I fondi UE per il riarmo sono una calamita per il malaffare, denuncia il capo dell’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode
I fondi enormi che l’Unione Europea sta destinando alla produzione di armi hanno già attirato l’attenzione di chi è capace di trarne guadagni illeciti. L’allarme è stato lanciato da Petr Klement, capo dell’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode (OLAF).
Manipolazione degli appalti e corruzione
Secondo Klement, i miliardi di euro annunciati per il riarmo continentale sono diventati una “calamita” per i criminali e per tutti quelli che pensano di poterne approfittare. Non solo a livello europeo, ma anche di singoli Stati membri, che come la Germania e la Polonia hanno già piazzato commesse da milioni di euro per il ripristino degli arsenali, l’ammodernamento e il potenziamento dell’esercito. Il direttore dell’OLAF precisa che non sta accusando determinati Paesi o settori dell’industria. Sta solo constatando come qualsiasi destinazione di fondi pubblici e privati di tali dimensioni sia già in partenza un focolaio di corruzione e di malaffare.
Più aumenta la spesa per la difesa, più è statisticamente inevitabile che vi siano truffe. Semplicemente è così che funziona da decenni, spiega, aggiungendo che il comparto militare-industriale europeo è soggetto a criticità quali la manipolazione degli appalti pubblici, il rigonfiamento artificiale dei prezzi, il clientelismo e la corruzione.
Vagonata di miliardi UE per produrre armamenti
Con una sfacciataggine clamorosa, la Commissione Europea è passata dagli slogan della transizione ecologica a tutti i costi a quelli del potenziamento militare, una delle attività evidentemente più inquietanti e deleterie che vi siano. Le cifre del riarmo sono effettivamente stratosferiche. L’OLAF oggi è concentrato sull’esame di legalità negli investimenti. Si tratta dei 500 miliardi di euro per la fabbricazione di munizioni, poi i 150 miliardi per i prestiti al comparto della difesa e infine il miliardo promesso dalla Commissione su 57 progetti di supporto alle capacità difensive europee nell’ambito della Defence Readiness Roadmap 2030.
La scusa della futura invasione russa per adesso regge. Infatti, la vagonata di miliardi comunitari andrà alle iniziative sul fianco orientale della NATO, dal “muro di droni” allo Eastern Flank Guard. Così, dell’ipotetica minaccia russa soprattutto la Polonia, i Paesi scandinavi e quelli baltici ne hanno fatto un assioma buono per tutte quelle occasioni in cui chiedere investimenti o mungere dai bilanci pubblici.
Germania ecologista-guerrafondaia
Dal canto suo, la Germania si è provocata da sola un’amnesia sul suo passato lontano di guerrafondaia e quello vicino di pacifista ed ecologista. E si è buttata a tutta forza nell’industria bellica, forse l’ultimo volano rimasto per dare slancio a un’economia massacrata dalla delocalizzazione e dal rifiuto ideologico degli idrocarburi russi. Oltre ai colossi del comparto militare-industriale come la Rheinmetall, oggi vi sono anche quelle aziende che una volta appartenevano all’indotto automobilistico.
Si pensi alla Schaeffler, il cui amministratore delegato Klaus Rosenfeld lo scorso anno spiegava ai media tedeschi che le competenze industriali da fornitore auto sono ottime anche per svariati tipi di armamenti di qualunque dominio, dall’aria alla terra al mare. Oppure la Deutz, che ha aumentato notevolmente il fatturato da quando ha iniziato a produrre per la difesa, e non solo quella tedesca. Rifornisce infatti ben 14 Paesi membri della NATO e decine di altre Forze armate nel mondo.
Obblighi morali dell’Europarlamento
Le dichiarazioni di Klement sui reati che solitamente si accompagnano ai mega-finanziamenti pubblici fanno il paio con la scaramuccia avuta con l’Europarlamento. Nella relazione annuale dell’OLAF per il 2025, vengono citati otto casi di indagine che avevano coinvolto membri dello staff di questa istituzione. Il commento di Klement, entrato in carica lo scorso 2 febbraio, ha riguardato “l’obbligo morale di trasparenza” a cui ogni istituzione della UE dovrebbe attenersi. Ne è sorto così un dibattito legale su quanto a fondo abbia diritto di spingersi l’OLAF nell’indagare all’interno dei palazzi comunitari, Parlamento in primis. Attenzione però, avverte il funzionario ceco: discuterne troppo implicherà un danno di reputazione per tutti. Dunque, per adesso meglio fermarsi qui, suggerisce.
Scandali UE
A partire dal Qatargate del 2022, gli inquirenti dell’OLAF avevano iniziato a lamentare gli ostacoli che venivano messi davanti a loro per sbarrare di accedere agli uffici e ai computer, e quindi impedire di svolgere le indagini. Poi nel 2023 il Parlamento ha modificato il suo codice di condotta e le sue procedure interne. Ad esempio, ha aggiunto una serie di obblighi a cui sono sottoposti i deputati, come il divieto di attività di lobbismo e parametri più stringenti sulla dichiarazione di interessi privati. Inoltre, l’OLAF può richiedere il permesso di accesso ai locali del Parlamento con 48 di anticipo, tranne che in casi eccezionali nei quali tale notifica potrebbe inficiare l’esito delle indagini.
Un altro caso più recente ha sollevato parecchi dubbi sull’effettiva trasparenza dell’operato delle istituzioni UE. Nel dicembre 2025 un esposto presentato dall’OLAF e accolto dalla EPPO, la procura europea, aveva portato la polizia belga a fermare e interrogare Federica Mogherini, fino al 2019 Alta rappresentante UE per gli affari esteri e all’epoca rettrice del Collegio d’Europa, riguardo all’uso improprio di fondi per la formazione dei diplomatici europei.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.

