Intervista esclusiva a John Sitilides: la strategia di Trump nell’arena globale. L’approccio al confronto con Putin e la Cina. Il rapporto con la Meloni e l’Europa. L’impegno militare USA nel mondo e le sfide della politica interna.
John Sitilides è un prestigioso analista geopolitico che si occupa di strategia e di sicurezza internazionale. Ha lavorato come consulente diplomatico del governo americano per ben 17 anni, dalla presidenza Bush fino a quella di Biden, passando da Obama e dal primo mandato di Trump. Il Congresso lo chiama a portare la sua consulenza sui temi in discussione e lo interpellano spesso le tivù e i giornali di rilievo internazionale, dalla CNN al Tagesspiegel, dal New York Times al South China Morning Post. Collabora anche con il Foreign Policy Research Institute e ha fondato la Trilogy Advisors LLC.
Sitilides ha concesso a Strumenti Politici un’intervista lunga e ricchissima di contenuti, in cui spiega al pubblico italiano le caratteristiche della strategia adottata dalla Casa Bianca nell’affrontare la politica estera e le vicende interne. Tocca la questione dei rapporti degli USA con la Russia e con la Cina e delinea inoltre la relazione del presidente Donald Trump con la premier Giorgia Meloni e con gli altri alleati in Europa e nel mondo.

– Il panorama internazionale sembra modificarsi ogni settimana. Prima il summit fra USA e Russia, poi fra USA e UE, avanti con Russia-Cina e così via. Il vertice con Putin quali risultati ha portato? Quali esiti desidera l’amministrazione Trump e a quali obiettivi sta lavorando nell’arena mondiale?
– L’amministrazione Trump cerca di trasformare l’ordine internazionale in una maniera che dia maggiori sicurezze agli USA nell’emisfero occidentale, che ricalibri le relazioni commerciali americane mediante la massima leva di accesso al vasto mercato USA dei consumi, che garantisca alle tecnologie IA americane la prevalenza dell’innovazione all’interno della rivalità da “pace fredda” globale col Partito Comunista Cinese. La strategia per la sicurezza interna si manifesta in una rinnovata sicurezza dei confini, con cui prevenire l’ingresso di immigrati clandestini. I criminali stranieri già sul suolo americano vengono così arrestati e deportati, mentre affrontiamo militarmente i grossi cartelli della droga e le organizzazioni narco-terroristiche sudamericane e caraibiche. Altra componente di tale strategia è lo sforzo di Trump di mettere fine al controllo cinese sui porti del Canale di Panama sul lato Atlantico e su quello Pacifico. Pechino potrebbe infatti usarli per ostacolare il commercio americano con l’Asia qualora sorga una crisi diplomatica.
Allo stesso modo, ora che Cina e Russia sono impegnate in pattugliamenti aerei e navali congiunti nelle regioni artiche, Trump sta cercando di rafforzare la difesa del Nord America mediante legami economici e di sicurezza più intensi con la Groenlandia, perché secondo lui la Danimarca non è in grado di difenderla contro le potenze eurasiatiche. La Casa Bianca allargherà la cooperazione di sicurezza anche con gli alleati europei e dell’Asia Orientale, data la loro relativa prosperità economica, allo scopo di riequilibrare le operazioni di sicurezza regionale sulla base di una maggiore condivisione degli oneri. I contribuenti americani oggi pagano mille miliardi di dollari per il budget annuale della difesa, dunque il presidente si aspetta che gli alleati destinino una quota superiore delle proprie risorse per difendere i confini contro le crescenti minacce di Pechino e di Mosca.
L’ombrello nucleare statunitense resterà ancora a coprire Europa e Asia, ma con la previsione che ciascun Paese alleato aumenterà le proprie capacità militari convenzionali per la deterrenza contro le attività insidiose di Cina o Russia. È una preoccupazione notevole, ma spesso sottovalutata, specialmente considerando l’imprudenza con cui molti esperti di politica estera a Washington e nelle capitali europee hanno ignorato l’enorme arsenale nucleare della Russia e la sua dottrina dell’uso di armi nucleari tattiche in deterrenza o in risposta a minacce convenzionali indirizzate contro l’interesse vitale della sopravvivenza del regime a Mosca. Si tratta di un motivo-chiave sottostante agli sforzi del presidente Trump prima, durante e dopo il vertice in Alaska con il presidente Putin per la de-escalation del conflitto in Ucraina e il raggiungimento di una pace duratura.

Trump ritiene che tre anni di politiche fallimentari rivolte ad armare Kiev indefinitamente senza però offrire nessuna prospettiva realistica di una vittoria sulla Russia né una strategia di uscita con cui far terminare la distruzione in atto dell’economia ucraina, delle infrastrutture energetiche e del benessere sociale costituiscano una politica estera che ha dovuto ereditare controvoglia e alla quale ora deve porre rimedio. Putin è molto deciso nella sua richiesta all’Occidente di riconoscimento delle sue esigenze di sicurezza in Ucraina e oltre. Zelensky rischia il potenziale collasso del suo governo qualora venga ritenuto responsabile di aver ceduto territori vitali e sovranità nazionale.
Di fronte alla dura realtà del campo di battaglia militare e diplomatico russo-ucraino, Trump si sta adoperando non soltanto per sostenere la sovranità, la sicurezza e la prosperità economica dell’Ucraina, come peraltro si evince dall’accordo di investimenti congiunti, ma anche per ristabilire relazioni cordiali fra gli USA e la Russia e per sondare ambiti di cooperazione più ampia su questioni strategiche come gli idrocarburi, l’anti-terrorismo e l’esplorazione spaziale. Inoltre guarda con molta apprensione alla data di febbraio 2026 quando scadrà l’accordo sulla limitazione degli armamenti strategici con Mosca, che metteva restrizioni all’arsenale strategico di entrambe le superpotenze nucleari e imponeva un regime di verifiche reciproche con notifiche e ispezioni.
Se i rapporti non si saranno almeno in parte aggiustati entro quel termine, la Casa Bianca teme l’inizio di una nuova corsa agli armamenti col Cremlino, che metterebbe ancora più in pericolo il panorama internazionale della sicurezza e che costerebbe ai contribuenti americani centinaia di miliardi di dollari in più nel prossimo decennio. Al tempo stesso, il Partito Comunista Cinese sta rapidamente incrementando il proprio arsenale nucleare, passando dalle 250 testate del 2015 alle 1500 che avrà entro il 2035, e senza il benché minimo interesse a partecipare a una cornice di controllo degli armamenti insieme agli USA o alla Russia.
– L’opinione pubblica europea viene indotta a credere che Trump cambi idea spesso e che faccia dichiarazioni contraddittorie, al punto da confondere i suoi partner tanto quanto i suoi avversari. Forse si tratta di una sua strategia? Se sì, quale?
– Leggendo il libro di Trump “L’arte di fare affari” (The Art of the Deal), ci si rende conto che il presidente non ha particolarmente modificato il suo stile di negoziazione nel corso degli ultimi quattro decenni. Occorre tenere a mente che non è un politico ordinario, istruito alla diplomazia tradizionale come lo sono molti leader politici italiani ed europei. Trump è un costruttore, un imprenditore edile, che ha avuto successo in uno degli ambienti di business più duri degli Stati Uniti. E ci è riuscito grazie un mix di costante adattamento della pianificazione strategica, dell’accortezza politica e delle condizioni di mercato in evoluzione. Similarmente sul palcoscenico mondiale il presidente Trump pone obiettivi esageratamente ambiziosi per sé e per le sue controparti, come ad esempio mettere fine all’invasione russa in Ucraina “in 24 ore”.
Come ha detto una volta un politologo, i supporter di Trump lo prendono sul serio ma in maniera figurata, mentre i suoi detrattori lo prendono alla lettera ma non seriamente. Il presidente cerca di utilizzare a suo vantaggio tale formula di deliberata imprevedibilità, mantenendo costantemente sbilanciate le sue controparti negoziali in modo che queste siano costrette a indovinare la sua prossima mossa. È una delle ragioni per cui la sua risposta preferita alle domande dei giornalisti riguardo le sue intenzioni alle trattative è volontariamente così vaga: Vedremo come andrà.
E ha anche il proposito di far leva sul desiderio di tutti i Paesi di accedere al grande mercato dei consumatori USA, fatto di 340 milioni di americani con un PIL pro capite di quasi 90mila dollari, potendo pure alzarsi dal tavolo in qualunque momento per strappare le massime concessioni sia dagli avversari che dagli alleati. Si è trattato di una rivelazione sorprendente per i partner europei degli Stati Uniti, abituati a decenni di mantenimento di barriere tariffarie e non tariffarie alle esportazioni USA verso i loro Paesi. Dalla prospettiva di Trump, l’Unione Europea è un mercato da 20mila miliardi di dollari fatto da 450 milioni di persone, il quale dovrebbe sforzarsi di uniformare le barriere commerciali o piuttosto di eliminarne quante più possibile, al fine di stabilire relazioni commerciali più eque fra due delle regioni più prospere del mondo.
– Trump non ha siglato altri pacchetti di assistenza militare all’Ucraina, ma venderà a Kiev le armi tramite gli alleati europei, come nel caso più recente dei missili ERAM. I senatori MAGA lo hanno criticato perché non si è ancora sganciato dai conflitti oltreoceano. Cosa aspettarsi allora dalla sua presidenza? Abbasserà il livello di dispiegamento militare americano in Europa? E se lo farà, vi saranno reali implicazioni oppure si tratterà solo di un gesto simbolico, posto che gli USA tengono i missili nucleari stoccati in territorio europeo?
– La politica estera e le strategie di sicurezza nazionale del presidente Trump si fondano sulla filosofia dell’America First, non dell’America Alone. Tale equivoco fondamentale della sua politica sia da parte degli oppositori interni che dell’opinione pubblica internazionale ha generato confusione a proposito dell’impegno globale degli Stati Uniti. Trump è orgoglioso di quanto fatto nel primo mandato, durante il quale non è scoppiato nel mondo alcun confitto di grandi proporzioni, in netto contrasto con l’amministrazione Biden, durante la quale si sono viste l’invasione russa in Ucraina e la guerra multi-ambito dell’Iran contro Israele. Al tempo stesso il presidente Trump aveva il proposito di condurre attacchi di precisione chirurgica per ottenere determinati obiettivi di politica estera.
Ricordiamo gli attacchi missilistici sulla Siria del 2017 dopo che Bashar al-Assad aveva usato armi chimiche contro la popolazione per reprimere una rivolta. Poi nel 2019 l’operazione speciale di assalto per eliminare il leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi. Nel 2020 l’attacco coi droni che ha uccio il generale iraniano Qasem Soleimani. Tali precedenti dell’attacco di giugno ordinato da Trump per distruggere gli impianti di armi nucleari dell’Iran facendo uso soltanto di due B-2 Stealth senza finire in un conflitto soffocante come accaduto nei due decenni precedenti in Afghanistan, Iraq e Libia.
In Ucraina, Trump ha speso un notevole capitale politico e risorse diplomatiche nello sforzo di raggiungere una pace durevole fra Mosca e Kiev. Dopo otto mesi di amministrazione, riconosce che Putin al momento attuale ha poco incentivo a sospendere le sue operazioni militari contro l’Ucraina, specialmente dopo un’estate di slancio sul campo graduale, sebbene oneroso, a favore della Russia e dopo il continuo supporto di Xi Jinping per tenere gli USA e l’Europa concentrati sull’Ucraina e distratti dalle operazioni aggressive della Cina contro Taiwan, le Filippine e il Giappone negli ultimi mesi.
È curioso come Trump sia ricorso anche alle sue abilità di uomo d’affari per far fruttare finanziariamente la politica USA in Ucraina. Tutto ha avuto inizio con l’accordo di marzo sugli investimenti congiunti nei nuovi giacimenti ucraini di minerali, di petrolio e di gas naturale. La Casa Bianca conta di ottenere nuove risorse di metalli e minerali fondamentali e di terre rare per diversificare le forniture globali e allentare la morsa di Pechino sulla lavorazione e la raffinazione delle terre rare. Ha anche terminato la concessione di armamenti americani all’Ucraina avviata dall’amministrazione Biden e ha lanciato una politica di vendita delle armi agli Stati europei che poi le gireranno a Kiev.
Sarà presto possibile per i cittadini leggere più chiaramente tale visione del mondo non appena sarà pubblicata la versione aggiornata del Pentagono della Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy). Al momento è una bozza sulla scrivania del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Delineerà il graduale svincolamento delle troppe forze militari USA presenti nelle basi oltreoceano e nelle missioni estere. La revisione della postura globale rideterminerà anche il posizionamento dei sistemi e delle risorse militari americane, compresi gli arsenali di armi nucleari, allo scopo di scoraggiare più efficacemente Pechino dall’incrementare le sue operazioni aggressive e di dissuadere Mosca dall’allargare il suo perimetro di aggressione e di impedire all’Iran di acquisire un arsenale nucleare che possa dar luogo a una proliferazione di missili in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa.
Se anche la Casa Bianca decidesse di spostare molti dei circa 80mila uomini attualmente stanziati in Europa, inclusi i 12mila in Italia, le larghe garanzie di sicurezza per la NATO rimarrebbero solide. Gli USA cooperano con l’Italia in modo stretto, e anche con la Grecia, al fine di mantenere le rotte di commercio libere e aperte in tutto il Mar Mediterraneo, fra l’Atlantico attraverso lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez, fino al Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Tale partnership strategica USA-Italia rappresenta altresì la chiave per gli obiettivi di sicurezza marittima condivisa sul trattenere la flotta russa nel Mar Nero tramite il Mar Egeo e il Bosforo e impedire le perniciose operazioni dell’Iran nel Levante, nel Mar Rosso e nella zona del Mediterraneo Orientale.

– Quali governi europei sono considerati dall’amministrazione Trump come i migliori alleati nell’implementazione delle sue politiche? In Italia molti dicono che sia proprio il governo Meloni.
– La premier Giorgia Meloni è una delle controparti di Trump più fidate in Europa, se non la più fidata. Condivide con lei uno spirito derivante da un simile percorso da outsider prima di raggiungere il vertice del potere politico nei rispettivi Paesi. La Meloni è stata l’unico leader europeo invitato all’inaugurazione della seconda presidenza Trump, dopo che si erano incontrati alla sua residenza di Mar-a-Lago ai primi di gennaio. Anche lei come Trump sta promuovendo delle forti istanze nazionali contro l’immigrazione illegale, il multiculturalismo e il gender. E proprio come Trump, la Meloni ha promosso un approccio tipo “vale tutto” per il settore energetico italiano, includendo tecnologie nucleari avanzate, nuovi impianti di gas naturale, importazioni estese di gas dal Nord Africa, rimando della chiusura degli impianti a carbone e un ragionevole ricalibro del delirante estremismo green che sta devastando la base industriale dell’Europa.
La Meloni ha adottato per la sua leadership politica una certa dose di approccio di tipo “Italy First” specialmente nelle sue battaglie con gli euroburocrati su questioni come la costante immigrazione illegale verso le coste italiane dalla Libia e dal Nord Africa. Il suo scetticismo per i meccanismi decisionali centralizzati di Bruxelles a spese della sovranità italiana ricordano l’avversione di Trump ai vincoli multilaterali sul potere USA di proiezione di ribilanciamento degli scambi commerciali. Il grande appoggio della premier Meloni alla sovranità ucraina, sottolineata nuovamente al recente incontro alla Casa Bianca con Zelensky e altri leader europei ha rafforzato il suo ruolo di interlocutore fondamentale per quel duraturo accordo di pace che il presidente Trump sta cercando di concludere fra Mosca e Kiev.
Tale quadro contrasta nettamente coi rapporti vacillanti fra Washington e i vertici politici di Berlino, Londra e Parigi, tradizionali centri di potere diplomatico su questioni di interesse vitale per le relazioni USA-NATO e USA-UE. Per l’immediato futuro la primo ministro Meloni, insieme al presidente finlandese Alexander Stubb e quello polacco Karol Nawrocki, sarà il partner europeo essenziale per Trump, soprattutto in ambiti focali come difesa, sicurezza, immigrazione e protezionismo economico.
– Quali cambiamenti sta apportando l’amministrazione Trump alla politica e alla società americana? Mi riferisco ad esempio al ripristino dei valori tradizionali, il senso della famiglia, la difesa dei confini, il rispetto della religione. O vi sono anche degli aspetti negativi?
– Il presidente Trump si sta impegnando per sistemare una serie di problemi culturali presenti nella società americana sfruttando la sua posizione di leadership istituzionale come capo del governo federale e comandante delle Forze armate, la sua bravura nel ricorrere ai social per influenzare e padroneggiare i nuovi cicli, e più di 200 ordini esecutivi che ha emanato, molti dei quali toccano le questioni più delicate della vita in America oggi.
Trump ha affermato con orgoglio che le sue decisioni sono basate sul buon senso, soprattutto che l’ordine pubblico è indispensabile per mantenere stabili e prospere le comunità, che la sperequazione dei salari si può meglio risolvere con la formazione professionale e la reindustrializzazione invece che con la redistribuzione della ricchezza e i sussidi statali, che i ragazzi non dovrebbero prendere parte alle competizioni sportive delle ragazze, e che gli americani non dovrebbero essere soggetti a politiche che dividono in base alla razza e alle preferenze sessuali, tanto per citare due casi fra i molti altri. Ha denunciato la tendenza al declino demografico della società americana, definendosi a favore della natalità, un “presidente della fertilità”.
Ha aumentato le detrazioni fiscali federali a beneficio delle famiglie con figli e ha istituito un conto di investimento con un pagamento una tantum di 1000 dollari per i bambini che nasceranno nei prossimi quattro anni e che varrà fino a quando questi avranno compiuto 18 anni. In precedenza, quest’anno Trump aveva anche creato la Commissione per la libertà religiosa al fine di “assistere l’Ufficio per la Fede della Casa Bianca e il Consiglio di Politica Interna sulle politiche afferenti alla libertà religiosa negli Stati Uniti, compresa la raccomandazione di passi per garantire la libertà religiosa nel Paese e l’identificazione di opportunità per promuovere la libertà religiosa nel mondo”.
Trump ha anche usato la sua posizione istituzionale di presidente per enfatizzare il ruolo durevole della fede nell’identità nazionale americana, per difendere i valori basati sulla fede e per riaffermare il suo impegno di proteggere la libertà religiosa in America, proclamando a più riprese che gli USA sono “una Nazione sotto Dio”. Ha infine messo in programma di lanciare una nuova guida federale che tuteli il diritto di pregare nelle scuole pubbliche.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


