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Cairo 1921: cento anni fa la conferenza britannica che plasmò il Medio Oriente

L’occasione per ricordare il centenario della Conferenza britannica sul Medio Oriente tenutasi dal 12 al 30 marzo 1921 al Cairo sotto la presidenza di Winston Spencer-Churchill, in qualità di Segretario alle Colonie nel governo del liberale David Lloyd George, viene offerta oltre che dal richiamo all’odierna situazione mediorientale anche dal volume di C. Brad Faught Cairo 1921. Ten Days that Made the Middle East, pubblicato dalla Yale University, la cui uscita è prevista nel 2022. Come già sosteneva Christopher Catherwood: “Non è esagerato affermare che furono gli esperti riuniti nell’elegante Semiramis Hotel del Cairo […] a ridisegnare l’odierna mappa del Medio Oriente”. La missione affidata dal Primo Ministro Lloyd George a Churchill era semplice: consolidare una “Dottrina Monroe” britannica sulla regione mediorientale con il minore dispendio di risorse finanziarie possibile. Per adempiere a tale incarico Churchill si avvalse, tra gli altri, di due esperti: il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence (il famoso “Lawrence d’Arabia” che dal 1916 al 1918 aveva guidato la Rivolta Araba contro i turchi-ottomani) e l’archeologa Gertrude Bell. Entrambi erano stati agenti dell’intelligence britannica in Medio Oriente durante il conflitto mondiale e fu soprattutto dietro loro consiglio che i governi dell’Emirato di Transgiordania e dell’Iraq, vennero affidati, rispettivamente, agli emiri ‘Abdallah e Faysal, figli di Husayn ibn ‘Ali al-Hashimi, Custode – in quanto discendente dal Profeta Maometto – delle due città sante di Medina e La Mecca. Quella soluzione avrebbe reso il Medio Oriente una sorta di dominio – seppure sotto tutela britannica – della dinastia Hashemita, che, attraverso Husayn, dal 1916 regnava già sulla regione del Hegiaz, nell’Arabia sud-occidentale. Una situazione poco gradita ai rivali degli Hashemiti, gli Āl Sa‘ūd, che nel 1932 (ovvero dopo la conquista del Hegiaz compiuta tra il 1924 e il 1925) avrebbero dato origine all’attuale Regno dell’Arabia Saudita. 

Per ottenere il controllo sulla regione senza pesare sulle casse britanniche Churchill decise di sfruttare il potenziale rappresentato dalla nuova componente delle forze armate britanniche creata nel 1918, la Royal Air Force (RAF), circostanza che avrebbe consentito il ritiro di un consistente numero di truppe britanniche presidianti la Mesopotamia. L’inaugurazione della rotta aerea Il Cairo-Baghdad rese possibile creare quello che negli anni Trenta The Times definì il “Canale di Suez dell’aria”, poiché l’Egitto veniva collegato con l’aeroporto di Karachi nell’India britannica. La via aerea che così si realizzava, dal Mediterraneo orientale sino all’Asia, accorciava di dieci giorni i tempi di percorrenza rispetto ad un trasporto via mare. Nei piani di Londra tale sistema si integrava con la tradizionale rotta marittima passante tra Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb, definito “la Gibilterra” del Mar Rosso. Si trattava di una soluzione innovativa poiché consentiva il realizzarsi di un modello imperiale (quasi) a costo zero, soddisfacendo contemporaneamente l’esigenza di superare il tradizionale controllo coloniale, ritenuto obsoleto e dispendioso, attraverso un’efficace applicazione della formula dei Mandati internazionali assegnati a Francia e Regno Unito durante la Conferenza interalleata tenutasi nell’aprile precedente a Sanremo. Churchill capì inoltre che una solida struttura geopolitica mediorientale avrebbe dovuto basarsi sul controllo strategico di quello che egli definì “il triangolo arabo” ovvero quello spazio compreso entro i vertici rappresentati dalle città di Gerusalemme (inclusa nel Mandato palestinese), Bassora (punto di ingresso nel Golfo Persico) e Aden (territorio d’accesso tra Oceano Indiano e Mar Rosso). 

Il quadro generale veniva completato dal dato geoconomico, dominato dalla questione petrolifera. Sin dalla fine del conflitto mondiale i britannici controllavano la compagnia che gestiva, praticamente in condizione di monopolio, le esplorazioni petrolifere nell’area, vale a dire la Turkish Petroleum Company, che nel 1929 avrebbe cambiato nome in Iraq Petroleum Company. Se da un lato i confini del nuovo Stato iracheno presentavano lo svantaggio di unire popolazioni eterogenee in specie dal punto vista confessionale, come sunniti e sciiti, dall’altro offrivano il vantaggio di includere entro un solo Paese due grandi aree distanti tra loro che negli anni successivi si sarebbero rivelate ricche di greggio: quella settentrionale di Kirkuk e Mosul e quella meridionale di Bassora. In questo senso, i confini decisi al Cairo nel 1921 avrebbero rivelato il loro autentico significato nel 1935, quando divenne operativo l’oleodotto Kirkuk-Haifa per il trasporto di greggio dall’Iraq settentrionale, attraverso l’attuale Giordania, sino al Mediterraneo orientale.

Foto – Tratto dell’oleodotto Kirkuk-Haifa che emerge dal Mediterraneo

La Royal Navy e l’Ammiragliato consideravano infatti la difesa dei pozzi iracheni una necessità strategica per l’Impero britannico. Il 23 febbraio 1920 Churchill – che dal 1911 al 1915 aveva ricoperto l’incarico di Primo Lord dell’Ammiragliato – aveva anticipato questi obiettivi in una lettera ad un uomo d’affari della sua circoscrizione elettorale al quale scrisse: “attraverso un governo arabo sostenuto da una modesta forza militare [britannica, N.d.A.] si potrebbe ottemperare ai nostri doveri senza imporre spese ingiustificate al Tesoro […] in ragione degli interessi della Gran Bretagna”. 

Le questioni discusse al Cairo e a Gerusalemme nel marzo 1921 furono ritenute così importanti per le sorti dell’Impero britannico che i documenti contenenti i verbali e le decisioni adottate furono tenuti celati agli stessi membri del parlamento di Londra. Solamente il 14 giugno 1921 Churchill riferì sulla questione in un intervento alla Camera dei Comuni. Tra i vari punti illustrati, Churchill affermò che la Palestina fosse indissolubilmente legata alla tradizione ebraica e per tale motivo fosse necessario rispettare quanto promesso il 2 novembre 1917 dal Foreign Secretary lord Arthur James Balfour a proposito della creazione di un “focolare ebraico” in quella regione. Per realizzare ciò il Mandato palestinese fu amministrativamente diviso in due zone: una ad ovest del fiume Giordano in cui si sarebbe favorita l’immigrazione ebraica, circostanza già accettata dall’emiro Faysal nel 1919 attraverso un patto riservato siglato a Londra con Chaim Weizmann, leader del movimento sionista nel Regno Unito (e futuro primo Presidente dello Stato di Israele), e un’altra ad est, grosso modo corrispondente all’attuale Giordania, all’interno della quale i contenuti della Dichiarazione Balfour non sarebbero stati applicati. Quella scelta avrebbe contribuito considerevolmente a gettare i semi della futura questione arabo-israeliana ovvero israelo-palestinese che perdura, insoluta, ancora oggi. Alla scadenza esatta di un secolo la geografia politica tratteggiata dai britannici sembra resistere, nonostante Daesh, il conflitto in atto, sin dal 2011, in Siria e le relative spinte autonomiste curde nella regione del Rojava.

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Si è formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano) conseguendo la laurea magistrale in Storia con indirizzo specialistico storico-religioso. In qualità di studioso di storia delle relazioni internazionali e geopolitica, si è dedicato soprattutto al Medio Oriente pubblicando due studi brevi per i paper digitali curati dalla Fondazione De Gasperi dedicati all’area mediterraneo-mediorientale: Libia: radici storiche di un caso geopolitico (agosto 2016) e Un Califfato improbabile. Genesi e dinamiche storico- contemporanee di Daesh (febbraio 2017). Nel 2017 ha pubblicato il saggio Medio Oriente conteso. Turchi, arabi e sionisti in un conflitto lungo un secolo, con prefazione dell’ambasciatore Bernardino Osio.



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