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Scontro al vertice: Eurocamera contro Commissione Europea

A distanza di due mesi dalla sentenza della Polonia con la quale si affermava l’incompatibilità tra diritto nazionale e diritto comunitario, quella che, di primo acchito, era sembrata una nuova Brexit in salsa polacca si è ridotta ad uno scontro al vertice tra le Istituzioni europee. 

Nonostante i ripetuti affondi di Mateusz Morawiecki contro le politiche dell’Ue, la Polonia ha ribadito che il suo futuro è nell’Unione Europea, ma i termini con cui intende restare non sembrano gli stessi previsti dai Trattati. E così, in un continuo tira e molla, si va avanti tra sanzioni e arringhe, ma la situazione pare sia in una fase di stallo, mentre all’orizzonte i problemi si moltiplicano. L’ultimo in ordine di tempo riguarda la crisi dei migranti ai confini tra Polonia e Bielorussia che ha tutta la parvenza dell’ennesimo braccio di ferro tra governi, dove gli unici ad uscirne sconfitti sono i profughi, accampati al freddo dei boschi, in cerca di un varco che possa permettere loro di oltrepassare il confine raggiungendo lo Stato polacco ed evitando di incrociare i respingimenti della polizia, mentre fuggono da Minsk. 

E intanto, al confine tra Bielorussia e Polonia le persone sono “armi” contro i governi, secondo quanto afferma Lukashenko, ma i profughi immaginano il sogno europeo oltre il filo spinato dove ad attenderli c’è un esercito di oltre 15 mila uomini. La Bielorussia li lascia andare per fare pressioni sull’Ue contro le sanzioni che continua a ricevere, la Polonia li respinge perché non li vuole, l’Europa guarda e si divide: la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von den Leyen continua la linea dura affermando che i fondi dell’Ue non possono servire per “finanziare il filo spinato“, mentre il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, strizza l’occhio a Morawiecki, affermando che secondo il servizio legale del Consiglio, il finanziamento dei muri è possibile per difendere le frontiere europee. La Russia di Putin, dalla parte di Lukashenko, ne approfitta per strigliare l’Unione, mentre la Germania chiede al Cremlino di terminare la strumentalizzazione dei migranti. E intanto ai confini del nord Europa, nel silenzio, si consuma l’ennesima tragedia.

Ma la questione è molto più complessa e il gioco di forza sembra voler dimostrare chi comanda e chi, volente o nolente, è costretto ad adeguarsi provando a tenere la barra dritta in un mare in tempesta.

Sassoli contro la Commissione Europea

La complicata e intricata emergenza rifugiati è l’ennesimo banco di prova tra l’Europa che respinge e quella pronta ad aprire le porte. E le sicurezze sull’accoglienza ad ogni costo iniziano a venire meno anche ai vertici. Proprio mentre la questione sembra sfuggire di mano, in una situazione in cui i diritti delle persone sono posti in coda alla lista, con uno Stato, come quello polacco, che ha decretato il primato della carta costituzionale sui Trattati provando a sganciarsi da alcuni obblighi che da essi derivano, qualcuno punta i piedi. 

Il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale polacca, aveva dato mandato ai suoi legali per citare in giudizio la Commissione Europea. Nella sua dichiarazione, Sassoli denunciava la mancata applicazione del Regolamento sulla Condizionalità, mediante il quale l’Ue può decidere di sospendere i pagamenti comunitari per quei Paesi membri in cui è minacciato lo Stato di Diritto. Un’azione che sarebbe dovuta servire da stimolo affinché la Commissione agisse con maggiore celerità e coerenza rispettando i principi e i regolamenti in vigore. 

Il Regolamento sulla Condizionalità, adottato il 16 dicembre del 2020 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2021 non è stato ancora mai applicato dalla Commissione, “nemmeno nei casi più evidenti di violazione”. Per i Paesi membri in cui si ravvisa un mancato rispetto dei principi dello Stato di Diritto, come la non indipendenza della magistratura o conflitti di interesse nel sistema giudiziario, la procedura d’infrazione del Regolamento in questione prevede di sospendere l’esborso dei fondi europei ed avviare un dialogo con lo Stato per permettergli di apportare i correttivi giusti affinché i fondi possano essere erogati. Se la soluzione non si raggiunge l’Ue può bloccare i contributi comunitari a favore del Paese. Il Regolamento era stato approvato a dicembre del 2020, proprio mentre si discutevano gli accordi per il piano sui fondi economici del Next Generation Eu.

Dunque Sassoli, durante il suo intervento alla Commissione Affari Giuridici del Parlamento, la quale ha suggerito di portare la causa davanti alla Corte di Giustizia, ha ribadito: “Gli Stati dell’Ue che violano lo stato di diritto non dovrebbero ricevere i fondi comunitari. L’anno scorso il Parlamento ha lottato duramente per la creazione di un meccanismo che garantisca questo principio. Tuttavia, finora la Commissione europea è stata riluttante a metterlo in pratica. L’Unione Europea è una comunità fondata sui principi della democrazia e dello stato di diritto. Se questi sono minacciati in uno stato membro, l’Ue deve agire per proteggerli. Ho quindi chiesto ai nostri servizi legali di preparare una causa contro la Commissione per garantire che le regole dell’Ue siano applicate correttamente”.

Il Presidente dell’Eurocamera ci ha tenuto a sottolineare che qualora la Commissione adottasse le misure necessarie, la causa sarebbe stata ritirata. Una decisione che non è arrivata all’improvviso, ma che era nell’aria soprattutto dopo le ripetute pressioni del Parlamento sulla Commissione proprio a tal proposito. Il messaggio è chiaro, non c’è posto nell’Ue per chi non rispetta i Trattati e i valori democratici su cui l’Unione stessa si fonda. Sassoli quindi, dopo aver ricevuto il via libera dalla Commissione Presidenti e dalla Commissione Affari Giuridici, ha avviato la procedura e lo scorso ottobre il servizio giuridico del Parlamento europeo ha presentato il ricorso contro la Commissione europea alla Corte di Giustizia.

Da un lato le pressioni del Parlamento, dall’altro i paletti del Consiglio con il quale la Commissione Europea si è impegnata, decidendo di attendere la sentenza della Corte Ue sul ricorso presentato da Polonia e Ungheria prima di avviare le procedure previste dal Regolamento. Un’attesa che potrebbe rivelarsi lunga, mentre i giochi di potere sulla pelle dei più deboli sono all’ordine del giorno. 

E il silenzio pesa.

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Nata nel sud della Puglia, laureata in Studi Geopolitici Internazionali, attualmente frequenta il Master Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy. Appassionata di Politica, Geopolitica Internazionale e Ambiente, adora viaggiare e scoprire il Mondo e la sua gente.

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