Proteste giovani in Europa, Giulio Meotti: «La nave sta affondando, ma l’orchestrina suona ancora»

Proteste giovani in Europa, Giulio Meotti: «La nave sta affondando, ma l’orchestrina suona ancora»

24 Ottobre 2026 0

La Francia torna a fare i conti con la tensione nelle piazze. Dopo le manifestazioni di massa del 17 ottobre, segnate anche da saccheggi e scontri, oggi nuove proteste hanno riportato in strada migliaia di persone, mentre le autorità hanno schierato un imponente dispositivo di sicurezza. Le mobilitazioni sono nate attorno a salari, costo della vita e servizi pubblici; sullo sfondo, però, si è aperto un confronto più ampio sulle fratture sociali e politiche del Paese.

In questa intervista a Strumenti Politici, il giornalista e scrittore Giulio Meotti propone la sua lettura della crisi francese e delle sue possibili ripercussioni in Europa: dalle tensioni identitarie e religiose al ruolo della politica, fino alle fragilità economiche e demografiche del continente. Una visione netta, che chiama in causa anche l’Italia e le sue grandi città.

– Gli scontri degli ultimi giorni hanno una matrice di stampo religioso? Oppure ha più peso la matrice politica?

– Entrambe le matrici hanno un grosso peso, così come lo ha la componente numerica. La prefettura di Marsiglia ha dichiarato che ai saccheggi della città hanno partecipato 30mila persone. Se si pensa che Marsiglia ha 900mila abitanti, significa che il 3% della popolazione ha preso parte alle devastazioni che hanno colpito la seconda città francese. Dunque è un’immigrazione da “sommersione”, come l’ha chiamata François Bayrou, che è stato un primo ministro centrista sotto Macron. Le immagini viste sui media mostrano chiaramente sommosse etnico-razziali legate alla storia francese recente. In molte città si è infatti superato il punto di non ritorno, dove l’immigrazione extraeuropea è ormai maggioritaria nella quota di popolazione giovani. A Parigi, Marsiglia, Bordeaux e Tolosa c’è una larga popolazione anziana di ceppo francese e una sommersione migratoria profonda. Questo lo riconoscono tutti. E le immagini delle sommosse lo confermano.

Poi esiste una regia politica derivante alla presenza in Francia di un grande partito di estrema sinistra, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un vecchio lambertista e socialista che circa 10 anni fa ha scommesso sulla “nuova Francia”, come la chiama lui, per vincere le elezioni o almeno per arrivare al secondo turno, magari contro la Marine La Pen. Ha scommesso sulle banlieue, sulle periferie, e da allora si sentono una serie di proclami che i dirigenti del suo partito hanno lanciato dall’inizio di queste sommosse: “Abbattete la cittadella”, “La violenza a volte è giustificata” e così via. C’è un flirt continuo dei capi de La France Insoumise con le piazze. Apparentemente condannano i saccheggi, i roghi e i linciaggi, ma di fatto costituiscono una “cinghia di trasmissione”, come si diceva una volta.

L’aspetto religioso è più difficile da quantificare in una confusione del genere. Gli “studenti” assaltano il McDonald’s, ma risparmiano il fast food halal che si trova accanto. Ci sono tanti video in cui si sentono frasi come “Questo è il negozio di una sorella, non tocchiamolo!”. Poi si sono sentiti slogan che incitavano ad uccidere i poliziotti ed altri strettamente religiosi come bismillah. Con tutta evidenza sussiste una triplice natura: la prima connessa a un’immigrazione ormai ingestibile da parte di Parigi, la seconda è il progetto politico esplicito della sinistra francese che si è messa alla testa delle manifestazioni e infine la terza è la dimensione religiosa profonda dell’islam politico francese.

– Lei descrive l’Europa come un continente in crisi, un Titanic che affonda. Le recenti sommosse confermano questa tesi? E in Francia quanto influisce la legge finanziaria o rappresenta invece soltanto un pretesto?

– Premessa: la Francia è uno dei Paesi più indebitati del mondo. Qualche giorno fa un articolo dello Wall Street Journal parlava di Parigi come del “grande malato”. Prima era Atene, poi Roma e adesso è Parigi ad avere un problema enorme di sostenibilità delle sue finanze pubbliche. Quando i soldi pubblici vengono meno e il sistema è foraggiato dal welfare in grande misura, quindi la spesa sociale e i sussidi per la disoccupazione, il sistema entra in crisi. Un sistema drogato a cui viene meno lo spacciatore, che in prima istanza è lo Stato. Quindi sicuramente esiste una dimensione sociale ed economica non indifferente, come si era visto già coi gilet gialli.

Sì, l’Europa è un gigantesco Titanic che sta andando a schiantarsi contro un iceberg. Le motivazioni sono molteplici, ma la prima in assoluto è quella demografica. Il nostro è un continente vecchio, col fiato corto, che subisce gli effetti dei conflitti internazionali, delle spinte geopolitiche. L’immigrazione è il detonatore di tale invecchiamento. L’Europa è ancora “il più bel giardino del mondo”, come lo ha definito il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, ma dentro di esso vi sono forze che anelano in maniera consapevole o meno alla sua distruzione. La nave sta affondando, ma l’orchestrina suona ancora: le élite politiche e pure quelle religiose non sono pienamente coscienti della minaccia che pesa sull’Europa.

– Quanto pesa la perdita di identità e di punti di riferimento culturali, iniziata in parte quando l’Europa a suo tempo non ha rivendicato le origini giudaico-cristiane? Quanto influisce il laicismo di Stato che attraversa quasi tutti i Paesi europei? Si pensi alle proteste in uno Stato come la Spagna, profondamente cattolico fino a poco tempo fa.

– Sta pesando tantissimo. E i francesi hanno una grave colpa. Infatti fu Parigi a opporsi con Giscard d’Estaing e Jacques Chirac all’inserire le radici giudaico-cristiane nella Dichiarazione di Nizza, che avrebbe dovuto portare a una Costituzione europea che invece non fu mai approvata. L’Europa ha fatto dell’odio di sé la sua ragion d’essere: a Bruxelles siamo bravissimi a fare normative sulla grandezza dei bulloni, sulla lunghezza degli ortaggi o sulle emissioni di CO2, ma nel profondo siamo una specie di tabula rasa.

Lo wokismo americano è stato importato alla leggera, in modo incosciente. Negli USA il progressismo woke è stato dibattuto per anni, mentre da noi è entrato come un hamburger nel menù del McDonald’s. In Francia, definita “figlia maggiore della Chiesa”, campeggiavano una volta i manifesti elettorali del socialista Francois Mitterand, che posava davanti a una chiesetta di campagna con lo slogan “Una forza tranquilla”. Oggi un manifesto del genere sarebbe impensabile. A Parigi sta avvenendo un’autocombustione: nel Paese bruciano una o due chiese ogni mese. Chissà perché colpiscono sempre i siti cristiani, mentre non bruciano mai le moschee. E tutto ciò sta avvenendo in un silenzio generalizzato.

Se non siamo niente, come possiamo integrare qualcuno? In nome della cosiddetta “immigrazione economica” abbiamo importato milioni di persone pensando che solamente il benessere materiale potesse creare una società fruibile per tutti, una specie di utopia anti-cristiana di secolarizzazione figlia dell’idea della fine della storia di Fukuyama. Resistono ormai soltanto i Paesi dell’Europa Orientale, i quali avendo vissuto sotto il tallone del socialismo reale, non vogliono rinunciare alla propria identità. Insomma, sono Paesi più difficili da secolarizzare rispetto all’Europa Occidentale.

– C’è il rischio – come dicono in alcuni talk show – di sottovalutare il problema dei salari bassi e del carovita rispetto a quello delle violenze? La partita economica è secondaria rispetto alle proteste o dovrebbe essere affrontata in parallelo?

– Andrebbe certamente affrontata. Vi è stata una mortificazione del ceto medio, da sempre la spina dorsale dei Paesi europei e occidentali. C’è stato un impoverimento sempre più forte legato alla globalizzazione e a un sistema che non fa più società. Tuttavia, relegare quello che vediamo al solo fattore economico è un vecchio cliché marxista che spiega tutto con la condizione economica. Se osserviamo le proteste dei Black Lives Matter e i fenomeni analoghi, fino a quelli delle ultime settimane, e leggiamo i profili di chi ha partecipato alle sommosse (e non parlo della “guerra dei ragazzini” come definita scioccamente da alcuni media) vediamo che buona parte della manovalanza viene da famiglie borghesi.

Proprio come nel ‘68, il grosso del fenomeno protestatario contemporaneo è legato alla borghesia occidentale. Un po’ come nel romanzo “Il signore delle mosche”: che succede quando gli adulti scompaiono e i bambini si ritrovano soli in un’isola deserta? Esiste un enorme problema educativo di sfascio della società occidentale, che forse è decisivo persino più dell’aspetto economico: è la distruzione dell’istruzione, dell’educazione, della scuola. Persino di fronte ai licei abbiamo visto giovani bianchi francesi che inneggiavano al Bataclan, ai terroristi del 2015, ma in nome di cosa? Questo è un profondo nichilismo valoriale che ha un ruolo chiave in questo tipo di eventi.

– La protesta francese si è propagata anche sull’Italia: che immagine consegna del nostro Paese? C’è un “problema banlieue” anche a Torino, a Milano e nelle altre metropoli italiane?

– Certamente sì. Ma siamo ancora un po’ indietro rispetto alla Francia, nella quale l’intensità del fenomeno è molto più alta e in cui le prime grandi rivolte urbane risalgono infatti al 2005, vent’anni fa. Abbiamo ancora un po’ di tempo per fare qualcosa, ma non dobbiamo cullarci nell’illusione che i venti non portino il fuoco degli incendi. L’incendio in Francia è dovuto a fenomeni che interessano tutti i Paesi dell’Europa Occidentale. Prima o poi ne saremo colpiti, perché le fiamme sono a ridosso dei nostri confini. Viviamo alla periferia di un Impero Romano 2.0 che sta crollando: saremo coinvolti anche noi.

– Il fatto che nel Regno Unito governino sindaci apertamente islamici porta a un livello minore di proteste? Infatti vi è ormai stata una sorta di assimilazione: è questo il punto finale di caduta se non vi sarà un’inversione di tendenza?

– Paradossalmente, secondo i britannici, questa è una parte della soluzione! Londra ha adottato un multiculturalismo talmente estremo che l’11 settembre di quest’anno l’arcivescovo di Canterbury Sarah Mullally (dunque una donna) ha premiato per la cooperazione interreligiosa un predicatore islamico pakistano che aveva inneggiato a Bin Laden e ad al-Qaida. Costui aveva accanto una donna completamente velata col niqab. Ecco l’immagine della Gran Bretagna di oggi, dove i sindaci sono islamici e in Scozia vi è stato un primo ministro musulmano. I britannici hanno deciso che il prezzo da pagare per la pace sociale è una sottomissione soft, un ripudio sempre più spinto dell’identità legata al cristianesimo e alla tradizione inglese per fare posto alla nuova religione chiamata “diversità”. È un tentativo di accomodamento della democrazia in nome di una sorta di piccola repubblica islamica in crescita.

Marco Fontana
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