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Stati Uniti: ancora polemiche sul nuovo missile Sentinel, costi eccessivi e rischio di guerra nucleare accidentale

Già ai tempi dell’amministrazione Obama, gli Stati Uniti si erano impegnati politicamente e finanziariamente nella modernizzazione di una delle componenti della “triade nucleare”, cioè i missili balistici intercontinentali (ICBM). Circa un mese fa sono riusciti a fare un piccolo passo avanti: dopo lunghe riflessioni, hanno trovato un nome con cui battezzare l’LGM-35, il missile che andrà a sostituire il Minuteman III, ancora in servizio dopo cinquanta anni. Si tratta in realtà di un vero e proprio sistema missilistico basato a terra, denominato anche Ground Based Strategic Deterrent (GBSD), che nella dottrina nucleare americana affianca i sistemi di lancio da sottomarini e gli ordigni da lanciare coi bombardieri tipo il B-52 Stratofortress. La nuova arma dovrebbe entrare in funzione nel 2029 e si chiamerà Sentinel. Il nome è stato scelto dalla Air Force in base alla riflessione sulla concezione di “deterrenza strategica” propria degli Stati Uniti: come spiega Frank Kendall, Segretario dell’Aeronautica Militare, col termine “sentinel” si vuole ricordare al pubblico americano l’opera di vigilanza che le Forze aeree svolgono da decenni in maniera silenziosa e responsabile. Determinare l’appellativo popolare da dare all’LGM-35 è stato un procedimento somigliante più a un’analisi di marketing fatta da pubblicitari che alla scelta di militari: d’altronde, i contribuenti vanno convinti anche in modo inconscio che sia giusto usare il budget statale per un missile da centinaia di miliardi di dollari. Come spiega lo storico militare Don Koser, tra i fattori considerati per valutare il nome migliore vi erano anche la semplicità e il grado di riconoscimento e di apprezzamento da parte del pubblico. Così, passata l’epoca dei mitologici Titan e Atlas e dei nomi dal richiamo coloniale come Minuteman (il titolo dei membri della milizia durante la Guerra d’indipendenza), oggi la Air Force voleva individuare una parola che fosse più facilmente “comprensibile” agli americani. È d’accordo Tom Karako del Center for Strategic and International Studies di Washington, per il quale la metafora della sentinella che monta la guardia si adatta benissimo alla visione del cittadino medio. Karako aveva già scritto della necessità di ridenominare gli armamenti americani: acrononimi e cifre vanno bene solo per certi armamenti, mentre gli strumenti di deterrenza, il fondamento della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, meritano un nome adeguato, che evochi la storia, l’onore e il rapporto con il passato.

E convincere i contribuenti dell’opportunità di spendere miliardi per molti anni a venire non deve essere semplice, posto che anche a livello politico non tutti sono concordi sull’effettiva necessità di questo passo. Dal canto suo, la Air Force sostiene che creare un nuovo sistema sia meno oneroso che mantenere in servizio i missili intercontinentali attuali; ribadisce il concetto il Dipartimento della Difesa, che stima tale risparmio in 38 miliardi di dollari e ritiene il Sentinel indispensabile per avere la capacità di deterrenza richiesta dal confronto con Cina e Russia, oltre che per mantenere la stabilità a livello globale. I critici dicono, al contrario, che il Sentinel aumenterà i rischi di un conflitto con le altre superpotenze e che è inefficiente e sproporzionato rispetto alla sua funzione di deterrenza. Ma il vero problema resta il costo: anche fra gli stessi Democratici vi sono gli scettici che hanno cercato di far togliere i fondi o di far approvare ulteriori studi di fattibilità prima di impegnare lo Stato in spese di tali dimensioni. Le prime voci critiche, riguardanti l’opportunità di tenere vita il concetto stesso di ICBM, erano arrivate già nel 2016 e tuttora vengono riprese e citate dagli esperti. La rivista on-line “Defense One”, specializzata in questioni militari americane, riporta le parole di William Perry, Segretario della Difesa dal 1994 al 1997 per l’amministrazione Clinton: a dover essere ritirati sarebbero gli ICBM nel loro complesso, sia per i costi esorbitanti sia per la pericolosità insita nella loro natura, che può dare luogo a una guerra nucleare accidentale. I missili intercontinentali sarebbero infatti alcune fra le armi più pericolose del mondo”: spiega Perry che nel caso in cui i sensori indichino che missili nemici stanno volando verso il territorio degli Stati Uniti, il Presidente dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di lanciare gli ICBM prima che i missili nemici li possano distruggere – ma una volta lanciati, è impossibile annullare la missione. Il Presidente avrebbe meno di 30 minuti per prendere quella terribile decisione. E non è una questione accademica. Mentre la probabilità di un lancio accidentale è bassa, gli errori umani e quelli tecnici capitano, dice Perry, che afferma di aver sperimentato egli stesso il brivido di un falso allarme 40 anni orsono, quando era Sottosegretario alla Difesa per la progettazione e la ricerca. Una notte venne svegliato per essere informato che i computer avevano individuato 200 ICBM sovietici in arrivo; dopo un lungo momento di angoscia, un generale all’altro capo del filo gli spiegò che era solo un falso allarme e che aveva solo bisogno che lo aiutasse a capire cosa poteva aver causato l’errore dei computer. Perry conclude che il mantenimento di questa forza nucleare è inutilmente costoso e sovradimensionato: si parla persino di mille miliardi di dollari spalmati nei prossimi trent’anni, ma una cifra del genere toglie i fondi necessari a conservare il vantaggio competitivo delle forze convenzionali e a creare le competenze che servirebbere a contrastare altre minacce potenti quali il terrorismo e gli attacchi informatici.

E ancora lo scorso gennaio una polemica sul sistema GBSD è scoppiata a seguito di uno studio commissionato dal governo al Carnegie Endowment for International Peace. Scopo della relazione è quello di esaminare “i rischi e i benefici relativi delle varie opzioni con riferimento alla componente basata a terra della triade nucleare degli Stati Uniti”. Il costo dell’analisi del think tank è di appena 75mila dollari, una cifra ridicolmente bassa impiegata però per uno scopo sensato, cioè valutare se proseguire o meno in un programma che durerà decenni e che costerà miliardi ai contribuenti. Ma ciò è bastato a scatenare l’ira dei sostenitori del Sentinel, in particolare i due Congressmen Mike Rogers dell’Alabama e James Inhofe dell’Oklahoma, che hanno fatto notare in maniera piccata come la materia sia già stata accuratamente studiata e come questo “spreco di soldi” non possa trovare nessun elemento che contraddica quanto stabilito dai precedenti dieci anni di analisi e valutazioni.

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52 anni, padre di tre figli. E' massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

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