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Ottantesimo anniversario di Pearl Harbor, Pastori: “Se si considera come fallimento dell’intelligence, un evento analogo potrebbe riaccadere”

Sono trascorsi 80anni da quel fatidico 7 dicembre del 1941 quando sulle isole Hawaii si abbatté uno dei più spietati attacchi militari che si ricordi nella storia. Le forze aeree della marina imperiale giapponese colsero di sorpresa la base militare americana di Pearl Harbor, che ospitava il quartier generale della flotta del Pacifico dell’esercito statunitense. Ben 353 aeromobili giapponesi partirono da sei portaerei giapponesi e colsero di sprovvista la forza navale americana portando alla morte di 2.403 soldatini all’affondamento di tre cacciatorpediniere, tre incrociatori, una nave scuola e un cacciamine oltre che all’abbattimento di 188 aerei. Questo attacco convincerà gli Stati Uniti a scendere in campo nella Seconda Guerra Mondiale, dopo che per mesi non erano voluti intervenire. Abbiamo contattato il professore Gianluca Pastori, professore associato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa per ricordare questo tragico avvenimento e tentare di comprendere come abbia cambiato il mondo.

Infografica – La Biografia dell’intervistato Gianluca Pastori

– Il 7 dicembre scorso è stato l’80esimo anniversario di Pearl Harbor, resta la più grande sconfitta della storia americana?

Possiamo discutere su cosa significhi il temine ‘sconfitta’ e su come sia possibile comparare ’sconfitte’ diverse per stabilire quale sia la ‘più grande’. E’ comunque vero che – in termini quantitativi (perdite di vite umane e materiali in una singola azione bellica contro un nemico esterno) – i numeri di Pearl Harbor sono i più alti nella storia delle forze armate statunitensi. 

– Dove sbagliarono gli americani in questa tragedia dal punto di vista militare?

L’errore maggiore fu probabilmente la sottovalutazione delle capacità operative del nemico; una sottovalutazione (anche legata a stereotipi di matrice razziale) che ha portato a trascurare sia una possibilità, che le simulazioni avevano evidenziato da tempo, sia i segnali d’allarme che pure c’erano stati nei giorni immediatamente precedenti l’attacco e che non erano stati presi seriamente in considerazione.

– Quanto ha influito questa drammatica strage nella storia americana e nella tendenza all’interventismo preventivo da parte delle forze armate Usa?

Non credo sia possibile individuare qualche forma di relazione fra l’esperienza di Pearl Harbor e l’adozione della dottrina del ‘preemptive strike’; anche perché – con la grossa eccezione dell’intervento in Iraq nella primavera 2003 – gli Stati Uniti e le loro forze armate non hanno una particolare tradizione di interventi di questo tipo, né prima, né dopo Pearl Harbor.

– Questa battaglia che cosa ha insegnato agli Stati Uniti? E ha cambiato l’approccio militare degli Usa?

Pearl Harbor convince definitivamente i vertici militari USA che quella nel Pacifico sarà una guerra soprattutto aeronavale, un’idea che William Mitchell (uno dei teorici del ‘potere aereo’ statunitense) aveva in parte anticipato negli anni Venti. A sua volta, questo stato di cose porta a elaborare una modalità di impiego delle forze incentrata sulle portaerei e bastata sui c.d. ‘carrier battle groups’: una modalità d’impego che – con i necessari adattamenti — si consolida nel corso della guerra fredda e che rimane ancora oggi la modalità ‘tipica’ di impiego degli assetti aeronavali USA.

– L’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono possono essere considerate una piccola nuova Pearl Harbour? In particolare nella lentezza di risposta per bloccare gli aerei degli attentatori?

All’epoca degli attentati dell’11 settembre, ci sono stati molti paragoni con Pearl Harbor. In termini di perdite umane, il bilancio del 9/11 è anche più grave. Se guardiamo i due eventi come casi di ‘intelligence failure’ e di azioni in cui l’effetto sorpresa ha avuto un ruolo centrale, il paragone regge. Bisogna però ricordare che Pearl Harbor è il prodotto di un deterioramento dei rapporti USA-Giappone che andava avanti da anni, rispetto al quale gli stessi Stati Uniti non escludevano un possibile ricorso alla guerra: un contesto totalmente diverso rispetto a quello degli attacchi del 2001.

– Oggi come oggi, con gli attuali sistemi di rilevamento militare, sarebbe possibile una nuova Pearl Harbour?

Gli attuali sistemi di early warning consentono di seguire le mosse e valutare le intenzioni di un possibile nemico sin dalle primissime fasi. Se però – come è stato detto – si accetta l’idea che Pearl Harbor sia stata non tanto il prodotto di un fallimento dell’intelligence ‘in sé’ ma della sua interpretazione, la possibilità che errori di questo tipo si ripetano continua a esistere.

– Perché gli italiani non studiano a sufficienza date come queste e gli effetti che hanno nella storia mondiale?

Semplificando molto una questione molto complessa, credo abbia a che fare da una parte con un generale disinteresse alla comprensione ‘profonda’ dei problemi storici, dall’altra a un parallelo disinteresse per le questioni internazionali. ll modo in cui la storia è intesa (e spesso insegnata) – come semplice elenco di date ed eventi (‘dates and deeds’) – non aiuta a superare queste difficoltà. Ovviamente, sono considerazioni che non si applicano solo a Pearl Harbor…

– Sganciare le bombe atomiche in Giappone è stato da molti storici letto come un eccesso da parte degli Usa, Lei rintraccia una sorta di vendetta nei confronti della sconfitta di Pearl Harbour?

Personalmente non credo. Forse una parte dell’opinione pubblica può avere letto la cosa in questi termini ma non la leadership politica del Paese. Al di là della sua utilità o meno sul piano militare, l’uso dell’arma nucleare è da inquadrare soprattutto come un ‘messaggio’ inviato nell’ottica dell’incipiente guerra fredda. Non dimentichiamo che – fra luglio e agosto 1945 – la conferenza di Potsdam aveva messo ampiamente in luce le tensioni che stavano emergendo fra Stati Uniti e Unione Sovietica…

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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