L’accordo con l’Azerbaigian messo in stallo: gli armeni rompono a Trump le uova nel paniere del Nobel
L’Armenia interrompe subito gli sviluppi dell’accordo siglato con l’Azerbaigian grazie alla mediazione di Trump. In questo modo toglie al presidente americano una delle chance che teoricamente avrebbe per ottenere il Nobel per la pace. E soprattutto rimanda la realizzazione del Corridoio di Zangezur.
Non è una quisquilia legale
Il progetto in questione consiste nell’allestimento di un passaggio che colleghi l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan. È previsto che il corridoio attraversi la regione dell’Armenia meridionale del Syunik, chiamata tradizionalmente Zangezur. Ma ecco che dal ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan armeno giunge una serie di dichiarazioni che fanno sorgere parecchi dubbi sull’effettivo avvio dei lavori. Nei giorni scorsi ha infatti definito come “non realistico per adesso” l’affitto che il suo Paese dovrebbe concedere agli enti stranieri preposti alla gestione del corridoio. Spiega che prima di fare annunci definitivi occorre discutere e accordarsi sui dettagli tecnici. Non solo sul piano pratico, ma anche e soprattutto su quello giuridico. E non è una quisquilia: per procedere servirebbe infatti una modifica alla Costituzione dell’Armenia, riguardante l’integrità territoriale dell’Azerbaigian. Come precisa il ministro, di questo non si è parlato a Washington quando è stato siglato l’accordo iniziale fra i leader dei rispettivi Paesi.
L’affitto del corridoio
Il passaggio è stato denominato TRIPP, acronimo di Trump Route for International Peace and Prosperity. Il presidente americano ha meritato il nome nel titolo avendo agevolato i negoziati fra i leader dell’Armenia e dell’Azerbaigian, che ha accolto alla Casa Bianca l’8 agosto per la firma del memorandum di cooperazione. Quindi non hanno siglato esattamente un trattato di pace i due Paesi che da più di trent’anni si scontrano periodicamente a suon di cannoni e molto più spesso con dichiarazioni aggressive e screzi diplomatici.
A Washington, il presidente azero Ilham Aliyev ha stretto la mano al premier armeno Nikol Pashinyan. Dietro di loro Trump che li benediceva con un sorriso. È stato un gesto sicuramente importante sul piano simbolico e può aiutare Trump a ottenere il Nobel da lui sognato. Però è piuttosto scarso a livello pratico, perché in sostanza il documento si limita a riportare la buona volontà armena di concedere la gestione del corridoio di Zangezur agli USA, che lo avrebbero in affitto per 99 anni. Infatti oggi Mirzoyan fa notare che non si è mai parlato di una cessione a lungo termine.
Una formula poco precisa
Inoltre nel memorandum si prevede per la gestione del corridoio l’opera degli USA e altresì di un altro soggetto, che deve essere scelto dagli americani insieme agli armeni. Questi ultimi manterranno il pieno controllo del territorio, asserisce il ministro. Il problema per Trump e per Aliyev è che al documento manca un valore legale vincolante. Restano così da decidere dei punti fondamentali che sono nodi non semplici da sciogliere. Ad esempio, il testo dice che l’Armenia si impegna a cooperare nell’ambito del progetto. Un grande passo avanti verso la pace, certo, ma è formula bella e fumosa, poco specifica. E la questione dell’affitto del territorio a uno Stato estero è qualcosa che deve essere prima approvato dal Parlamento. Ed è altamente improbabile che il premier Pashinyan rischi la poltrona sottoponendo la questione al voto parlamentare proprio adesso, con le elezioni del 2026 che incombono.
La reazione di Baku
Dunque non c’è ancora quel vero trattato di pace che chiuderebbe tutte le contese e permetterebbe lo sviluppo reale dei progetti fin qui solo accennati. Trump ha gioco facile nel dire che Armenia e Azerbaigian d’ora in poi saranno in armonia e in amicizia – sottintendendo che è grazie a lui – ma per il momento sussiste solamente una dichiarazione di intenti messa in pausa da Yeravan. Baku non l’ha presa bene: il presidente azero ha già minacciato “serie conseguenze” qualora gli armeni decidano di rimangiarsi completamente ciò che hanno firmato a Washington. Secondo lui, è ovvio che l’accordo della Casa Bianca presupponga il riconoscimento armeno dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian. E se lo metteranno nuovamente in dubbio, aggiunge, si accorgeranno che l’equilibrio di forze nella regione pende in modo netto a favore di Baku.

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