I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Libia: proteste e propaganda mettono a rischio l’unità nazionale

Se compariamo la performance dell’esecutivo transitorio libico di Abdel Hamid Al-Dbeibah in questi sei mesi circa, ai cinque anni del suo predecessore, Fayez Al-Serraj, è innegabile che sia di gran lunga migliore e che Dbeibah stia facendo un buon lavoro. Sia in termini di iniziative a sostegno dei giovani, delle famiglie e delle minoranze, così come nel delicato fascicolo di riconciliazione nazionale. Il rilascio dei prigionieri politici del precedente regime, la restituzione di beni e proprietà alla famiglia Gheddafi e ai suoi fedelissimi; il riuscire a mantenere la pace in circostanze eccezionali e la gestione dell’emergenza coronavirus, sono senza dubbio passi importanti per i quali va riconosciuto il merito al Governo di Unità Nazionale (GNU). Ancor di più se si pensa che questo esecutivo, scaturito dal Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) ed approvato dal processo di Berlino e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha dovuto lavorare senza un budget. Rigettato per ben tre volte dal Parlamento, la Camera dei Rappresentanti (HoR), ritenendolo eccessivo per i pochi mesi in cui Dbeibah sarebbe rimasto in carica. Le differenze con la Camera sono divenute evidenti lo scorso 21 settembre con il voto per revocare la fiducia al governo su richiesta di 45 deputati. Nel suo discorso, il portavoce del Parlamento che ha sede a Tobruk, nell’Est del Paese, ha affermato che la sfiducia è stata votata dalla maggioranza dei parlamentari, 89 voti sui 113 presenti in aula, aggiungendo che non sono stati conteggiati altri 11 voti che chiedevano la revoca della fiducia ad Abdel Hamid Al-Dbeibah perchè non presenti in aula.

Secondo alcuni documenti trapelati sui social network, i membri della Camera che hanno votato a favore del ritiro della fiducia al Governo di Unità Nazionale sarebbero stati meno di quelli dichiarati dalla Camera. Trentotto membri, inoltre, hanno dichiarato di aver votato contro il voto di sfiducia in un documento che porta le loro firme, facendo emergere “problemi” nella conta dei voti. Il presidente della Commissione permanente Affari Interni dell’HoR, Mohammed Lino, ha confermato, parlando ai media locali, che il numero di parlamentari che hanno votato la sfiducia non superava la settantina. Un numero comunque elevato, e ad ogni modo superiore ai sostenitori del comandante in capo delle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF), Khalifa Haftar, e ai lealisti dell’anziano capo dell’HoR, Aguila Saleh. Mentre una pioggia di critiche si abbatteva su Tobruk, il portavoce della Camera si è affrettato a spiegare che il Governo di Unità Nazionale continuerà a governare il Paese ma con una ridotta capacità, ricordando il carattere transitorio dell’esecutivo e che per tanto non può stringere contratti o accordi con altri Paesi a lungo termine. Alcuni membri del Parlamento, pur sostenendo il Primo Ministro, hanno affermato di essere a favore della sfiducia come avvertimento affinché il Paese possa andare alle elezioni come programmato. Un modo – secondo loro di isolare al-Dbeibah, divenuto troppo popolare per i suoi gesti populisti, forse, o per quella performance di cui abbiamo già parlato. Tuttavia, Dbeibah non deve dimenticare le sue priorità né tantomeno il senso del suo esecutivo, di unità nazionale appunto. 

Venerdì migliaia di persone hanno partecipato a Tripoli ad una manifestazione a sostegno del governo Dbeibah, e contro la mozione di sfiducia a tre mesi dalle elezioni, considerate cruciali e un’opportunità unica per il futuro del Paese e per mettere fine a dieci anni di conflitto. “Il Parlamento non mi rappresenta“, “Il popolo vuole la caduta del Parlamento” e “No alle divisioni” erano alcuni degli slogan gridati e sventolati dai manifestanti in Piazza dei Martiri che hanno imbracciato la bandiera della Libia. Mentre il Primo Ministro parlava alla folla, un altro candidato dato come papabile alla prossima presidenza, Fathi Bashagha, giocava a biliardino, in un’altra pubblica piazza a Misurata. In Cirenaica, a Tobruk, in centinaia sono scesi di fronte al Parlamento in difesa del lavoro della Camera dei Rappresentanti. Fin qui, nulla di male voi direte. Una normale e legittima espressione popolare delle proprie opinioni politiche, ma in un Paese in transizione, con una società già frammentata da un decennio di conflitti, tali dimostrazioni che oserei più descrivere come prove di forza, o propaganda in vista delle elezioni, rischiano di mandare in fumo i progressi fatti fino ad oggi. Un concetto espresso egregiamente anche dalla Ministra degli Esteri, Najla al-Mangoush che in un’altra occasione ha dichiarato: “Abbiamo una visione che mira a sostenere la stabilità in Libia al fine di costruire una pace sostenibile nel paese, e questa visione si basa su tre assi principali (il percorso militare e di sicurezza, il percorso economico e il percorso politico), e questi percorsi si basano sui risultati delle Conferenze di Berlino 1 e 2, nonché sulle risoluzioni 2570 e 2571 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

Il ministro, parlando all’incontro organizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo sul processo di pace, ha indicato che la data imminente di tenere le elezioni “ci spinge a concentrarci sulla via militare e di sicurezza in questa fase, per creare un ambiente sicuro per lo svolgimento di queste elezioni. La traccia militare e di sicurezza è la seguente: elimina mercenari, combattenti stranieri e forze straniere; sostenere i lavori del Comitato 5+5 che mira a unificare l’istituzione militare: e l’impegno della comunità internazionale a sostenere questa iniziativa, ea fare pressione sulle parti esterne che cercano di ostacolare il processo, affinché queste non interferiscano negativamente nella questione libica”.

La mozione di sfiducia al Governo al-Dbeibah non ha alcun valore legale, a prescindere dalle critiche dell’Alto Consiglio di Stato, che fino a ieri ha rappresentato il principale spoiler alle elezioni indette per il 24 dicembre 2021, suggerendo la necessità di rimandare il voto per l’elezione del presidente, che dovrebbe avvenire secondo il presidente dell’HCS a Tripoli Khaled Al-Meshri, dopo un referendum sulla costituzione e l’elezione dei membri dell’HoR. Erano immaginabili dunque le chiamate di Al-Meshri alle proteste in piazza, ma meno quella del premier Al-Dbeibah che non dovrebbe cedere alle provocazioni di chi è pronto a tutto per rimanere al potere, o ha già iniziato la propria campagna elettorale. Il Primo Ministro dovrebbe rimanere concentrato sui suoi compiti, ecco perché durante le discussioni a Ginevra lo scorso febbraio l’LPDF aveva suggerito che coloro che sarebbero stati eletti nel nuovo esecutivo non avrebbero potuto ripresentarsi alle elezioni del 24 dicembre. Ma in Libia si sa, il detto in amore e in guerra tutto è concesso vale più che altrove. Con la sua visita a Tarhouna, ieri, si è visto un tentennamento nella neutralità del Primo Ministro che – indipendentemente dal fatto che possa correre o meno nelle prossime elezioni – deve continuare a rappresentare e perseguire l’Unità Nazionale. Una Libia, sola e per tutti, è quello che i libici hanno chiesto. Lo stesso vale per il Parlamento. I giochi per rimanere al potere, gli intrighi di palazzo, per raggiungere propri interessi personali, hanno già dimostrato ai membri della Camera di rivoltarglisi contro con questo scivolone della sfiducia. La prossima prova in aula per loro arriverà già domani, lunedì 27 settembre, che vedrà la discussione della legge elettorale dopo che il presidente Aguila Saleh, ha già ”approvato” in maniera controversa la legge elettorale per il capo dello Stato agli inizi di settembre. Quest’ultima, tra i requisiti per la candidatura a presidente, prevede il fatto di non aver ricoperto ruoli di leadership nell’establishment militare nei tre mesi precedenti al voto. È forse per questo che il feldmaresciallo Khalifa Haftar si è dimesso temporaneamente da comandante in capo delle forze armate arabe libiche (LAAF), dal 23 settembre al 24 dicembre 2021, affidando la carica al Generale Abdul Razaq Al Nadouri.

Condividi questo post

Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password