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Helsinki e Stoccolma nella NATO, cui prodest?

Svezia e Finlandia stanno passando l’estate nell’anticamera dell’Alleanza Atlantica, in attesa dell’ammissione definitiva. Uno alla volta, i Parlamenti degli Stati membri stanno ratificando la loro richiesta, ma i tempi non sono i medesimi per tutti: se l’Italia si è sbrigata a far approvare alle Camere prima delle prossime elezioni, la Turchia e altri Paesi non hanno tanta fretta. Forse a Helsinki e a Stoccolma aspettano con impazienza, dopo che il loro atteggiamento è cambiato repentinamente dalla tradizionale neutralità alla voglia di entrare in un’alleanza militare che si definisce come “difensiva”. Il punto di svolta, si sa, è stato l’inizio della “operazione speciale” russa in Ucraina, eppure Mosca non ha mai minacciato i suoi vicini scandinavi, non avendone peraltro alcun motivo. È probabile che i loro governi fossero pronti da tempo a questo passo e attendevano solo il momento adatto. Diversamente non si spiega come due Paesi tanto invidiati e celebrati in Italia perché dotati una società estremamente aperta e democratica, non abbiano condotto un dibattito interno approfondito e quindi ragionevolmente lungo per decidersi a un cambio di rotta epocale. Occorreva convincere la cittadinanza della necessità di entrare sotto l’ombrello nucleare statunitense e il 24 febbraio è stato il pretesto ideale, come mostrano i sondaggi: se a gennaio 2022 ad accettare l’idea di aderire alla NATO era appena il 28% dei finlandesi  (una cifra comunque molto alta rispetto agli anni precedenti), a fine marzo si era già al 61% e a giugno all’80%, mentre tutti i partiti gradualmente modificavano la loro impostazione sulla difesa e sulla politica di sicurezza per votare infine a grande maggioranza la richiesta di adesione. È chiaro come l’ondata emotiva dell’attacco a un Paese vicino abbia travolto l’opinione pubblica finlandese, memore del passato da granducato dell’Impero Russo e delle due fasi di scontro con l’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. Ed è altrettanto chiaro come la stampa mainstream non si sia presa la briga di spiegare ai finlandesi che l’operazione speciale in Ucraina non è sic et simpliciter un’invasione militare con la finalità di sottomettere un popolo, ma è la conseguenza di anni di incomprensioni e provocazioni nelle quali l’Occidente ha gravi responsabilità (senza nemmeno citare le stragi operate in Donbass dall’esercito di Kiev). La Finlandia non ha alcuna attinenza col terribile scenario instauratosi in Ucraina nel corso di un decennio, tanto più che Helsinki rimase neutrale in un contesto ben più pericoloso e duraturo di quello attuale, cioè la Guerra Fredda. Ed è stata la stessa ambasciatrice finlandese in Italia, Pia Rantala-Engberg, ad affermare poco tempo fa che la Finlandia non percepisce una minaccia immediata da parte di Mosca.

La Svezia ha una tradizione di neutralità ancor più antica e marcata di quella finlandese: 200 anni circa. E non esiste alcun motivo di attrito con Mosca. Anche qui l’élite politica deve aver presentato alle masse l’ingresso della NATO come indispensabile per difendere i valori democratici dalle feroci autocrazie dell’est: ma allora come si conciliano questi ideali con il compromesso fatto con la Turchia? Ankara ha chiesto agli scandinavi di pagare un prezzo politico piuttosto salato per avere la sicurezza conferita dalla NATO. Erdoğan ha potuto mostrarsi magnanimo ritirando il veto su Finlandia e Svezia nel momento in cui esse hanno accettato di offrirgli solidarietà e cooperazione nella lotta contro il terrorismo, che nel caso della Turchia consiste nella repressione dell’indipendentismo curdo. Intanto la Svezia ha approvato l’estradizione del primo delle decine di soggetti che Ankara vuole farsi consegnare per proseguirne la detenzione in Turchia; è questa una delle condizioni poste da Erdoğan per accettare nell’Alleanza Atlantica gli scandinavi, ritenuti responsabili di dare asilo a combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per una società democratica e tollerante come quella svedese può essere un boccone amaro da far digerire, ma il ministro della Giustizia svedese Morgan Johansson ha descritto questa prima estradizione come un caso di normale routine. La persona in questione è un cittadino turco ed è stato condannato per frode in Turchia nel 2013 e nel 2016. L’uomo sostiene però di aver subito una condanna ingiusta, che dipende dal fatto di essersi convertito al cristianesimo, di aver rifiutato di svolgere il servizio militare e di avere origini curde.

La Russia, a dispetto delle previsioni forniteci regolarmente dal mainstream da marzo ad oggi, sta proseguendo imperterrita la sua “operazione speciale”: Putin non è ancora caduto, l’economia russa non è ancora crollata, viveri e munizioni non sono finiti in due settimane. Dopo tante delusioni per lo wishful thinking di stampo angloamericano, l’adesione di due nuovi Stati ai confini settentrionali della Federazione Russa è una manna dal cielo a livello mediatico. Dunque il loro ingresso conviene alla NATO, quanto meno a breve termine: ma ai diretti interessati conviene? La domanda non ha una risposta univoca, anche perché le conseguenze dell’adesione si potranno apprezzare solo nel lungo periodo. Si può comunque ipotizzare qualche scenario. Svedesi e finlandesi ora possono godere di un senso di protezione, che però si rivela fallace. Anzitutto perché – come abbiamo già visto – con i russi non vi sono né crisi né minacce. E poi perché quell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico che li proteggerebbe dall’eventuale attacco russo, li impegna anche a intervenire qualora vengano attaccati altri Paesi membri. Insomma, l’articolo 5 non è un privilegio a senso unico e gli scandinavi potrebbero accorgersene amaramente. E se dovessero decidere di piazzare sul loro territorio i sistemi missilistici americani, come fatto già dalla Polonia e dalla Romania, allora questa sì che sarebbe una provocazione nei confronti di Mosca. Sarebbe da pazzi pensare che Svezia e Finlandia entrino nella NATO per stuzzicare l’orso che dorme usando un bastone. Lo stesso Putin ha fatto intendere che l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO di per sé è accettabile per la Russia,  ma installare basi missilistiche non troppo lontano da Murmansk o da San Pietroburgo sarebbe configurabile come una minaccia contro la quale Mosca prenderebbe contromisure. Infine, Helsinki e Stoccolma dovrebbero ricordare i vantaggi che la neutralità comporta e dei quali hanno goduto in passato. Non potranno più avere negli affari internazionali lo stesso peso di prima, quando potevano ospitare i negoziati le fra parti avverse o fare da mediatori. La Finlandia in particolare, data la sua posizione geografica e la sua storia, poteva candidarsi a intermediario ideale fra Occidente e Russia, magari nella prospettiva di una nuova impostazione dei rapporti una volta terminato il conflitto. Ora difficilmente potrà ricoprire questo ruolo.

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52 anni, padre di tre figli. E' massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

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