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L’Aquila e la Mezzaluna. Il Medio Oriente nella strategia imperiale statunitense

Nel 1973 Raymond Aron definì gli Stati Uniti una République impériale. Trent’anni dopo Paul Kennedy usava l’espressione Reluctant Empire per riferirsi alla Repubblica a stelle e strisce. Ufficialmente ostracizzato dalle élite statunitensi il sostantivo <<impero>> ha finito – soprattutto dopo il 1945 – per accostarsi tenacemente all’aggettivo <<americano>>. Guardando oltre questo ostracismo, sin troppo ostentato dal sentire comune statunitense, si scoprirebbe tuttavia che il destino imperiale degli Stati Uniti era già auspicato da alcuni dei suoi padri fondatori, come, ad esempio, Thomas Jefferson, che il 25 dicembre 1780, in una lettera indirizzata al generale del Continental Army George Rogers Clark, definì gli Stati Uniti con l’espressione <<Empire of liberty>>. Durante alcuni momenti significativi della storia statunitense tale approccio ideologico è andato alimentandosi attraverso enunciati (geo)politici quali la Dottrina Monroe o il Manifest Destiny. Volendo trovare un riferimento paradigmatico lo si può rintracciare nell’antico concetto della successione degli imperi (translatio imperii), che sembra avere interessato anche una parte dell’élite statunitense. La nazione nordamericana divenne comprimaria sulla scena mondiale durante la cosiddetta età dell’imperialismo (guerra ispano-americana, 1898), cominciando a rivaleggiare con la potenza globale dominante dell’epoca, il Regno Unito, e con l’Impero Tedesco, che di quello Britannico aveva cominciato ad essere il principale concorrente. Si trattò di una partita mondiale a tre la cui genesi può rintracciarsi negli ultimi decenni del XIX secolo e la cui conclusione avvenne con la sconfitta (1945) della Germania nazionalsocialista e con il definitivo eclissarsi di ogni residua velleità imperiale britannica a Suez nel 1956. Negli anni Novanta del XIX secolo in Germania e negli Stati Uniti  aveva cominciato a palesarsi un dibattito sul ruolo mondiale delle due potenze che ebbe i due massimi campioni in Friedrich Ratzel e in Alfred Thayer Mahan. Nello stesso anno (1897) entrambi produssero due opere fondamentali. Il primo pubblicò il saggio Politische Geographie, all’interno del quale utilizzò l’espressione Lebensraum in riferimento alle relazioni tra Stati, mentre il secondo dava alla stampe lo studio intitolato The Interest of America in Sea Power, Present and Future. Gli anni a cavallo tra XIX e XX secolo possono così considerarsi un periodo cruciale per gli sviluppi della politica mondiale e quindi per le sorti del futuro Impero Americano. Il Regno Unito avrebbe infatti cominciato a tessere accordi diplomatici (Alleanza anglo-giapponese 1902; Accordo anglo-russo, 1907) volti principalmente a contrastare ovvero contenere i due principali pericoli alla propria egemonia: la Germania e gli Stati Uniti. In questa partita a tre per l’egemonia mondiale, il cui periodo di incubazione può essere individuato negli anni compresi tra il 1867 e il 1898, l’Impero Ottomano e quindi l’area mediorientale avrebbero assunto una valenza strategica. Poche volte ci si ricorda che i primi approcci della diplomazia statunitense ebbero luogo con Stati musulmani della sponda sud del Mediterraneo, come testimoniano due trattati siglati dagli Stati Uniti rispettivamente con il Marocco nel 1786 e con il Bey di Tripoli (territorio all’epoca formalmente sotto sovranità ottomana) nel 1797. Soprattutto l’involuzione dei rapporti con la Reggenza di Tripoli avrebbe determinato il primo intervento armato degli Stati Uniti al di là dell’Emisfero occidentale con il coinvolgimento nelle cosiddette Barbary Wars (1801-1805; 1815-1816).

Nel 1869 l’apertura del Canale di Suez nell’Egitto formalmente ottomano rappresentò una svolta epocale per i traffici marittimi, perché consentì di bypassare il Capo di Buona Speranza, accorciando la rotta verso l’Asia. Il 3 marzo 1898 il British Admiralty Office aveva inoltre avviato esperimenti per l’utilizzo del petrolio come propellente delle unità della Royal Navy in sostituzione del carbone. Già sul finire del XIX secolo alcune potenze europee avevano rivolto la loro attenzione verso la possibile esistenza di cospicui giacimenti di oli combustibili nel Vicino Oriente, in specie ottomano. Al termine del Primo conflitto mondiale il principale produttore di petrolio a livello globale erano gli Stati Uniti. Tuttavia nel 1912 nell’Impero Ottomano era stata costituita la Turkish Petroleum Company, destinata a divenire protagonista dello sfruttamento petrolifero nel Medio Oriente arabo sino a quando, nel 1929, mutò nome divenendo Iraq Petroleum Company. L’anno precedente a Ostenda, nel Regno del Belgio, era stato firmato un accordo strettamente riservato che riuniva in un consorzio le principali compagnie petrolifere anglo-neerlandesi, francesi e statunitensi. Denominato Group Agreement, esso divenne poi noto con il nome di “Red Line” Agreement e avrebbe dato origine alle cosiddette “Sette sorelle”. La firma del “Red Line” Agreement pose fine ad un lungo ed intenso contenzioso diplomatico che, sorto negli anni Venti dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano, aveva opposto Washington e Londra per la partecipazione delle compagnie statunitensi allo sfruttamento dei petroli mesopotamici. La prorogatio imperii perseguita da Londra – incentrata sul controllo delle riserve petrolifere mediorientali – veniva così minata, lasciando già presagire quel passaggio dall’egemonia britannica a quella americana che si sarebbe concretizzata dopo il 1945. Quanto la diplomazia di Washington tenesse in grande considerazione la valenza geopolitica e geoeconomica dell’Impero Ottomano ci viene suggerito dalle testimonianze e dalle sperienze di due diplomatici espressione di quello che oggi potremmo definire deep state a stelle strisce. Henry Morgenthau Sr., che fu ambasciatore statunitense a Istanbul (Costantinopoli) dal 1913 al 1916, definì nelle sue memorie la capitale ottomana: <<this great headquarters of intrigue>> (“questo grande centro dell’intrigo”), per le manovre diplomatiche e politico-economiche che lì si consumavano. Altrettanto interessante è un documento* (desecretato) della CIA** datato 1961 in cui si riportavano commenti di ambienti cecoslovacchi sulla figura di Allen Dulles, il quale, prima di divenire direttore della stessa CIA, fu Appointed to American High Commission in Constantinople dal 1920 al 1922. Nella capitale ottomana Dulles avrebbe conosciuto il suo secondo grande amore: il petrolio (<<There he met with his second love – oil>>). La missione di Dulles, una volta lasciata Istanbul, fu quella di responsabile, per conto del Dipartimento di Stato, per il sottodipartimento del Vicino Oriente (Near East), con l’obiettivo precipuo di favorire: <<the American oil monopolies in outsing the British from their positions in the Arab countries>> (“i monopoli petroliferi americani nell’escludere i britannici dalle loro posizioni nei Paesi arabi”). Questo obiettivo fu parzialmente conseguito, come già detto, con la firma nel 1928 del “Red Line” Agreement, ma soprattuto con la creazione nel 1933 della Saudi Aramco (contrazione di Arabian American Oil Company). L’Aramco potè vedere la luce grazie anche a capitali statunitensi della Standard Oil Company of California del magnate John Davison Rockefeller. Aveva così inizio quel connubio di interessi geoeconomici e geopolitici tra gli Stati Uniti e il Regno Saudita, (nato solo l’anno precedente quando Ibn Sa‘ūˊd unificò il Regno del Ḥigiāz, strappato alla dinastia Hashemita nel 1925, e il Sultanato del Naǵd), che, perdurando ancora oggi, fa dell’area mediorientale una regione cruciale per le fondamenta stesse dell’American Empire.

Nel primo dopoguerra – dissoltosi l’antico Impero Ottomano che per secoli aveva dominato su buona parte dell’odierno Medio Oriente – la nuova politica estera della Turchia kemalista (Stato successore della Sublime Porta) fu assai più attenta agli interessi nazionali e ben più in grado di sfruttare le frizioni diplomatiche tra le potenze europee, inaugurando un nuovo corso nelle relazioni tra la neonata Repubblica di Turchia e la comunità internazionale, perseguendo una politica più orientata alla prudenza e alla messa in sicurezza del suo estero vicino, come ebbero a dimostrare i Trattati di Alessandropoli (1920) oltreché di Mosca (1921) e come confermarono le firme, nel 1934, dell’Intesa balcanica nonché, nel 1937, del Trattato di Sa‘dābād. Tale approccio agli affari esteri trovò una mutazione qualitativa solo alcuni decenni più tardi, quando Ankara sembrò volere ritornare ad uno stile, per così dire, più “enverista”, scegliendo di lasciarsi coinvolgere nella (nuova) politica bipolare dei blocchi contrapposti con l’adesione, nel 1952, al Trattato Nordatlantico, consentendo così alla talassocrazia (imperiale) statunitense di incuneare un proprio avamposto tra il Caucaso sovietico e il Medio Oriente. Scacchiere, quest’ultimo, in cui l’influenza britannica aveva cominciato a tramontare con il rischio che ad essa, in alcuni casi, potesse sostituirsi quella sovietica.

L’importanza della Turchia per gli Stati Uniti era già stata rivelata nel 1947 dalla cosiddetta Dottrina Truman, che assicurava a quel Paese e alla Grecia il sostegno statunitense contro ingerenze sovietiche. Queste ingerenze riguardavano in parte anche la questione degli Stretti Turchi, il cui regime dal 1936 era (ed è) regolato dalla Convenzione di Montreux che aveva riconosciuto alla Turchia lo status di nazione garante del passaggio dei navigli attraverso i Dardanelli e il Bosforo in direzione del Mar Nero.

Soprattutto dopo il ‘45 la regione mediorientale assunse un peso sempre maggiore nella politica mondiale statunitense. L’ex Impero Britannico continuò a giocare un ruolo residuo nell’area quando, nel 1955, patrocinò la fondazione della Middle East Treaty Organization (o Organizzazione del Patto di Baghdad), la quale nel 1959, dopo la fuoriuscita dell’Iraq, fu ribattezzata Central Treaty Organization. Nel 1957 la Dottrina Eisenhower suggellò di fatto il ruolo che gli Stati Uniti assumevano in Medio Oriente in sostituzione di Londra affermando che Washington avrebbe sostenuto: <<without reservation the full sovereignty and independence of each and every nation of the Middle East>> (“senza riserve la piena integrità e indipendenza di ogni nazione del Medio Oriente”). L’appartenenza della Turchia sia alla CENTO che alla NATO fu uno dei segnali rivelatori che le due organizzazioni avrebbero dovuto realizzare, insieme alla SEATO (Southeast Asia Treaty Organization), quel controllo del Rimland eurasiatico già teorizzato dallo statunitense Nicholas John Spykman negli anni Quaranta; controllo ritenuto essenziale da taluni strateghi statunitensi per contenere, durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica in Eurasia e quindi su scala globale.

Foto – Il concetto Rimland ideato da Nicholas John Spykman tradotto in mappa

Nel 1979 la CENTO si sciolse ma l’impegno degli Stati Uniti (che nell’organizzazione ebbero lo status di osservatori) nella regione non venne meno, in considerazione anche del fatto che da quell’anno la rivoluzione khomeinista offrì all’Impero Americano l’occasione di identificare un nuovo nemico e nello stesso tempo di ergersi a campioni del mondo islamico dopo l’invasione sovietica – condotta in quello stesso anno – dell’Afghanistan. In particolare, la fine della monarchia in Iran spinse gli Stati Uniti a focalizzare l’attenzione in maniera precipua sul Golfo Persico. Nel 1980 fu la volta della Dottrina Carter per mezzo della quale la Casa Bianca indicò il pericolo che la spinta sovietica verso l’Oceano Indiano potesse minacciare il libero flusso di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz e quindi minare la stabilità regionale e per conseguenza internazionale. Nel 1983 Washington consolidò la propria posizione nel Medio Oriente creando un’area di responsabilità militare, lo US Central Command (CENTOCOM) che, comprendendo venti Stati mediorientali (incluso l’Egitto) e asiatici, costituisce una dei sei geographic combatant commands delle forze armate statunitensi a cui recentemente si è aggiunto lo Space Command voluto da Donald Trump.

Se oggi si pone attenzione al fatto che il greggio mediorientale rifornisce in massima parte i mercati asiatici – Repubblica Popolare Cinese compresa – risulta altresì facile comprendere in che misura il Medio Oriente sia molto probabilmente destinato a rappresentare ancora in futuro uno spazio nevralgico, a motivo soprattutto delle questioni riguardanti la partita che nel XXI secolo sembra essersi avviata tra l’aquila statunitense e il drago cinese.

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*CIA-RDP70-00058R000200120141-0

**Central Intelligence Agency

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Si è formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano) conseguendo la laurea magistrale in Storia con indirizzo specialistico storico-religioso. In qualità di studioso di storia delle relazioni internazionali e geopolitica, si è dedicato soprattutto al Medio Oriente pubblicando due studi brevi per i paper digitali curati dalla Fondazione De Gasperi dedicati all’area mediterraneo-mediorientale: Libia: radici storiche di un caso geopolitico (agosto 2016) e Un Califfato improbabile. Genesi e dinamiche storico- contemporanee di Daesh (febbraio 2017). Nel 2017 ha pubblicato il saggio Medio Oriente conteso. Turchi, arabi e sionisti in un conflitto lungo un secolo, con prefazione dell’ambasciatore Bernardino Osio.



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