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Smart working in lockdown: anche la lingua italiana è malata

Ha fatto furore un video nel quale in modo garbato, ma estremamente efficace, il poeta Paolo Gambi “traduce” in italiano una normale conversazione tra… italiani. Esatto: italiani che chiacchierano tra loro nello strano idioma del XXI secolo, che è la lingua di Dante contagiata da parole inglesi usate a sproposito. Gli inglesismi, a partire dal mondo del business, sono penetrati proprio come un virus in ogni ambito della vita quotidiana. E in tempi di lockdown – insomma, di quarantena – il fenomeno sta peggiorando.

Infografica – La biografia dell’intervistato Paolo Gambi

– Paolo, come sta la lingua italiana? Era moribonda già prima del virus?

– La nostra lingua è ancora viva e vitale, per fortuna. Ogni giorno rinasce, cambia, si riassesta. L’uso di parole straniere è insito nel processo quotidiano di reinvenzione: ai tempi di Roma i prestiti arrivavano dal greco, nell’Ottocento si prendeva dal francese, dal XX secolo in poi domina l’inglese. Il punto è che l’uso è ormai divenuto un abuso, e preoccupa molto la velocità di questo fenomeno, talmente rapido e potente da sembrare inarrestabile.

– Quali sono gli esempi più stupidi di parole inglesi usate al posto di quelle italiane? Pensiamo a “mission”, dove basta togliere la vocale finale per darsi un tono.

– Rumour, community, villain… ma andiamo in ordine alfabetico: brand / marchio, concept / idea di base, fitness / ginnastica, gossip / pettegolezzo, party / festa, meeting / incontro, sexy / sensuale, team / squadra, e ce ne sarebbero molte altre, anche se detesto in particolar modo background (fondo, retroterra), backstage (dietro le quinte) e workout (allenamento).

– Lei chiede semplicemente di tornare a usare le parole italiane: ma a qualcuno è bastato per accusarLa di provincialismo.

– Io sono un provinciale e ne vado fiero! La provincia è meravigliosa. Il “mondo piccolo” è ciò su cui si fonda la grande cultura italiana. Il provincialismo a cui alludono i sedicenti cosmopoliti è in realtà il loro stesso atteggiamento: credere che altre culture e altri Paesi siano intrinsecamente migliori di noi e quindi li copiano, anzi li scopiazzano pensando che qualche piuma colorata trasformi una gallina in un pavone. Se chiedo di evitare l’abuso dell’inglese, è proprio perché amo la lingua di Shakespeare. Sentire gli italiani storpiare l’inglese nella parlata quotidiana mi fa rabbrividere: se qualcuno mi chiede “questo week ci vediamo?”, pur capendo che ha solo abbreviato “week-end”, mi far venire voglia di rispondergli “sì, ci vediamo martedì, d’accordo?”.

– Il coronavirus ci ha regalato nuovi fantastici inglesismi. Mentre la chiusura delle attività è diventata “lockdown”, i podisti ora sono tutti “runner” e lavorare da casa è “smart working”. A quali livelli di degrado ci porterà la quarantena? 

– Di questi tempi, a intorbidire ulteriormente la lingua sono coloro che per lavoro devono rappresentare e tutelare i nostri interessi, cioè i politici: nei documenti ufficiali e nei messaggi alla popolazione dicono che allargheranno la red zone, combatteranno le fake news, non ricorreranno all’helicopter money… Insomma, veramente un bell’esempio.

– Ammesso che abbia senso parlare di “colpa”, a chi possiamo attribuire la responsabilità della rovina linguistica? Alla scuola, alla televisione, ai giornali? A certi intellettuali che influenzano le masse?

– La questione comprende tutti noi, la colpa è collettiva, ma una grossa responsabilità, anche se non se ne rendono conto, ce l’hanno i giornalisti del mainstream (sì, si fanno chiamare così) ovvero quelli più letti e più autorevoli: il loro livello di professionalità è scadente. Giornalisti e scrittori poco preparati usano parole inglesi per ammantare di importanza le parole comuni, e le persone ci cascano perché non sanno le lingue. Credo che se a scuola le lingue fossero insegnate di più e meglio, gli italiani non accetterebbero di vederle deformate. E se guardiamo al mondo della cultura allora dovremmo davvero disperarci, constatando che tra gli autori di maggior successo troviamo Saviano e la Murgia. La loro non è cultura, ma emanazione di una propaganda politica autoreferenziale e improntata al disprezzo verso gli italiani.

– Ci sono settori in cui gli inglesismi sono plausibili, come la finanza o il business, poiché le aziende italiane sono esportatrici per definizione e hanno costantemente a che fare con colleghi esteri, con cui appunto comunicano in inglese. Ma perchè gli inglesismi penetrano con tale facilità anche in altri ambiti della nostra vita?

– Non è facile stabilire quale sia il meccanismo mentale che ci ha portati in questo vicolo cieco. Non credo si tratti semplicemente di parole che rimangono “attaccate alla bocca” dopo averle usate nel contesto lavorativo cinque giorni alla settimana otto ore al giorno. Agisce invece quel provincialismo cui accennavamo, che induce a mostrare agli altri che l’inglese noi lo sappiamo, che lo parliamo così spesso che poi ci viene naturale usarlo anche nelle normali conversazioni. Non penso invece ci sia ammirazione vera e propria verso i modelli angloamericani o voglia di sentirsi “come loro”: è certamente così per un buon numero di italiani, ma non è il fattore scatenante dell’uso dei vari cooldeadline, ticket.

– Un’idea per risanare la nostra mentalità potrebbe essere mostrare quanti termini italiani sono effettivamente usati da altre nazioni, persino negli Stati o in Gran Bretagna.

– Certamente! Forse molti non sanno che nei menù di mezzo mondo si trovano pastapanini e pizzecoi nomi più fantasiosi: magari capirebbero quanto è odioso vedere uno straniero che usa a casaccio una parola italiana. Invece, gli italiani che sanno che lo Stivale è apprezzato in tutto l’universo per il cibo, la moda e la dolce vita, perché poi dicono di mangiare street food, di lavorare nel fashion e di avere un lifestyle molto trendy? E non ci sono mica solo parole legate al cibo, all’arte o alla musica, ma in giro per il mondo sentiamo dire: paparazzo, bravo, casanova, felicità, graffiti, riviera, bambino, al fresco. Gli stranieri, in particolar modo gli anglosassoni, adorono le parole latine: sì, proprio quel latino che i nostri ministri dell’Istruzione vorrebbero cancellare dalla scuola. Gli inglesi dicono curriculum, a priori, per se, bona fide. Non ci basta per rivalutare le nostre radici?

– Si va lentamente verso la creazione di un nuovo idioma, oppure gran parte dei termini stranieri scompariranno dall’uso quotidiano una volta passati di moda?

– Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un indovino: mi limito a constatare che le parole arrivate all’improvviso, come quelle legate al coronavirus, spariranno altrettanto velocemente – l’importante è che sia il virus ad andarsene il prima possibile… 

– Ci sono autori o libri che consiglierebbe agli italiani che hanno disimparato la lingua? Qualche testo che ci restituisca il piacere dell’italiano?

– Torniamo ai classici. Ma se proprio Leopardi vi annoia, allora ripeschiamo gli ultimi grandi autori del XX secolo. Umberto Eco: tutti conoscono “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault”, ma quanti li hanno letti sul serio? Giovannino Guareschi: lo scrittore italiano più tradotto al mondo, uno dei più venduti, candidato al Nobel, eppure messo in un limbo, quasi dimenticato: un oblio per motivi politici. Ma questo spunto ci porterebbe troppo in là, magari ne parliamo alla prossima intervista…

– Chiusi in casa e lavorando meno, potremmo leggere di più?

– Forse a prima vista non sembra, ma i dati di vendita dicono che gli italiani in quarantena stanno leggendo più libri del solito. Quindi c’è ancora speranza!

– Come fare per restituire prestigio alla nostra lingua agli occhi degli italiani stessi?

– È molto meno utopistico di quanto appare. Il mondo della cultura dovrebbe dare spazio agli autori nuovi, a quelli capaci di scrivere senza ricorrere agli inutili inglesismi, a quelli che esaltano l’orgoglio nazionale (senza alcuna impronta politica o nostalgica): così passerebbe il concetto che vivere da italiani è un’esperienza meravigliosa e che di conseguenza la lingua italiana ha una dignità e una praticità eccezionali.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

  • Daniele Barbi
    10 Aprile 2020 at 23 h 48 min

    Articolo da diffondere per evitare il proliferare di sciocchezze linguistiche. Gli inglesismi sono una malattia contagiosa ed ormai stanno attaccando con virulenza le altre lingue.Anche in tedesco fece inorridire i puristi l’uso di Handy al posto di Mobiltelefon: una finta parolina inglese sconosciuta nel mondo anglosassone.
    Ritornando all’articolo mi stupisco dell’uso di smart working al posto dell’italianissimo telelavoro – fra l’altro in inglese, se non ricordo male il lavoro a distanza si traduce con tele working !
    E poi dai, etichettare come lavoro intelligente qualcosa già possibile da anni e bloccato da una classe dirigente poco intelligente e flessibile, mi pare proprio un paradosso,

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