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La giornalista russa Nadana Fridrikhson intervistata da La Stampa

Il quotidiano La Stampa, da sempre su posizioni critiche verso la Russia, sembra voler fare qualche leggera correzione alla consueta narrazione anti-Cremlino. Il 29 aprile ha pubblicato un’intervista a Nadana Fridrikhson, giornalista russa che di recente si è confrontata nei salotti televisivi italiani sui punti scottanti del conflitto in Ucraina. Le domande, pur cercando il sensazionalismo sulla sua persona (Lei è una spia russa?Non sta ripetendo la propaganda di Mosca?), le hanno dato l’occasione di chiarire alcuni aspetti fondamentali su cui i media italiani battono pesantemente. Anzitutto, ha potuto replicare alle illazioni di Andrea Romano, deputato del Partito Democratico, che accusandola di lavorare per il Ministero della Difesa russo ha segnalato il caso alla Commissione di vigilanza della RAI e ha chiesto l’intervento niente meno che del COPASIR, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; alla richiesta si è unito Michele Anzaldi, deputato di Italia Viva. La Fridrikhson suggerisce che quella dei parlamentari italiani sia una forma di censura, ponendo loro una domanda retorica: invocherebbero le medesime verifiche su un giornalista ucraino o su uno americano? Poi li invita a uscire dai loro “uffici accoglienti” per recarsi nel Donbass, parlare con la gente del posto e vedere ciò che sta davvero accadendo. Le domande provocatorie del giornalista de La Stampa le hanno anche offerto la chance di evidenziare certe contraddizioni insite nella visione occidentale: all’osservazione secondo cui gli ucraini non avrebbero accolto i russi come dei liberatori, come invece pare si aspettassero questi ultimi, la Fridrikhson fa notare a sua volta come gli abitanti che scappano dalla città di Mariupol (sede dell’ormai famosa acciaieria Azovstal) cerchino di andare proprio in Russia, non verso Kiev. E sui tragici fatti di Bucha ribadisce quanto già invocato da Mosca, cioè un’indagine internazionale, bollando come bugie e accuse infondate ciò che afferma Claudio Locatelli – citando a sua volta la CNN – sulle violenze sessuali perpetrate dai soldati russi. E alla domanda sulla censura nei media russi contrapposta alla libertà di parola data in Italia pure a quelli come lei, la Fridrikhson risponde che non soltanto in Russia vi sono canali televisivi in cui è possibile ascoltare opinioni diverse, ma anche che durante i suoi interventi nei programmi italiani è stata sistematicamente etichettata come megafono della propaganda e che talvolta non le veniva permesso di replicare alle menzogne dette da altri ospiti: quindi, secondo la Fridrikhson, si dovrebbe evitare di recitare il “mantra” dell’esistenza di una piena libertà di parola in Italia.

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