Sono più i contro che i pro per l’adesione affrettata dell’Ucraina alla UE

Sono più i contro che i pro per l’adesione affrettata dell’Ucraina alla UE

24 Febbraio 2026 0

Il destino dell’Ucraina si sta delineando come quello di un Paese ombra di sé stesso, con una popolazione attiva in gran parte emigrata e le strutture sociali tutte da ricostruire. E anche quelle politiche languono nell’indeterminatezza, con un’Unione Europea che si tiene stretta Kiev senza concederle pieni diritti di membro UE. Sostanzialmente sfruttandola in prospettiva futura per la difesa, le risorse e la forza lavoro. E come pedina internazionale.

Percorso agevolato

L’Ucraina ha ottenuto lo status di Paese-candidato già nel giugno 2022, cioè qualche mese dopo l’inizio delle ostilità. Da parte di Bruxelles si è trattato di un gesto di natura squisitamente politica, visto che altri Paesi in lista d’attesa con più titolati meritavano concessioni ben prima di Kiev. Oltre tutto, il percorso di adesione alla UE è qualcosa di complesso e di lungo. Dura anni, poiché richiede riforme estese e sostanziali trasformazioni delle strutture economiche e giudiziarie di un Paese. Lo scorso dicembre la Commissione ha fieramente proclamato i significativi progressi fatti dagli ucraini nell’esecuzione dei “compiti a casa”. Ma tutti sanno che è stato l’ennesimo slogan ad uso e consumo degli europeisti accaniti.

Infatti non si è ancora lavata la macchia lasciata dal tentativo di Zelensky di mettere sotto il controllo della presidenza le due agenzie nazionali anti-corruzione, mentre gli scandali degli ultimi mesi mostrano come il marciume sia più profondo di quanto vorrebbe illuderci la von der Leyen. Alcuni governi hanno fatto presente che il termine del 2027 per l’accesso dell’Ucraina è totalmente irreale. Zelensky si era già messo a esultare pubblicamente, ma sa benissimo che senza un accordo di pace e senza le elezioni non potrà entrare nella UE.

Metodi creativi, ma poco giustificabili

Gli euroburocrati si stanno scervellando per trovare soluzioni creative, ma che devono essere convincenti dal punto di vista legale. L’idea di un ingresso “a credito”, con le riforme da terminare dopo l’adesione, rende felice i filo-ucraini, ma scontenta pesantemente i governi che hanno già fatto il lavoro richiesto e che si vedono scavalcare dal Paese più povero e corrotto del Continente. Anche l’idea di un ingresso graduale (sebbene a tappe forzate), oltrepassa i limiti delle norme vigenti e va giustificato politicamente e giuridicamente. Dunque l’Ucraina rimane e rimarrà chissà per quanto una “zona grigia” che può attirare investimenti dall’estero tanto quanto generare rischi di portata internazionale. Tale situazione non dispiace troppo al Cremlino, che vede così neutralizzata di fatto la minaccia costituita dal regime di Kiev.

I pro dell’adesione affrettata

Per ora rimane un’Ucraina eterodiretta dagli alleati europei e instabile sotto il punto di vista politico, nella quale le forze politiche russofile potrebbero tornare a dire la loro, poiché rappresentano, checché ne dicano i media occidentali, una parte significativa della cittadinanza. Oltre a quelli di carattere geopolitico – piuttosto deboli se visti nella prospettiva delle grandi potenze globali – i motivi per cui Bruxelles ha tanta fretta di inglobare l’Ucraina sono di carattere economico. I Paesi UE hanno già investito tanto in un Paese fiaccato e demolito dalla guerra e vogliono cominciare a vedere i frutti dei miliardi gettati su quel terreno accidentato. Integrare l’Ucraina nel blocco europeo significherebbe anche avere a disposizione il granaio continentale e le fabbriche di armi, che oggi lavorano alacremente.

I contro dell’adesione affrettata

Cibo e difesa a poco prezzo e in quantità: niente male, se non per una serie di piccoli inconvenienti. Ad esempio le condizioni di produzione dell’uno e dell’altra, che lasciano parecchio desiderare sotto il profilo della transizione green che oggi “impongono con le buone” agli Stati membri. Oppure il fatto che i maggiori produttori agroalimentari dei Paesi membri abbiano già protestato fortemente per l’afflusso del grano ucraino scontato e di bassa qualità, che sta rovinando i vari produttori nazionali.

Inoltre, finché banalmente non si sa come terminerà la guerra, in tanti sono restii a prendersi la responsabilità di un Paese che potrebbe finire spaccato in diversi pezzi o con una sovranità ridotta o annullata. E se l’accordo di pace è insoddisfacente, le ostilità potrebbero ricominciare. Stavolta tirando direttamente in mezzo la UE. Insomma, una difesa collettiva europea che comporti l’Ucraina è una prospettiva allettante per gli euro-falchi, ma altamente rischiosa nel breve e nel medio periodo.

Le preoccupazioni dei Paesi membri

Gli Stati membri più popolosi e ricchi (ma comunque in perenne rischio di veder saltare il proprio bilancio), temono che accollarsi per sempre l’Ucraina implichi la certezza di impoverimento, nonostante qualsiasi beneficio Kiev possa apportare. Quelli meno facoltosi temono di perdere i sussidi di cui godono, perché verrebbero diretti verso l’Ucraina. Per non dire poi delle contese storiche dell’Ucraina con alcuni vicini, che non si sono davvero mai sopite o potrebbero riaccendersi con un cambio di governo in qualche capitale. Si pensi all’Ungheria, alla Polonia o alla Romania.

 

Martin King
Martin King

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici