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La ‘tregua armata dei partiti’ del Governo Draghi

Doveva essere una tregua nella situazione politica italiana che in queste ultime settimane ha raggiunto punte di elevatissima conflittualità, fino a rasentare la crisi del governo Draghi. E forse tregua sarà, anche se molto limitata nel tempo. Perché in realtà i partiti della debordante maggioranza non hanno smesso di affilare le armi. I compromessi, i rinvii e gli espedienti escogitati per raffreddare le tensioni sul catasto e i possibili aumenti delle tasse per la casa, sulla giustizia, sulle spese militari, sugli aiuti all’Ucraina, sui costi e gli approvvigionamenti dell’energia, in un elenco che potrebbe essere molto lungo e con tante altre voci, potrebbero infatti avere vita breve ed essere affiancati da altri temi che dividono i partiti della grande coalizione di Palazzo Chigi. E ciascuna delle stesse forze politiche, a sinistra come a destra, è attraversata da distinguo e malumori che non promettono nulla di buono. 

“Tregua”, “affilare le armi”: luoghi comuni che usiamo con leggerezza nel nostro linguaggio quotidiano, ma che altrove, e col passare dei giorni anche da noi, assumono quel senso letterale che suscita angoscia: in Ucraina, in Russia, dove si combatte davvero e si muore, nei Paesi confinanti, e come nei cerchi concentrici di uno stagno nel mondo intero, dove tutti siamo un po’ “confinanti”, si spera in un cessate il fuoco che favorisca il riavvio di una qualche trattativa, mentre da ogni parte ci si chiede che cosa vuole davvero e dove è disposto ad arrivare l’uomo che ha dato fuoco alle polveri, quel Putin che per quanto se ne voglia dire e discutere, a destra quanto a sinistra, è il responsabile “prossimo” di quanto accade. E se proprio si vuol cercare qualche causa o responsabilità “remota”, che pure non è escluso possa esservi, il momento migliore non sembra proprio questo che vede i cannoni fumanti. 

Eppure ci si divide, ora, con polemiche e disquisizioni, alcune delle quali più che storiche appaiono semplicemente stucchevoli, di ordine quasi esclusivamente semantico, sotto il quale naturalmente non è difficile scorgere un retropensiero politico. E dunque: chissà se si può osar dare il nome di Resistenza alla lotta degli ucraini che tentano di respingere come possono l’assalto e, si dice, i crimini di guerra dei russi. No, non si può, si tuona da settori della sinistra, che peraltro da sempre ha tentato di appropriarsi in esclusiva, anche riuscendoci, del patrimonio lasciato dalla lotta di liberazione. E l’Anpi, protagonista di questa polemica, spalleggiata da una certa nostalgica sinistra, politica, intellettuale, sindacale, ripropone un proprio diritto, spesso rivendicato nel corso degli anni, di decidere su chi può e chi non può partecipare alle iniziative e alle manifestazioni del 25 aprile. E pensare che fino a non molti anni fa i “nostalgici” albergavano a destra, solo da quella parte. E in questo contesto si situano quelle posizioni che si riconoscono nell’espressione “Né con Putin, né con la Nato“, che tuttavia col passare delle settimane, con l’inasprirsi del conflitto, le dure misure economiche contro la Russia, e gli aiuti militari all’Ucraina da parte dello scacchiere europeo e occidentale che vede in prima fila Stati Uniti e Regno Unito, ha subito una decisa mutazione anti-occidentale e anti-americana, già peraltro contenuta in quella posizione “equidistante” della primo momento. E ora questo “né, né” è finito per scivolare verso un malcelato filo-putinismo. Se è vero che tutte le opinioni vanno rispettate e hanno diritto di cittadinanza, può essere anche vero che a quel “tutte” talvolta vale la pena di aggiungere un “quasi”. Perché un conto è un irriducibile, eroico pacifismo, unito a un inesausto tentativo di portare le parti in conflitto a una trattativa, e un altro conto è finire per negare una realtà che non si presta a interpretazioni. In mezzo a questo dibattito sempre più vivace, stanno il governo col presidente Draghi, i partiti che in occasione delle decisioni sugli aiuti militari all’Ucraina hanno espresso un consenso perfino più largo della già larghissima maggioranza, opposizione di destra compresa, seppure con qualche pesante quanto significativa defezione arrivata dai Cinquestelle. Ma è stato un caso più unico che raro, giacché le divisioni, i distinguo e le diverse visioni nella maggioranza si sono riproposte puntualmente subito dopo. Il presidente Mario Draghi, affiancato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio sulla cui impronta personale, sua individuale, nelle decisioni del governo, appunto, in politica estera non è dato sapere più di tanto, è alla ricerca di gas, petrolio e materie prime nei paesi nordafricani e non solo del nord Africa, nella determinazione di contenere la dipendenza energetica dalla Russia, e in prospettiva di affrancarsene del tutto o quasi. 

Un’azione che tenta di armonizzarsi con quanto viene deciso a livello europeo, a sua volta percorso da posizioni spesso contrastanti dei singoli Paesi dell’Unione sulle misure economiche contro la Russia, nel crescendo di aspre sanzioni che nell’arco di due mesi si sono sempre più rafforzate. E in questo giro in Africa, l’accordo in campo energetico raggiunto da Draghi con l’Egitto non ha mancato di suscitare reazioni polemiche in particolare dal PD di Enrico Letta, che ha ritenuto inopportuna questa intesa per via del caso Regeni, per la cui soluzione da parte egiziana si continua a non avere nessuna intenzione di collaborare. Ma l’Egitto non è l’unico paese sul quale si possono sollevare quanto meno interrogativi su quel complesso di tematiche che va sotto il nome di rispetto dei diritti degli individui, delle collettività, e in generale della democrazia. Certo, gli accordi con quel Paese, e con gli altri che non si possono definire propriamente democratici, non implica che si voglia rinunciare agli accertamenti su quella vicenda e alle pressioni per l’instaurazione in quelle nazioni di una compiuta vita democratica. E tuttavia si può ricordare che, parafrasando un vecchio detto, spesso la diplomazia “non è un pranzo di gala”. In questo contesto, la reazione del segretario PD rischia di poter essere derubricata come uscita propagandistica. 

Ma a far discutere sono anche altre posizioni di Letta, come la sua idea di un embargo totale, da subito, da domani, nei confronti della Russia, a cominciare dagli approvvigionamenti in campo energetico. Proposte che non suscitano alcun seguito, e in primo luogo nel suo partito. E nel PD ad opera di una consistente e importante ala di sinistra si è aperto un aspro fronte di dissenso nei confronti del segretario che contesta una sua linea ritenuta ultramilitarista, iperoccidentale, acriticamente filoeuropeista a oltranza, e questo fronte è arrivato a reclamare più spesa sociale e meno spesa militare proprio mentre nel partito col governo e la maggioranza si decide di aumentare le risorse per gli armamenti, fino a chiedere una verifica assembleare della linea politica del segretario. Un dibattito interno nel PD che non potrà non avere riverberi sull’azione del governo e sui rapporti con gli altri partiti della maggioranza, e che proietta anche un’onda lunga fino a raggiungere la campagna elettorale anche “interna” al partito per le prossime elezioni politiche, tra un anno o anche meno, con vista sulla formazione delle liste. Ma i travagli della compagine di Letta non finiscono qui. Sull’azione politica del partito aleggiano sempre più evidenti gli interrogativi sui rapporti con i Cinquestelle ormai freddi e carichi di incognite. Il PD da una parte e il partito di Grillo dall’altra devono decidere se stringere un’alleanza organica o se rinunciare a questo progetto. Sia l’uno che l’altro si chiedono su quali basi politiche e programmatiche stringere un patto che non sia soltanto un tentativo, peraltro complicato, di vincere le elezioni, e poi si vedrà. Considerate le diverse visioni dei due partiti su tanti temi cruciali non è azzardato pensare che l’alleanza possa avere vita breve. E dunque un’eventuale vittoria diventerebbe quanto mai effimera, a meno di rinunce politiche che oggi non sono immaginabili, anche se sia l’uno che l’altro partito negli ultimi tempi si sono resi protagonisti di cambi di linea e giravolte che nessuno avrebbe osato pensare. È vero che il PD stando ai sondaggi pare abbia aumentato i propri consensi fino a raggiungere il podio di primo partito, peraltro condiviso da una settimana all’altra con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Ma a nessuno può sfuggire che l’elettore indeciso o tendenzialmente astensionista oggi e forse più che mai vive un disorientamento dovuto proprio anche alla mancanza di chiarezza dei programmi e degli intenti, di cui la solidità delle alleanze è parte integrante. E a proposito di partecipazione ai governi, va segnalata la recente affermazione di Enrico Letta in cui ha praticamente giurato che il suo partito non andrà più a Palazzo Chigi senza una netta vittoria elettorale. Dopo un lungo decennio di sostanziali sconfitte in cui il PD si è poi ritrovato per un verso o per l’altro al governo, questo finalmente vuol dire parlar chiaro. 

Intanto i Cinquestelle continuano a vivere lo psicodramma in cui sono immersi ormai da un anno più che abbondante. La rielezione di Conte a presidente del partito, con appena 38mila voti sui 125 aventi diritto, è di nuovo contestata in tribunale da un agguerrito gruppo di iscritti, mentre è attesa la sentenza definitiva sulla prima contestazione di un paio di mesi fa che lo aveva disarcionato. Ma lo scontro all’interno di quel che fu il “Movimento” non è certo soltanto di ordine giudiziario, che peraltro sarebbe sanabile con una scrupolosa osservanza delle regole interne, magari anche definitivamente rivedute e corrette, una volta per tutte. A parte abbandoni, defezioni ed espulsioni annunciate, il partito, che in base ai sondaggi continua a perdere consensi segnando continui minimi storici, è diviso ormai quasi ufficialmente quanto meno in due tronconi: da una parte i seguaci “movimentisti” di Conte, e dall’altra quelli governativi di un Di Maio iperdraghiano, con il fondatore Grillo che ha scelto un silenzio chiaramente dovuto a preoccupate incertezze, e con quell’Alessandro Di Battista che aspetta il momento migliore per rientrare ufficialmente in campo. 

Un conflitto ormai acclarato, quello tra Conte e Di Maio, che dovrà avere un qualche sblocco definitivo nelle prossime settimane, con i risultati delle elezioni amministrative parziali come prova generale delle politiche, tra un anno se si arriverà alla scadenza naturale della legislatura. Il presidente del partito nelle ultime settimane si è impegnato in alcuni slalom che hanno lasciato interdetti molti militanti e non pochi eletti in Parlamento, al punto che tra i senatori e i deputati c’è chi lo contesta più o meno apertamente, e chi vorrebbe trarre le conseguenze estreme delle sue eccentriche posizioni, lasciare la maggioranza e uscire dal governo. Del resto possono essere anche queste le logiche conclusioni dell’opposizione di Conte all’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL (oggi attestato all’1,5% circa), in base all’impegno preso dall’Italia con gli altri paesi in sede NATO. Poi il capo dei Cinquestelle si è accontentato della dilazione di un paio di anni per il raggiungimento di quell’obiettivo, forse non dimentico che anche lui da Presidente del Consiglio aveva aumentato quegli investimenti. Ben poca cosa, quella dilazione, rispetto alle dichiarazioni roboanti con cui aveva accompagnato il fermo “no” dei Cinquestelle all’incremento delle spese per la difesa. E il tutto, con grande imbarazzo dell’aspirante alleato PD, qualche ora dopo che i deputati di Conte avevano votato una risoluzione che portava dritto proprio a un aumento di quelle risorse. Qualcuno ha parlato di cerchiobottismo. Del resto si può anche convenire con questa definizione quando si pensa a quanto detto da Conte commentando il primo turno delle elezioni in Francia che ha portato Marine Le Pen al ballottaggio contro Emmanuel Macron con un ottimo risultato che ha lasciato aperto il risultato finale: solo la destra parla dei bisogni delle persone, queste le sue parole che certo si riferivano anche alla situazione italiana. Una battuta, probabilmente, ma anche una presa d’atto di una certa realtà politica. Ne risulta dunque un’affidabilità, di Conte e dei suoi Cinquestelle, ridotta ai minimi termini.

Ma a conferma di quanto sia agitato e carico di incognite il quadro politico, non dissimile appare la situazione nel campo della destra, che, al pari della sinistra, molti elementi fanno pensare che sia a un passo dallo stato confusionale. Un ennesimo strappo si è consumato a Palermo, dove Forza Italia e Lega hanno raggiunto un accordo sul candidato sindaco per il 12 giugno, praticamente all’insaputa, così almeno suggeriscono le cronache, di Fratelli d’Italia. Una goccia che rischia di far traboccare un vaso già colmo di continui distinguo e scontri aperti tra i tre partiti che si dicono uniti ma che in realtà sono estremamente divisi, e non solo perché due sono in maggioranza e uno all’opposizione del governo Draghi. La posta in gioco del resto è alta, e riguarda l’assetto con cui presentarsi alle elezioni politiche e chi, partito e suo vertice, sarà il capo dell’alleanza, un patto di coalizione che a giudicare di quanto avviene in queste settimane, oggi non può essere dato per scontato. Un’eventualità, questa, che sarebbe come consegnare su un un piatto d’argento alla sinistra il risultato delle elezioni. La Lega, che in occasione della tornata amministrativa a Palermo cambia nome e simbolo, diventando “Prima l’Italia” senza più il nome del segretario Salvini – probabilmente in vista di un analogo cambiamento su scala nazionale – vive una fase di grandi difficoltà certificate anche da sondaggi impietosi. E molti riconducono le cause di questo lungo momento critico alle posizioni ondeggianti del capo Salvini, non sempre condivise all’interno della Lega, nei fatti interni (misure di contrasto all’epidemia e vaccini, per dire soltanto di un paio di cose), e in quelli internazionali (guerra della Russia in Ucraina, rapporti con Putin, collocazione in Europa, unico leader di partito italiano ad essersi congratulato con Le Pen per il risultato del primo turno francese). A raccogliere i frutti di questo disorientamento leghista è Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che stando ai sondaggi beneficia anche della sua collocazione all’opposizione, ritenuta da molti come scelta di coerenza, e che a quanto pare riceve anche qualche consenso tra i delusi dei Cinquestelle. La posizione di partito guida di Fratelli d’Italia nel campo della destra appare ormai incontrastabile, e ora la Meloni tenta di conquistare quel nord che finora è sembrato appannaggio della Lega, con la conferenza programmatica del partito che a fine aprile si terrà a Milano. I due partiti sono dunque impegnati in una concorrenza quanto mai agguerrita: alleati sì, forse, ma quanto mai divisi. 

A chiudere il quadro c’è l’ottimo andamento nelle intenzioni di voto di Forza Italia, che con il ritorno in campo di Berlusconi si ripropone come forza centrale ineludibile e punto di equilibrio nella compagine di destra. In questo contesto in movimento tanto a sinistra quanto a destra, il governo Draghi naviga in acque agitate. Nelle ultime settimane ha rischiato di andare in frantumi un paio di volte. E con i tanti temi aperti, in primo piano la giustizia con la riforma del CSM che alla fine non piace quasi a nessuno, e chi la approva parla appena di un “primo passo” – per motivi diametralmente opposti la contestano i magistrati che annunciano sciopero, Italia Viva di Matteo Renzi, e molte voci fuori dal Parlamento – la riforma del catasto e altro ancora, il Governo non avrà vita tranquilla. Del presidente Draghi si dice che sia stanco, anche un po’ deluso, ma lui nega. E con le emergenze che si trova ad affrontare in Ucraina, la crisi energetica con l’aumento delle bollette per le imprese e le famiglie, la carenza di materie prime, l’inflazione, il Piano di ripresa e resilienza che deve ancora decollare, l’epidemia che esige continue attenzioni, il premiernon può certo lasciare. Almeno ancora per qualche mese. E a chi gli chiede se è disponibile a candidarsi alle elezioni, risponde di escludere tale eventualità. Non è nel suo personaggio, candidarsi – benché al Quirinale abbia tentato l’autocandidatura. Draghi è fatto così, l’eventuale insuccesso gli può dare alla testa. Nominato sempre volentieri, eletto mai.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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