Quando l’obbedienza sostituisce i diritti: il manifesto di libertà di Maria Corina Machad edito dalla Silvio Berlusconi Editore

Quando l’obbedienza sostituisce i diritti: il manifesto di libertà di Maria Corina Machad edito dalla Silvio Berlusconi Editore

4 Settembre 2026 0

‘Per tutta la vita ho sentito ripetere queste parole ‘è impossibile’,  ‘ciò che dici è impossibile’, ‘ciò che proponi è impossibile’, ‘ciò che stai cercando di fare è impossibile’. Era impossibile, dicevano, che una persona nata da una famiglia benestante venisse accettata, e tanto meno amata, dai poveri e dagli umili. Eppure tra i poveri e gli umili io ho trovato una casa. Si sono fidati di me, e ci siamo ritrovati insieme.

Il libro del premio Nobel per la Pace 2025 Maria Corina Machado ‘The Freedom Manifesto’ – edito dalla Silvio Berlusconi Editore – è il racconto di un sogno impossibile quasi realizzato, una lotta per la libertà partita dal basso, ma guidata da una donna della classe media, che ha saputo raccogliere il sentimento profondo di un Paese per mettere alle corde uno dei regimi comunisti moderni più brutali e spietati.

26 anni di vita sotto regime

Corina Machado è riuscita attraverso le poche leggi del Venezuela sopravvissute al regime a certificare a livello internazionale i brogli elettorali che il 28 luglio del 2024 hanno riconfermato il dittatore Nicolas Maduro alla guida del Paese. Il premio nobel per la Pace ricostruisce nella sua opera le motivazioni per cui il Venezuela si trovi di fatto da 26 anni sotto un regime, dopo decenni di sviluppo e libertà.

Durante la nostra epoca democratica dal 1958 al 1999 – spiega Corina Machado – grazie al petrolio, il Venezuela viveva nell’abbondanza. Col passare del tempo molti avevano finito per credere che il loro diritto a riceverne una parte derivasse dal solo fatto di essere venezuelani. Ma niente è gratis. Niente. Bisogna sempre dare qualcosa in cambio. Ciò che le persone della mia generazione e delle generazioni precedenti hanno capito solo quando ormai troppo tardi, era proprio quello che stavamo cedendo in cambio: il nostro potere di decidere.

L’autrice narra come il privilegio sia degenerato a poco a poco in corruzione e il merito non fosse più premiato; lo erano invece l’obbedienza e la dipendenza, scomparì nella società il concetto di responsabilità: il terreno all’ascesa di dittatori come Chavez e Maduro era pronto. La vendetta e il risentimento vennero venduti come giustizia e un’uguaglianza forzata fu presentata come risarcimento dei torti percepiti,  il tutto a scapito della democrazia e della libertà individuale,  del diritto del popolo venezuelano di decidere il proprio futuro.

La libertà fragile venezuelana

Nel 1999, quando Chavez salì al potere – ricorda la Machado – avevamo già dimenticato di quanto fragile fosse la nostra libertà. Il Venezuela somigliava ormai alla proverbiale rana in una pentola d’acqua che si riscalda lentamente. Molti all’inizio non si rendevano minimamente conto di quanto fosse grande la posta in gioco e a metterlo in chiaro ci pensò al regime.

Chavez, come prima cosa, mise sotto controllo il sistema giudiziario e poi mise le mani su tutta le filiera del petrolio: di fatto diventò uno strumento di controllo politico. ”Una delle maggiori compagnie petrolio al mondo – spiega la premio Nobel – finì in un tratto nelle mani di un dittatore e dei militari a lui fedeli, trasformandosi in strumento politico totalmente sottomesso al volere di Chavez e in una fonte di arricchimento personale su scale inimmaginabile”.

Quando tutto è nelle mani di uno Stato autoritario, i premi per la fedeltà sostituiscono i diritti e uscire da queste dinamiche risulta pressoché impossibile.

Per imporre obbedienza – ricorda la Machado  – fu creata una rete di agenti politici sul territorio, i cosiddetti capi strada. Questi agenti locali avevano il compito di sorvegliare la popolazione strada per strada, inserendo i nominativi in una enorme banca dati, il cosiddetto ‘sistema Patria’, in cui viene registrata qualsiasi informazione su ogni cittadino.

Le ingerenze estere

Secondo l’autrice questo ‘grande fratello’ di Stato è stato realizzato grazie alla collaborazione di Cuba e della Cina. La Machado ricorda come sotto Chavez fosse la norma  infliggere punizioni pubbliche, soprattutto a giudici e giornalisti, anche e sopratutto attraverso le loro famiglie.

Così chi era costretto a scappare all’estero, rimaneva comunque ricattabile tramite i parenti rimasti in patria. Il regime del resto ha ben compreso l’importanza delle migrazione: costringendo oltre 8 milioni di venezuelani a lasciare il Paese ha ottenuto contemporaneamente un alleggerimento della pressione interna in termini di cibo ,  elettricità e medicina, ma anche una disgregazione delle famiglie, nucleo della società venezuelana.

La chiesa cattolica – sottolinea Corina Machado – è rimasta una delle forze più salde della società venezuelana. In fin dei conti oltre il 90% della popolazione è di fede cristiana. Ma nemmeno  questa istituzione è stata risparmiata da tentativi di terrorizzarla per ridurla al silenzio.

La scintilla

Corina Machado sarebbe stata destinata a prendere le redini delle attività imprenditoriali del padre, ma in seguito ad una visita ad un orfanotrofio di Caracas nel 1993, insieme alla madre, le condizioni di indigenza dei piccoli della struttura fecero maturare in lei il desiderio irrefrenabile di fare qualcosa.

Insieme alla madre costituirono una Fondazione, che si sarebbe occupata dei bimbi indigenti, con un certo grado di autonomia riseptto allo Stato. Il dado era tratto: quando verso il 2002 il chavismo arrivò ad attaccare la libertà di parola, di proprietà e di associazione, con cinque amici Corina Machado si chiese cosa avrebbero potuto fare, pacificamente, per opporsi a tale deriva.

La risposta, scoprimmo, – ricorda l’autrice –  era già scritta nella Costituzione del Venezuela, che consentiva ai cittadini di chiedere  un referendum revocatorio su qualsiasi titolare di una carica elettiva, compreso il capo dello Stato, purché avesse completato metà del mandato.

Ong Sumate

Fu creata per l’occasione la Ong Sumate (unisciti a noi n.d.r) e l’impresa riuscì: furono raccolte 600 mila firme in più rispetto alla soglia minima. Il Governo non accettò la petizione e le firme furono nuovamente raccolte. Chavez riuscì comunque a bloccare il referendum, ma per la prima volta capì che il popolo  gli aveva voltato le spalle e perciò reagì in modo ancora più violento e autoritario.

Anch’io – ricorda Corina Machado – ho capito una cosa. Non potevo starmene ancora in disparte. Entrare in politica era l’ultima cosa che avrei mai immaginato di fare. Ma nel 2008 sentivo che avevamo raggiunto i limiti di ciò che si poteva ottenere come società civile.

Nel 2010 la Machado si candidò e vinse un seggio all’Assemblea nazionale con un record di preferenze, cosa che disturbò molto il regime. Il culmine della violenza politica arriverà con l’aggressione fisica in Aula nel 2013, sotto la guida Maduro, quando la Machado sarà aggredita fisicamente, riportando gravi fratture al naso.

Fu quello il giorno – spiega la ‘pasionaria’  venezuelana  –  in cui compresi appieno la vera natura dal regime, e con essa l’impossibilità di riformare istituzioni che ormai erano svuotate.

La disperazione diffusa

”Dal 2022 – ricorda la premio Nobel per la Pace 2025 – c’era un senso di disperazione diffuso, una stanchezza dopo anni di repressione da parte di un regime  brutalmente deciso a tenersi il potere”. Eppure proprio quel sentimento porterà la Machado allo scontro finale: sfidare direttamente Maduro. Nel 2023 parte così la campagna elettorale della ‘pasionaria’ venezuelana attraverso il Paese: il divieto di espatrio del 2013 e sopratutto il divieto di prendere voli interni, la aveva costretta per anni a girare in auto e con ogni mezzo consentito il Paese, ponendo le basi del suo successo alle primarie dei partiti di opposizione con il 92,3%.

Il regime, nonostante un accordo internazionale, le vieterà di partecipare alle Presidenziali e farà arrestare tutti i membri del suo team elettorale. La stessa sorte toccherà alla sua sostituta Corina Yoris, professoressa di filosofia 80enne, ritenuta pericolosa probabilmente per l’omonimia. Alla fine l’arduo compito di sfidare Maduro toccherà al mite diplomatico in pensione Edmundo Gonzales.

Da quel momento – racconta la Machado – ho iniziato a percorrere il Paese lungo il largo portando con me un manifesto con il volto di Edmundo e  dicendo alla gente ‘se volete votare per me, votate per lui’. Nei nostri comizi non c’era nemmeno il palco, parlavo in piedi salendo su un’auto. L’ultimo comizio prima delle elezioni ha richiamato per le strade di San Cristobal quasi 200 mila persone, è stato il più grande raduno pubblico nella storia di quella città.

Oltre il voto

La leader dell’opposizione sapeva però perfettamente che non sarebbe stato sufficiente vincere in modo schiacciante nelle urne rispetto a Maduro, ma che sarebbe stato fondamentale poterlo dimostrare al mondo. Perciò si organizzarono manuali da distribuire in tutto il Paese per riuscire a entrare in possesso delle ‘acta’, i verbali elettorali stampati elettronicamente alla chiusura dei seggi.

Tutto il nostro sforzo – spiega Corina Machado – si riassumeva in un’unica istruzione , ripetuta migliaia di volte ai nostri volontari in ogni angolo del Paese: prendete l’acta e custoditela a prezzo della vita. Per difendere quel voto ci eravamo prefissati di reclutare 600.000 volontari, ne abbiamo trovati molti di più.

Alle 16 di sera del 28 luglio, a seggi appena chiusi, i risultati tardavano ad arrivare: era il segno che il regime aveva iniziato ad espellere i testimoni di seggio, per evitare che mettessero le mani sulle acta. Ma la macchina dell’opposizione era preparata e grazie anche ad atti eroici, conseguì il risultato.

Il giorno successivo alle elezioni – assicura la Machado – avevamo già scansionato e pubblicato l’85% degli acta, abbastanza da rendere il risultato matematicamente irreversibile. I dati dimostravano che Edmundo Gonzales Urrutia aveva ottenuto 7 milioni di voti, più del doppio di quelli di Nicolas Maduro. Perfino se Maduro fosse riuscito a conquistare in qualche modo, tutti i voti che dovevamo ancora elaborare, avrebbe ugualmente  chiuso con un milione di voti in meno di Edmund.

Ovviamente il regime reagì annunciando dati diversi, con una vittoria di misura di Maduro, ma non fornendo alcuna prova. ”A tutt’oggi – denuncia la Machado – non ha ancora pubblicato i risultati dettagliati. Noi invece lo abbiamo fatto”.

La “pulizia”

All’indomani del voto molti venezuelani sono stati fatti sparire, arrestati e torturati. Alcuni sono ancora in prigione solo per aver adempiuto al loro dovere civico.  ”L’ultima volta che ho dormito nel mio letto – ricorda la premio Nobel  – è stata quella che ha preceduto le elezioni del 28 luglio 2024”. Da allora Corina Machado non ha più potuto rientrare a casa, rimanendo in clandestinità per 16 mesi. Con l’aiuto degli Stati Uniti, nel dicembre del 2025 ha lasciato il Venezuela.

Nella parte centrale del libro, l’autrice inserisce il suo manifesto politico, dove sono enunciati alcuni principi fondamentali ed irrinunciabili per il ritorno della democrazia in Venezuela.”Quando ho scritto ‘The Freedom Manifesto” – spiega l’autrice –  il mio scopo era esprimere la vera natura della società venezuelana“.

Figure simbolo

La seconda metà del volume è invece dedicata ad alcune figure simbolo di quel popolo che, col voto del 2024,  è riuscito a mettere il dittatore Maduro alla berlina del mondo.

Le storie che state per leggere – spiega la Machado – sono il ritratto di un Paese. Sono storie di madri che chiedono giustizia per i loro figli. Di difensori dell’ambiente che proteggono la loro terra depredata. Di lavoratori, di sostenitori dei diritti umani, di leader di comunità, di attivisti che hanno scelto di alzare la voce quando sarebbe stato più facile – e più sicuro – rimanere in silenzio.

E anche grazie al libro di Corina Machado tutti questi martiri della democrazia, non saranno più dimenticati.

Fabio Grosso
fgrosso

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