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REPORTAGE ESCLUSIVO da Kabul, Afghanistan – La grande sfida taleban: rompere l’isolamento internazionale

Seib Adbsulshuruk siede dietro una grande scrivania. La sua corporatura è robusta, la sua barba scura è lunga ma ben curata. Sulla testa ha un turbante, mentre il corpo è avvolto in un lungo mantello che lascia intravedere solo i piedi nudi. Dietro di lui è appesa un’enorme bandiera bianca con scritte nere che recitano la shahada, il giuramento di fedeltà alla religione islamica. Tale bandiera è anche quella dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, il governo che i talebani hanno istituito a Kabul da quando le truppe della NATO hanno lasciato il Paese. Intorno a lui una decina di mujahiddeen sono disposti in semicerchio. Anche loro hanno le barbe lunghe, vesti larghi e i piedi nudi. Tra le mani impugnano dei kalashnikov, gli indici sono appoggiati sul grilletto, pronti a intervenire in ogni momento. Nervosamente scrutano la nostra telecamera con cui vorremmo intervistare Abdulshukur, ma ci proibiscono di farlo. Accettano solo che l’intervista venga registrata con i cellulari. La diffidenza verso le telecamere è comprensibile. Il leader afghano Ahmad Sha Massoud venne ucciso il nove settembre del 2001 proprio da due presunti giornalisti che, presentatisi per intervistarlo, aprirono il fuoco contro di lui attraverso la telecamera. Che in realtà era un’arma. 

È la prima volta che Abdulshukur rilascia un’intervista e si lascia fotografare. Negli ultimi 20 anni ha vissuto nelle province afghane da dove i talebani conducevano la guerriglia contro le truppe della NATO. Durante questo periodo ha anche ricevuto una formazione di diritto religioso all’interno delle madrasse, le scuole che educano alla religione islamica. Da quando gli americani hanno lasciato il Paese si è stabilito nella città di Ghazni, roccaforte talebana tre ore a sud da Kabul e non lontana dal confine con il Pakistan. Qui è stato nominato il presidente della corte d’appello. Fino ad agosto 2021 essa metteva in pratica il diritto dello precedente governo filoamericano. Ora è stata trasformata in una corte della sharia. Piccoli gruppi di persone entrano uno ad uno nella stanza, si siedono di fronte ad Abdulshukur e gli espongono le loro questionI. Lui ascolta e poi esprime un giudizio in conformità con i principi della sharia, la legge islamica che è anche legge fondamentale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. La sharia è perfetta e risponde ad ogni bisogno di ogni uomo, spiega. Essa prevede il taglio della mano per i ladri e la lapidazione per gli adulteri. Tuttavia, queste misure non sono mai state messe in pratica negli ultimi mesi, a differenza di quanto invece avveniva sotto il primo regime talebano degli anni Novanta. È molto difficile che si raggiungano tutte le condizioni per cui si ricorra a queste soluzioni, devono essere soddisfatti molti requisiti, conclude Abdulshukur.

La mancata attuazione delle misure più dure previste dalla sharia risponde in realtà a una strategia ben precisa dei talebani, che vogliono mostrare un nuovo più umano così da poter essere riconosciuti dalla comunità internazionale come legittimi governatori dell’Afghanistan. L’Emirato ha fortemente bisogno di rompere l’isolamento internazionale a cui è soggetto da quando è stato instaurato. Nessuno Stato lo riconosce formalmente e i commerci internazionali sono quasi completamente bloccati, con conseguenze drammatiche per un’economia fondata quasi esclusivamente sulle importazioni. Da quando le truppe occidentali si sono ritirate, l’Afghanistan sta vivendo una crisi economica senza precedenti. Il 22,8% degli abitanti sta fronteggiando livelli di insicurezza alimentare potenzialmente letali. Tra questi, 8,7 milioni vivono la carestia, la fase più acuta di una crisi alimentare. L’arrivo dei talebani ha comportato la scomparsa da un giorno all’altro di milioni di dollari di aiuti provenienti dall’Occidente. Gli Stati Uniti hanno congelato i depositi bancari dello Stato afghano per evitare che cadano nelle mani dei mujahiddeen. Poi hanno isolato il Paese dal sistema finanziario internazionale: le banche incontrano grandi difficoltà nell’effettuare transazioni internazionali, famiglie e imprese faticano a prelevare i propri risparmi e le aziende non riescono a trasferire i soldi all’estero per pagare gli importi. I commerci internazionali sono quindi crollati, l’assenza di liquidità impedisce allo Stato di pagare gli stipendi pubblici, che non sono più stati erogati dallo scorso agosto. Nemmeno i talebani percepiscono uno stipendio: l’unico privilegio che ricevono rispetto al resto della popolazione sono due pasti al giorno. La sera li si può vedere girare per le locande a chiedere un piatto caldo. 

I talebani hanno quindi due priorità: rompere l’isolamento internazionale per riavviare i commerci; conquistare l’approvazione di fette più ampie possibili della popolazione. I loro leader si dicono certi che se riusciranno a migliorare la situazione economica la maggior parte dei cittadini sarà loro fedele perché condivide con loro i principi religiosi e culturali. Per rompere l’isolamento internazionale, l’Emirato si presenta al mondo come l’unica alternativa possibile e come gli unici in grado di combattere l’Isis K, la filiale dello Stato islamico attiva nella regione, che da anni mette costantemente in atto numerosi attentati. Lo spiega Waliullah Shaheen, presidente del Centro di Studi Strategici del Ministero degli Esteri dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, una sorta di think tank statale che si occupa della politica estera dei talebani: Tutti vogliono parlare con noi anche se non lo dicono apertamente. Con Cina, Russia e Turchia il dialogo procede rapidamente. I governi occidentali hanno bisogno di più tempo perché devono abituare a questa idea le loro opinioni pubbliche, a cui hanno raccontato per vent’anni che siamo terroristi. È solo una questione di tempo. Non hanno alternative. Siamo gli unici a controllare il territorio e gli unici a potere garantire che l’Isis K non crei uno stato territoriale in Afghanistan. Ex giornalista di Al Jazeera, Shaheen a dicembre ha rappresentato l’Emirato alla conferenza internazionale sull’Afghanistan di Islamabad. C’erano americani, inglesi, tedeschi, italiani, rappresentanti della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, dice. L’Emirato vuole essere riconosciuto come un legittimo Stato islamico fondato sulla cultura afghana e non su quella occidentale. Continua Shaheen: L’affermazione della democrazia è un processo che richiede molto tempo per il quale la nostra società non è pronta. Il nostro popolo è molto attaccato alla nostra religione e alla nostra cultura, non è possibile imporci un altro tipo di sistema con le bombe. Se l’Occidente lo capisse potremmo diventare buoni amici. Siamo un movimento nazionale, non vogliamo esportare il jihad fuori dall’Afghanistan. Anzi stiamo combattendo l’Isis anche per voi. Il riferimento è alla violenta campagna repressiva che i talebani conducono contro le cellule di Daesh, cosa richiesta loro dagli Stati Uniti in occasione dell’accordo del 2018, quando vennero poste le basi per la ritirata delle truppe della NATO. 

Da quando gli Stati Uniti si sono ritirati, i talebani hanno iniziato un intenso dialogo con alcune potenze che ambiscono a occupare lo spazio lasciato dagli americani, estendendo i propri interessi in Afghanistan. In particolare, Cina e Russia hanno iniziato a penetrare nel Paese. I cinesi stanno promettendo ingenti investimenti in cambio della repressione da parte dei talebani delle cellule dell’Isis composte da cittadini cinesi di etnia uigura che vivono là. La Russia, invece, considera l’Afghanistan parte dello spazio post-sovietico e quindi della propria area d’influenza naturale. Mosca è pronta a seguire i passi diplomatici di riconoscimento formale dell’Emirato e già lavora con il governo talebano fornendo aiuti umanitari alla popolazione. Priorità russa è che l’Afghanistan diventi un Paese stabile, per poi essere inglobato nell’area di influenza geopolitica del Cremlino e amministrato da un governo forte che includa tutte le tribù e i gruppi etnici del Paese. Parzialmente allineato sulle posizioni di Mosca è l’Iran, che in quanto Paese direttamente confinante con l’Afghanistan vuole che questo sia stabile e soprattutto che non venga penetrato dagli interessi di potenze che considera ostili come l’Arabia Saudita. L’apertura di basi militari saudite in territorio afghano rappresenterebbe una seria minaccia per Teheran. L’obiettivo di lungo periodo degli iraniani è che in Afghanistan viga un regime stabile ed inclusivo, in cui la Repubblica Islamica difenda i propri interessi attraverso gli Hazara, ovvero un rilevante gruppo etnico afghano che parla la lingua persiana e pratica la religione sciita e che pertanto è considerato la longa manus dell’Iran nel Paese. Non è escluso che in futuro Teheran riconosca formalmente l’Emirato. Perché ciò avvenga, i talebani devono rispettare alcune condizioni: l’inclusione di tutti i principali gruppi etnici nel processo decisionale, a partire dagli Hazara; la disponibilità dei talebani a collaborare in modo pragmatico sui problemi comuni, come la sicurezza lungo i confini e la gestione delle risorse idriche condivise; la protezione degli Hazara, che è molto sentita dall’opinione pubblica persiana; il divieto di permettere l’affermazione nel Paese di potenze ostili all’Iran. 

Sul piano interno, invece, i talebani stanno cercando di proporre un’immagine di sé stessi non settaria, ma che invece includa tutte le principali componenti etniche, tribali e religiose che compongono la società afghana. Questa è fatta di circa 50 diversi gruppi etnici che parlano 30 lingue diverse. I talebani sono espressione dei Pashtun, il gruppo principale a sua volta suddiviso in molteplici tribù. A seguito delle pressioni internazionali, l’Emirato Islamico ha annunciato di essere pronto ad accettare nel governo i rappresentanti degli altri principali gruppi, a partire dagli Hazara. Nella corte d’appello di Ghazni, per esempio, Abdushukur ordina la liberazione di prigionieri di etnia Hazara incarcerati durante il precedente governo per motivi che ritiene essere non validi. Vedi, la sharia è giusta per tutti, dice Osama, talebano armato di Kalashnikov che supervisiona la liberazione dei prigionieri. Quando a fine giornata gli ultimi cittadini lasciano la corte d’appello di Ghazni, i talebani che la controllano appoggiano i kalashnikov, si siedono a terra e bevono del tè caldo. Stanotte, come ogni notte, dormiranno tutti insieme in una grande stanza ricoperta di spessi tappeti e di cuscini. Per poi tornare l’indomani ad affrontare un nuovo giorno ricco di incertezze. Nessuno sa se e per quanto tempo l’Emirato riuscirà a dare stabilità. In pochi parlano di politica. Piuttosto si parla del freddo, dell’assenza di cibo e di elettricità, di come tirare a campare in questa crisi economica e politica senza precedenti. Nessuno parla del coronavirus, che peraltro i talebani hanno dichiarato di avere ufficialmente sconfitto attraverso l’applicazione della legge islamica. 

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Giornalista, reporter e analista geopolitico. Ha pubblicato reportage e interviste da Germania, Ungheria, Polonia, Russia, Cina, Afghanistan, Turchia, Siria, Libano, Giordania, Armenia, Ecuador. Collabora in Italia con Sky TG24, Il Giornale, L’Espresso e Huffington Post, in Germania con Ard, Die Welt e Deutsche Welle, in Svizzera con RSI Radiotelevisione svizzera e Corriere del Ticino. Tiene corsi di geopolitica presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano. È analista geopolitico di Limes.




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