I governanti europei hanno paura che l’Alaska diventi una “seconda Yalta”

I governanti europei hanno paura che l’Alaska diventi una “seconda Yalta”

14 Agosto 2025 0

Il vertice in Alaska ha sparso inquietudine nelle cancellerie europee. La loro paura è che diventi una seconda Yalta, il luogo in cui USA e Russia scriveranno il futuro della sicurezza continentale senza tenere conto dei desiderata di Bruxelles e dei governi europei.

La paura di una seconda Yalta

Il timore che le grandi potenze stabiliscano il destino di Paesi assenti dal tavolo dei negoziati è profondamente radicato negli abitanti dell’Europa Orientale. Una sorta di “trauma nazionale” insito anche negli estoni, dice l’esperto dello European Council on Foreign Relations Kadri Liik. A sua volta, il capo della Commissione affari esteri del Parlamento estone Marko Mihkelson ammonisce affinché l’Alaska non diventi una nuova Monaco, Teheran o appunto Yalta. Questo nome è ormai sporcato da una brutta reputazione pure in Polonia, spiega il professore di storia ucraina ad Harvard Serhii Plokhii, che traccia un parallelo fra i leader non presenti agli storici summit: Charles de Gaulle mancò da Yalta e Zelensky non è stato invitato in Alaska. Il polacco Bogusław Chrabota, editorialista di Rzeczpospolita, descrive l’imminente vertice “una Yalta contemporanea”, un incontro ben congegnato che ridurrà le capitali europee a soggetti di tеrzo livello della loro stessa struttura di sicurezza.

Le altre paure dell’Europa

I governi europei sono ormai esausti per la fatica di appoggiare l’Ucraina e non disdegnerebbero la fine delle ostilità. Ma sono spaventati dal possibile prezzo da pagare per ottenere la conclusione e senza nemmeno sapere di quale conclusione si tratta. In questo momento le condizioni sono discusse dalla Russia con gli USA, mentre Kiev, Bruxelles e altre capitali europee guardano dalla finestra. La notizia stessa del vertice ha preso tutti alla sprovvista, mettendo in allarme le cancellerie continentali. Queste ultime sanno che l’ordine sorto dalla fine della Guerra Fredda potrebbe essere agli sgoccioli e temono che la nuova architettura di sicurezza dell’Europa sarà presto disegnata insieme da Mosca e da Washington, praticamente senza interpellare gli Stati europei.

Una serie di umiliazioni

In fondo non sarebbe altro che l’atto finale della serie di umiliazioni che gli USA hanno inflitto alla UE e ai suoi membri. Come esempio basti citare l’accordo con cui Trump ha imposto alla von der Leyen i dazi al 15% e un impegno da 750 miliardi sull’acquisto dell’energia. Poi i casi recenti in cui l’America ha agito sul teatro euroasiatico senza consultare o coinvolgere i suoi “alleati” o “partner” di oltreoceano: il bombardamento dei siti nucleari iraniani e l’accordo di pace fra Armenia e Azerbaigian. Così i Paesi europei si ritrovano letteralmente cornuti e mazziati: devono finanziare lo sforzo bellico di Kiev senza poterne controllare gli sviluppi, pagano per la ricostruzione dell’Ucraina senza poterne modellare il futuro, pagano gli stipendi e le pensioni degli ucraini che vorrebbero scappare dal loro Paese e venire da rifugiati proprio in Europa.

Una vittoria del Cremlino

In questo frangente il Cremlino ha riportato una lampante vittoria diplomatica sui governi europei, che bramano di sapere quali sarà l’ordine del giorno in Alaska. Trump e Putin si limiteranno all’Ucraina oppure già che ci sono annulleranno le sanzioni e magari lanceranno progetti comuni? Ne accennava il consigliere presidenziale russo per la politica estera Yuri Ushakov, che ha ricordato come proprio Artico e Alaska siano il crocevia di interessi economici di USA e Russia, che vedono quindi “prospettive per la realizzazione di progetti di largo respiro e reciprocamente vantaggiosi”. Sam Greene, docente di politica russa al King’s College di Londra, fa notare come recentemente Trump si dicesse deluso e disgustato dal comportamento di Putin, mentre ora lo accoglie nel suo Paese. Il capo del Cremlino ha ribaltato una situazione deteriorata e lo ha fatto tagliando fuori i leader europei. Lo stesso Zelensky descrive l’imminente summit come “vittoria personale” di Putin.

I governanti europei provano a reagire

I vertici europei stanno cercato in fretta il modo di uscire dall’impasse. La richiesta comune è quella di far partecipare al tavolo anche l’Europa e soprattutto l’Ucraina (che si recherebbe al tavolo con le istruzioni ricevute dall’Europa, si intende). Il tono generale è quello di un invito accorato, declamato con determinazione passivo-aggressiva. Insomma, i soliti appelli condivisi coi soliti slogan staccati dalla realtà. A stabilire che un negoziato sulla fine delle ostilità debba necessariamente comprendere Kiev ci ha pensato l’Alto rappresentante UE per la politica estera Kaja Kallas. Lo ha fatto richiamandosi al comunicato congiunto di 26 Paesi membri, redatto dal presidente del Consiglio europeo António Costa, per il quale alla fine della “guerra di aggressione della Russia” deve seguire “una pace giusta e duratura e la sicurezza per l’Ucraina”.

L’Ungheria si tiene fuori

E nel frattempo l’Europa si impegna a un “sostanziale supporto militare e finanziario” per Kiev. Solo l’Ungheria ha rifiutato di sottoscrivere il messaggio, chiedendo invece che i leader europei cerchino di organizzare un summit UE-Russia per discutere di pace. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiamato Zelensky a Berlino e insieme a Macron, Starmer e altri capi di governo ha organizzato una telefonata comune con Trump e col suo vice Vance. Il senso del discorso era già stato riassunto da Macron in un suo post: la parola degli europei nelle trattative deve contare, oltre a quella degli ucraini (sottinteso: questi ultimi diranno ciò che detta loro Londra, Parigi e Berlino).

L’Ucraina è all’angolo

Non che Kiev possa fare molto, se non ringraziare gli alleati per il sostegno e continuare a seguirne le direttive, perché la sussistenza dello Stato ucraino dipende dai loro aiuti. Oltre a Zelensky, ha espresso gratitudine anche il contestatissimo capo dell’ufficio presidenziale Andrii Yermak, che ha ribadito la necessità della presenza ucraina nel delineare i contorni di una pace “affidabile e lunga”. Ahimè, i cittadini ucraini difficilmente vorrebbero che fosse lui a rappresentarli al tavolo, perché lo accusano di aver concentrato illecitamente il potere e svuotato di democrazia un Paese reso autocratico dalla legge marziale prolungata ad libitum da Zelensky.

E sebbene quest’ultimo strepiti contro l’eventualità di dover cedere territori per giungere a una tregua, le circostanze sul campo limitano ancor di più la sua manovra contrattuale. Le battaglie in corso stanno infatti volgendo a favore dei russi, sempre più vicini alla presa di una città strategicamente importante come Pokrovsk, con cui completare il controllo del Donbass e far crollare le linee ucraine anche in altri punti.

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici