Iran-Libano, insegnare tra le macerie per non perdere il futuro

Iran-Libano, insegnare tra le macerie per non perdere il futuro

7 Aprile 2026 0

Alle due di notte italiane, le 20 a Washington, scatta l’ora X dell’ennesimo ultimatum lanciato da Donald Trump all’Iran. La minaccia, questa volta, è tra le più pesanti mai formulate e riguarda la distruzione sistematica di ogni ponte e centrale elettrica della Repubblica Islamica se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto immediatamente. Anzi nelle ultime ore il presidente rilancia:

Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà.

Non è la prima volta che il presidente americano ricorre a questa strategia. Dal 21 marzo scorso le scadenze si sono susseguite in un’altalena di rinvii e toni bellicosi su Truth Social, dove Trump il 30 marzo scorso ha esplicitamente ipotizzato di colpire anche gli impianti di desalinizzazione.

Concluderemo il nostro piacevole soggiorno in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che finora abbiamo volutamente evitato di toccare.

Erano state quest’ultime le parole del Tycoon. Mettere fuori uso queste strutture significa paralizzare il pompaggio dell’acqua verso le abitazioni civili, condannando milioni di persone alla sete. Si tratta di un piano d’attacco che il Pentagono potrebbe eseguire in una notte, colpendo obiettivi civili in palese violazione del diritto internazionale umanitario.

L’Iran non arretra

Teheran non sembra intenzionata a cedere a quella che definisce una retorica arrogante. La risposta della Repubblica Islamica è arrivata attraverso i mediatori di Pakistan ed Egitto con un documento in dieci punti, che chiede non una semplice tregua, ma la fine definitiva della guerra, la revoca delle sanzioni e un protocollo che sancisca il controllo iraniano sullo Stretto, oltre che la ricostruzione dei luoghi distrutti.

Mentre Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento di Teheran, accusa Trump di trascinare il mondo in un inferno seguendo gli ordini di Netanyahu, l’ambasciatore di Teheran all’Onu, Amir Saeid Iravani, avverte che colpire le infrastrutture civili avrebbe conseguenze catastrofiche ben oltre i confini regionali. Un attacco a centrali e ponti si configurerebbe infatti come una violazione diretta dell’Articolo 52 del Protocollo I delle Convenzioni di Ginevra, che vieta attacchi contro beni civili, e dell’articolo 54, che protegge le infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza della popolazione.

L’eccidio e le macerie libanesi

FOTO - 6 Marzo 2026 - L’attacco che ha colpito un istituto scolastico a Minab, nel sud dell’Iran
FOTO – 6 Marzo 2026 – L’attacco che ha colpito un istituto scolastico a Minab, nel sud dell’Iran

Se nel Golfo il presidente americano usa la strategia di pressione, minacciando di far tornare l’Iran all’età della pietra, in Libano l’escalation della guerra tra Israele e Hezbollah, alleato chiave di Teheran, ha già causato oltre 1.500 vittime. Qui i raid iniziati il 28 febbraio hanno trasformato interi quartieri in macerie, rendendo le strade e i ponti, soprattutto al Sud, costantemente sotto il tiro dell’aviazione di Tel Aviv.

Nonostante i bombardamenti che scuotono Beirut, noi non ci fermiamo. Non lo facciamo solo per seguire le direttive ministeriali, ma per la speranza che ci spinge a non mollare proprio ora. L’attività didattica prosegue perché giugno e gli esami di Stato sono alle porte e non possiamo permettere che la guerra si porti via anche il domani dei nostri ragazzi.

A parlare è Amal, docente di Farmacologia presso la Scuola superiore di infermieristica della capitale libanese. Dal 20 marzo, si collega ogni giorno da remoto per parlare di medicina e cura agli studenti di età compresa tra i 16 e i 22 anni. Insegna mentre tutto intorno lo scenario è fatto di distruzione e macerie, sotto un cielo solcato costantemente dai bang sonici, boati assordanti causati dagli aerei che superano la barriera del suono. Una forma di pressione psicologica che, giorno e notte, costringe la popolazione a veglie forzate e a un senso di allerta che non conosce tregua.

Il diritto allo studio a rischio

Amal è una sfollata tra gli sfollati. Abitava vicino Dahieh, il quartiere a sud di Beirut diventato l’epicentro degli attacchi israeliani iniziati lo scorso 28 febbraio. Quando l’escalation ha reso le mura di casa insicure è dovuta fuggire con la famiglia. Mentre le università restano faticosamente aperte, molte scuole hanno smesso di essere luoghi di studio per trasformarsi in centri di accoglienza per chi non ha più nulla.

L’attenzione della donna si sposta sui suoi studenti, giovani che cercano di restare ancorati a una parvenza di normalità attraverso uno smartphone o un computer.

Le difficoltà sono enormi e la connessione è instabile, ma questo è l’ostacolo minore rispetto al peso psicologico che i ragazzi portano sulle spalle – spiega Amal -. Molti di loro hanno lasciato le proprie case in fretta e furia, portando via solo l’essenziale. Vivono in uno stato di allerta perenne, sfiniti dalla paura e dalla mancanza di sonno. Questo rende quasi impossibile concentrarsi su una lezione. Proprio ieri, durante il collegamento, una mia studentessa ha dovuto abbandonare la stanza perché un missile aveva colpito il palazzo accanto al suo. I ragazzi sono smarriti e spaventati, ma allo stesso tempo mostrano una grande resilienza. Proviamo ad andare avanti insieme, cercando quella normalità che ci è stata strappata.

Fra i quartieri feriti, la solidarietà cammina sulle gambe dei volontari dell’associazione Annas Linnas, “La gente per la gente”.

Prima che Dahieh venisse completamente evacuato a causa dell’intensificarsi dei raid – spiega abuna (padre) Abdo Raad, sacerdote libanese della Chiesa greco cattolica Melchita – i volontari erano presenti sul campo tre volte a settimana per distribuire pasti caldi alla popolazione. Il loro impegno prosegue nella Valle della Bekaa. A Deir El Ahmar, una cittadina che ha accolto circa 8.000 sfollati distribuendoli tra scuole, chiese e case private, Annas Linnas continua la sua missione con il supporto dell’organizzazione italiana Missione Bambini e del santuario della Victory Lady. Nei giorni scorsi sono state consegnate decine di razioni alimentari ai rifugiati.

Marina Pupella
MarinaPupella

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