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In esclusiva – La Turchia ha avviato la produzione dell’industria della difesa in Libia

Una fonte militare della Libia occidentale ha rivelato che a partire dai primi di gennaio si sono svolti colloqui tra il Capo di Stato Maggiore dell’esercito libico occidentale, il generale Mohammed El-Haddad, ed il comandante Mohammed Sewehli incaricato della sicurezza nella regione militare di Bani Walid per stabilire una produzione dell’industria della difesa presso uno stabilimento locale, conosciuto come “Factory 51”. La stessa fonte ha indicato che, sebbene l’intero processo produttivo sia affidato ai libici, il progetto è stato avviato su consiglio del ministero della Difesa turco secondo quanto stabilito nel Memorandum di Intesa tra il Governo di Accordo Nazionale dello Stato della Libia e la Repubblica di Turchia in cooperazione militare e sicurezza. L’accordo che porta la data del 27 Novembre 2019 e le firme dell’ex ministro degli Interni della Libia, Fathi Bashagha, ed il Ministro della Sicurezza Nazionale Turco, Hulusi Akar, prevede all’articolo IV punto 7 “l’Industria della Difesa e Sicurezza” tra i settori di cooperazione.

Foto – Uno stralcio del Memorandum di Intesa tra il Governo di Accordo Nazionale dello Stato
della Libia e la Repubblica di Turchia in cooperazione militare e sicurezza

Un docente del College of Electronic Technology di Bani Walid ha confermato che il mese scorso, il comandante Al-Sewehli ha chiesto al college di riunire ingegneri per iniziare la produzione di un comprensivo progetto di Industria militare. Secondo le immagini fornite degli impianti di produzione all’interno della Factory 51 e le testimonianze raccolte, la produzione militare in Libia, su richiesta di Ankara, si articolerebbe in due fasi. La prima, già avviata, prevede la produzione di varchi elettronici e impianti militari, armi d’attacco su torri comandate da remoto, carte d’identità o badges di identificazione e scanner ottici per l’accesso alle strutture militari, e pistole da 9 mm dette anche “jakob”. Una seconda fase, secondo quanto riferito, dovrebbe iniziare in un secondo momento e prevede la produzione di componenti per l’assemblaggio di droni.

Foto – La Factory 51

“Non ho trovato alcuna informazione riguardante l’industria militare turca in Libia, tuttavia sappiamo che la più grande azienda dell’industria della difesa turca, Aselsan, specializzata nella produzione di apparecchiature elettroniche, si è stabilita nel 2008 in Qatar. La Turchia ha anche recentemente firmato un accordo con le autorità ucraine per stabilire l’industria della difesa a livello locale, compresa la produzione di alcuni componenti del motore. Questo processo è iniziato nel 2020. Ad oggi, non abbiamo informazioni sul caso libico, anche se sappiamo che la Turchia ha inviato alcuni armamenti e attrezzature nel Paese nordafricano”. Ci spiega İsmet Akça, professore associato di scienze politiche e relazioni internazionali ed esperto di attività economiche militari turche. L’esperto ha motivato la necessità di Ankara di delocalizzare affermando che “innanzitutto i casi sono pochi e che il motivo principale è avere relazioni e avere una partecipazione in questi mercati. Il Qatar ne è un esempio. La seconda ragione – aggiunge l’esperto turco – è da ricercare nell’orientamento politico della Turchia. La creazione di un’industria della difesa nazionale è iniziata nel dopo 1980, ma c’è stata una nuova accelerazione dopo il 2004, con l’orientamento politico di nazionalizzare e ricollocare l’industria della difesa turca. Pertanto, abbiamo assistito a una diminuzione delle importazioni nell’industria della difesa e un conseguente aumento della percentuale di produzione locale e nazionale all’interno del paese. Il governo sta spendendo molte risorse nell’industria della difesa, nei progetti e nel processo di produzione”.

Infografica – La biografia dell’intervistato İsmet Akça

Sebbene la Libia ha sempre rivendicato il diritto ad avere una propria industria militare e moderni equipaggiamenti, il Paese nordafricano è ancora soggetto all’embargo sulle armi secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite Il paese è soggetto a un embargo sulle armi dal 2011 secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite 1970 (2011), 2292 (2016), 2357 (2017) e 2420 (2018). Embargo che già in passato è stato ripetutamente violato dagli stessi Stati che lo hanno proposto ed approvato al Consiglio di Sicurezza. Aggirare l’embargo e le misure intraprese affinché venga rispettato, come ad esempio la Missione europea EUNAVFORMED Operation Sophia, potrebbe non essere l’unica ragione dietro l’avvio della produzione di equipaggiamenti militari in Libia. È necessario dunque comprendere come l’industria della difesa turca si sia evoluta durante il governo AKP di Recep Tayyip Erdogan

Il professor Akca sostiene che “la grande storia è iniziata dopo gli anni ’80, in seguito all’embargo statunitense degli anni ’70, infatti i turchi volevano fare molto nell’industria della difesa, ma a causa dell’enorme crisi globale della produzione, le crisi economiche che hanno avuto gravi ripercussioni anche in Turchia, non potevano fare grandi mosse. Ma dopo il colpo di stato militare del 1980, e soprattutto nel 1995, un budget e risorse finanziarie sufficienti sono stati stanziati per gli investimenti nell’industria della difesa. La dotazione di bilancio è stata sicuramente cruciale, in quanto ha consentito alla Turchia di investire nell’industria della difesa tra gli anni ’80 e ’90. Dal 2004, nell’ultimo decennio e mezzo, la Turchia ha fatto grandi investimenti nell’industria della difesa. La produzione nel fabbisogno dell’industria della difesa, come dichiarato dall’autorità governativa, non poteva superare il 25% agli inizi degli anni 2000. Pertanto, il governo ha deciso di aumentare questa percentuale, molti progetti di acquisto di armi sono stati fermati, impegnandosi nella produzione nazionale. Sia la spesa per la difesa che le vendite dell’industria in Turchia sono aumentate negli ultimi due decenni. In particolare, le vendite totali dell’industria della difesa turca sono aumentate particolarmente negli ultimi 6-7 anni. L’AKP, tutte le autorità politiche turche e le istituzioni statali stanno sostenendo lo sviluppo dell’industria della difesa nazionale, presentandola al pubblico come un successo, una gloria e un simbolo di grandezza dello Stato turco. Oltre a rappresentare un’opportunità per diminuire le importazioni totali del Paese. Anche l’aumento delle esportazioni di beni dell’industria della difesa viene presentato come oggetto di orgoglio nazionale. Il governo dell’AKP ha fatto un grande investimento in questo settore dal 2004 e negli ultimi 6-7 anni abbiamo assistito a una crescente enfasi sull’importanza dell’industria della difesa locale, superando il settore delle costruzioni in stallo dal 2015. Da allora, il governo ha cercato di presentare l’Industria della Difesa come il settore alternativo più dinamico per la crescita dell’economia del Paese”.

Ma questa produzione è davvero un successo? Che livello ha raggiunto l’industria della difesa turca?

“In alcuni casi, sì, è un successo”. Afferma il professor Akca, evidenziando che “la Turchia non può produrre missili, aerei o prodotti veramente ad alta tecnologia che deve ancora importare. Si pensi ad esempio alla crisi con gli Stati Uniti relativa all’acquisto di F35 e S400 dalla Russia. Ebbene, la Turchia non può produrre questo tipo di beni, ad eccezione di alcune parti di questi progetti militari. Ma ha fatto grandi progressi nella produzione di droni, che vengono esportati in diversi paesi e sono stati utilizzati in Libia, Siria e Armenia, nelle crisi più recenti. La Turchia ha compiuto un vero passo avanti nella produzione di droni per la difesa e nel settore dell’aviazione in generale. Il Paese ha iniziato a essere in grado di produrre questo tipo di materiali, raggiungendo una tecnologia di fascia media. D’altra parte, la Turchia voleva stabilire la produzione locale di carri armati, ma dipende ancora da altri paesi per i motori. Ha anche dovuto affrontare un embargo da parte di diverse nazioni, decisioni che sono più legate a questioni di politica estera. Ciò non ha permesso alla Turchia di fare grandi progressi con il suo progetto di carri armati”.

Foto Gen. Mohamed el-Haddad durante la sua recente visita in Turchia

Per aggirare gli embarghi imposti da alcuni paesi europei, come la Germanial’esperto di politiche militari di Ankara afferma che “la Turchia sta cercando di aprirsi ad altri Paesi, come la Corea del Sud e la Cina. Non dobbiamo dimenticare che questi embarghi sono generalmente temporanei, perché il denaro parla anche per quelle Nazioni che li impongono. Ma quando c’è un embargo di un anno o due, è ovviamente un problema per la Turchia, quindi l’alternativa che l’autorità governativa sta cercando è trovare altri paesi da cui importare i componenti di cui ha bisogno o creare nuove joint ventures che le consentano di creare questi asset intermedi. Questo è l’orientamento della politica turca, che comunque non sempre funziona, in quanto esistono prodotti specifici non facili da trovare o convenienti da importare, come per la produzione di carri armati ad esempio”.

“La Turchia si è impegnata in diversi scenari negli ultimi decenni. Sta seguendo una politica estera più attiva e forse più aggressiva nella regione del Medio Oriente e del Mediterraneo, a partire dal 2010 e dopo la Primavera araba”. Ha constatato il professor İsmet Akça ai nostri microfoni, indicando che “c’è sempre stata una tale visione politica nei quadri politici dell’AKP, ma non è mai stata così spinta nel primo decennio del 2000. Nelle primavere arabe, la Turchia ha visto una finestra di opportunità in cui tuffarsi. Così ha letto il governo dell’AKP la situazione nei paesi del Medio Oriente: come un’opportunità economica e politica, nonché una fonte finanziaria di cui la Turchia ha fortemente bisogno. L’economia turca dipende dall’influenza finanziaria, motivo per cui le relazioni con il Qatar o gli Emirati Arabi Uniti sono così importanti. Tutto ciò spiega perché la Turchia si sia impegnata, sia militarmente che diplomaticamente, nella politica estera. Naturalmente ci sono ragioni politiche, economiche e ideologiche. Un apparato militare forte, un’industria della difesa avanzata, sono necessari se si segue una tale politica estera che deve anche essere sostenuta da qualche tipo di potere politico-militare. Il cambiamento iniziato con le primavere arabe e le scelte politiche dello Stato turco hanno causato molte crisi nella sua politica estera e ha dovuto fare i conti con cambiamenti e alleanze”.

Tornando alla Libia, il ministro degli Esteri turco ha affermato giovedì che il sostegno all’addestramento militare di Ankara per il governo legittimo della Libia non può essere paragonato a combattenti stranieri e mercenari, che secondo lui dovrebbero lasciare la Libia. Dichiarazioni che hanno trascinato nel vortice delle polemiche anche la ministra degli Esteri Najla Mangoush, vittima di feroci campagne d’odio di alcuni media che hanno sostenuto l’intervento turco in Libia al fianco dell’ex Governo di Accordo Nazionale (GNA) per fermare l’ingresso a Tripoli di Khalifa Haftar ed il suo Libyan National Army (LNA). Cavusoglu ha dichiarato durante una conferenza stampa congiunta con la sua controparte tedesca, Heiko Maas, a Berlino, che i mercenari stranieri non dovrebbero essere confusi con le forze turche legittime che addestrano l’esercito libico in base ad un memorandum con il Governo riconosciuto. Cavusoglu ha indicato che ci sono molti combattenti stranieri e mercenari in Libia e la Turchia è d’accordo sul loro ritiro, avvertendo che chiedere ad Ankara di porre fine al suo sostegno al governo della Libia minerebbe di fatto questo esecutivo. Ha ribadito che l’accordo tra i due paesi sovrani risponde alle esigenze essenziali della Libia per quanto riguarda l’addestramento e la consulenza militare, sottolineando che la fine del sostegno turco non sarebbe a favore della Libia. Durante il suo commento Cavusoglu non ha fatto cenno alla industria militare in Libia, limitandosi ad affermare che le richieste di terzi di porre fine all’accordo tra Libia e Turchia non sarebbero l’approccio corretto. Cavusoglu ha indicato inoltre la necessità di sostenere il Paese nordafricano nella preparazione di elezioni nazionali entro la fine dell’anno, un punto questo che finalmente vede tutti o quasi d’accordo.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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