di una discriminazione delle minoranze che adesso non è più solo di fatto, ma sta diventando anche di diritto.

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52 anni, padre di tre figli. E' massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

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