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Marzio Breda racconta gli ultimi cinque presidenti della Repubblica italiani nel suo “Capi senza Stato”. Un ritratto unico del Quirinale e dintorni

L’avvicinamento alle ormai imminenti elezioni del nuovo presidente della Repubblica, oltre ai valzer di dichiarazioni e controdichiarazioni di circostanza che riempiono le pagine dei quotidiani, possiamo dire che ci hanno regalato “Capi senza Stato“, un libro potente edito da Marsilio scritto dal noto giornalista del Corriere della Sera Marzio Breda. La sua è una vita dedicata a seguire i presidenti della Repubblica italiani, a raccontarne le sfumature più intime, a carpire dai collaboratori del Quirinale il codice di linguaggio del nuovo Inquilino, a bilanciarne le esternazioni sempre alla ricerca garbata della verità che sta dietro ad ognuna delle loro azioni. La capacità del quirinalista Breda è di non annoiare mai il lettore in un già sentito ma di arricchire decenni di giornalismo con la narrazione sempre elegante di episodi e chiavi di lettura che non hanno trovato spazio nelle sue analisi ospitate dal Corriere. Ma questo saggio fa di più, tratteggia con lucidità imparziale come sia cambiata la figura del Presidente della Repubblica negli ultimi trent’anni. Passando da un arbitro terzo, quasi etereo, ad un protagonista della scena politica nazionale e internazionale. L’autore ha voluto gentilmente dedicare a StrumentiPolitici un po’ del suo tempo per discorrere insieme del suo ultimo lavoro, con un occhio anche alle prossime elezioni quirinalizie.

Infografica – La biografia dell’intervistato Marzio Breda

– Come è nato questo saggio?

– Negli ultimi 31 anni ho seguito cinque Presidenti della Repubblica. Avevo già scritto in particolare di Scalfaro, Ciampi, Cossiga, ma poi è sorta l’idea che è alla base del libro e che è quella di parlare di tutti loro, i “Capi senza Stato”. Ci sono tre chiavi di lettura per il mio saggio. La prima è costituita dai fatti di cui sono stato testimone diretto sia sulla scena pubblica che nella vita privata, avendo avuto l’onore di conoscere personalmente e avere ospiti a casa ben due Presidenti. La seconda è la ricostruzione storica: per capire che cosa è stata la presidenza Scalfaro, ad esempio, occorre aver presente ciò che accadde in quel periodo, a partire dalla strage di Capaci passando per Mani Pulite con la sua enorme questione morale, poi la rapidissima decomposizione del sistema partitico, la crisi economica con le banche che non acquistavano più titoli di Stato, e i due nuovi fenomeni politici come Berlusconi e la Lega, all’epoca ancora secessionista. Infine vi è l’analisi costituzionale degli atti presidenziali, perché man mano che il vuoto politico aumentava – e la politica non ammette vuoti – i Presidenti sono intervenuti prendendosi maggiori spazi ed espandendo le proprie prerogative quasi come una fisarmonica.

– La “fisarmonica” con cui i suoi “Capi senza Stato” hanno allargato i loro poteri quanto è derivata dalla contrazione dei partiti?

– Quei Presidenti si sono spesso trovati a dover prendere decisioni in condizioni di totale solitudine, senza alcuna solidarietà né sostegno da parte delle altre istituzioni. A fasi alterne si sono trovati ad agire avendo contro Parlamento, governo o magistratura: Cossiga ne è l’esempio emblematico, ma anche Scalfaro e Ciampi sono stati ostacolati dal governo. Le circostanze in cui i Presidenti hanno esercitato le loro funzioni senza avere dietro di sé l’intero corpo dello Stato sono state determinate dalla transizione iniziata nel 1990 (quando Cossiga ruppe gli argini) mai davvero completata.

– Uno dei momenti più drammatici raccontati nel libro è il giuramento di fedeltà delle Forze armate…

– Erano state lanciate accuse molto dure durante il governo Ciampi dopo gli attentati del 1993. Essi erano coincisi con il black out a Palazzo Chigi, che fu un inconveniente tecnico inspiegabile, dal momento che l’apparato era tutelato dai sistemi di sicurezza della NATO: dunque dava l’idea che vi fossero pezzi dello Stato o dei servizi segreti che agissero in maniera infedele. Il sospetto fu denunciato pubblicamente da Ciampi. Nei giorni successivi i vertici delle Forze armate si recarono a dichiarare la propria fedeltà al Presidente della Repubblica. Era un’indiretta conferma di un malessere che andava a toccare persino le Forze armate. Scalfaro quindi non esagerava dicendo che si rischiava di veder scorrere il sangue sulle strade. La tensione era altissima, sono stati momenti in cui la tenuta democratica del Paese era veramente a rischio.

– Vede analogie fra la vicenda con protagonista Scalfaro e la richiesta di impeachment contro Mattarella? Sui giornali e sui social si riversò un’ondata di preoccupazione e di isteria.

– Sì, se non ricordo male in una sola notte furono creati qualcosa come 600 account che moltiplicavano le minacce verso Mattarella: fu un momento molto duro per il Presidente della Repubblica. L’accusa di alto tradimento era stata creata da un abbaglio di questo ceto politico di novizi, che era digiuno di conoscenze storiche e costituzionali. Mattarella infatti non bocciò Paolo Savona perché aveva delle remore contro di lui come persona, ma per il fatto che pochi mesi prima che avvenisse la sua indicazione a ministro il professore aveva rilasciato interviste e mandato alle stampe un libro in cui evocava la metafora del “cigno nero”: in base ad essa, se si fossero verificate determinate circostanze, l’Italia avrebbe dovuto uscire dalla moneta unica e addirittura dall’Europa. Ora, codesti novizi della politica non sapevano che a norma della Costituzione il Capo dello Stato è anche garante dei trattati internazionali firmati dall’Italia; in particolare quelli riguardanti i rapporti fra Italia ed UE e Italia e USA sarebbero stati minacciati dalla posizione di Savona ministro. La sua nomina in un certo ministero sarebbe dunque stata inopportuna e pericolosa per i risparmi stessi degli italiani, perché avrebbe generato un clima di sfiducia da parte dei mercati e degli investitori stranieri. Mattarella riuscì a superare rapidamente quella crisi proponendo il nome di Cottarelli e agevolado la sigla dell’accordo fra Lega e 5 Stelle. Il Presidente della Repubblica non è soltanto un notaio che certifica la nomina dei ministri, ma detiene un potere cosiddetto “duale”, che si esercita con due volontà congiunte, quella del governo che propone i nomi dei ministri e quella del Capo dello Stato che può rifiutare l’approvazione di determinati nomi, se ritiene sia giusto. Stessa cosa era accaduta quando Scalfato rigettò la nomina di Cesare Previti a ministro della Giustizia, nonostante Berlusconi insistesse nel volerlo perché si trattava del suo avvocato.

– Una visione originale che offre il Suo libro è il raffronto tra i rapporti Presidente della Repubblica – Presidenti del Consiglio e Presidente della Repubblica – mass media.

– Il rapporto con i mass media era stato già abbozzato da Sandro Pertini, che era un anticonformista, amava parlare in forma diretta, anche impetuosa, senza necessariamente seguire un copione stabilito. Pertini, ricordiamolo, aveva una storia estremamente importante alle spalle, era stato condannato all’esilio e poi a morte durante il Ventennio, era considerato un Padre della Patria. Da Presidente creò un rapporto personale con gli italiani perché amava l’idea di un dialogo con il popolo, non tanto incentrato sulle questioni politiche contigenti quanto invece sui valori umani e civili. Fu invece Cossiga nella sua ultima fase a dare inizio all’uso dello strumento delle “esternazioni”, non previsto dalla Carta costituzionale, che invece prevede regole piuttosto rigide per la possibilità per i Presidenti di dire la loro. Con Cossiga i giornali scoprono quanto sia pesante il valore politico di ciò che dichiarano i Presidenti della Repubblica. Oggi Cossiga viene ricordato quasi solo per le sue picconate, ma non fu solo un “distruttore”, pur essendo stato profeta di quella catastrofe che di lì a poco avrebbe travolto l’intera struttura politico-istituzionale: egli mandò un lungo messaggio alle Camere in cui proponeva una riforma della Costituzione che nelle sue intenzioni poteva risanare il sistema italiano. Al tempo stesso, i Presidenti presero a viaggiare molto, dunque servivano giornalisti che li seguissero e che fossero sufficientemente preparati anche in politica estera, in economia e in questioni costituzionali: nacque così la figura dei “quirinalisti”, che devono avere rapporti con le fonti interne, cioè il portavoce (abilitato a rispondere all’esterno di ciò che il Presidente sta per fare) e i consiglieri, che sono differenti (diplomatico, militare etc.). I quirinalisti devono avere buoni rapporti con tutti loro, per poter ricostruire ciò che il Presidente ha fatto e con quali intenzioni e presentare un quadro preciso e il più possibile esatto dei retroscena. Il traguardo comunque resta sempre il rapporto con la fonte primaria, il Presidente stesso.

Sul rapporto coi Presidenti del Consiglio, invece, molto è dipeso dalla personalità di questi ultimi. Berlusconi, ad esempio, aveva una concezione che teorizzava una sorta di premierato assoluto e mal tollerava che altri poteri dello Stato potessero frenarlo. Quando giungevano critiche alle sue leggi, ecco che dava la colpa agli “azzeccagarbugli del Quirinale” che volevano legarli le mani. Ovvio quindi che con un Presidente del Consiglio con un atteggiamento del genere non era semplice avere un rapporto costruttivo.

– Tra i cinque Presidenti, con quale ha legato di più?

– Con Ciampi ho avuto un’eccellente relazione fino alla fine del suo mandato: ne ammiravo la cultura umanistica che gli permettava citazioni di filosofi e poeti antichi. Nel suo settennato fu peraltro abbastanza fortunato perché il nuovo sistema bipolare si era relativamente assestato e potè quindi dedicarsi a una sorta di pedagogia con cui educare i cittadini ai valori del patriottismo e ai principi della Costituzione. Con Napolitano il dialogo fu strettissimo, lo sentivo regolarmente per chiedergli i motivi delle sue scelte. Quello più chiuso, vuoi per carattere vuoi per storia personale, è stato Mattarella, ma ho comunque avuto modo di fargli diverse interviste, lunghe e particolareggiate.

– Cossiga Le rilasciò pure un’intervista in forma di eredità.

– Quell’intervista fu per lui una sorta di testamento. Gli dispiaceva passare alla storia per aver indossato una veste distruttiva. Mi faceva pensare alla frase di Karl Kraus che suona più o meno così: una verità sul Male, se detta male, rafforza il Male. Cossiga aveva detto delle verità sulle cose brutte che affliggevano il nostro Paese, ma le disse male, e quel Male cercò di fargli pagare il conto relegandolo in solitudine e liquidandolo quasi come un fenomeno patologico. Ma Cossiga era tutt’altro che matto! Aveva solo trovato una forma espressiva severa per parlare di ciò che accadeva. Sapeva che il suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, stava tramando per cacciarlo anzitempo dal suo posto. Questa è una chiave per capire il suo ultimo biennio di mandato.

– In base alla Sua esperienza, l’attuale avvicinamento alle elezioni del Quirinale è diverso dalle volte precedenti?

– Sì, è diverso. Certo, la ricerca del nome giusto è sempre laboriosa, ma stavolta è iniziata molto prima del solito, quasi un anno fa, e sono stati già bruciati molti nomi. Di solito una figura di kingmaker escogita una rosa di nomi, di solito tre, che possono in qualche modo mettere d’accordo tutti i partiti per procedere così alla scelta definitiva. Oggi invece il kingmaker ancora non c’è, mentre abbiamo Berlusconi che rischia di diventare un macigno sulla strada dell’elezione del Capo dello Stato, perché divide fortemente l’opinione pubblica e si sta adoperando per conquistare i numeri che gli mancherebbero per essere eletto: li cerca fra quel centinaio di deputati appartenenti al gruppo misto oppure fra quelli attualmente isolati, senza ruolo o prospettive. Questa campagna rischia di bloccare altre candidature e di polarizzare lo scontro politico unicamente verso il suo nome.

Infografica – La scheda del libro Capi senza Stato
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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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