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Governo Draghi, una maggioranza debordante e traballante

Passa da una fase difficile a un’altra possibilmente più complessa il governo Draghi, che con la sua maggioranza debordante ormai fa acqua da tutte le parti. Ogni giorno c’è un nuovo motivo che può portarlo alla crisi. Eppure, eccolo sempre in piedi, anche se un po’ malconcio per via delle mille quotidiane turbolenze che lo attraversano e che intersecano i partiti della grande coalizione. Pur tra tante polemiche, divergenze e scontri tra le forze politiche che sostengono l’esecutivo, si va avanti. Una fase difficile, percorsa da costanti tensioni, che sembra destinata a durare a lungo: un anno, settimana più, settimana meno, vale a dire fino alla scadenza naturale della legislatura. Ma anche meno, secondo alcuni osservatori, fino a inizio autunno, ottobre, con elezioni anticipate. Del resto, in questo momento non sembra esserci alternativa: la situazione politica interna con i suoi molti conti in sospeso, da un lato, e forse soprattutto le vicende europee e internazionali, dall’altro, per ora consigliano di stare fermi. 

La guerra in primo luogo, e tutti i problemi di carattere economico e politico che si porta dietro. Una parte degli effetti economici tra sanzioni alla Russia, embargo e minacce da parte russa di rispondere all’Europa e dunque anche al nostro Paese con la chiusura dei rubinetti del gas e del petrolio, per rimanere soltanto nel vitale campo dell’energia, sono già sotto i nostri occhi da un paio di mesi. Ma il peggio secondo gli esperti deve ancora venire, quando i nostri prodotti resteranno a marcire nei campi e nei magazzini, soprattutto se la guerra di Putin contro l’Ucraina durerà ancora per molti mesi, come del resto prevedono molti osservatori di cose militari e di geopolitica. 

Nella recente telefonata del capo del Pentagono al ministro della Difesa russo, il primo contatto tra la superpotenza di oltreoceano e il Paese di Putin che ha aggredito l’Ucraina, subito seguito da un’altra conversazione telefonica tra i rispettivi capi di Stato maggiore, molti hanno visto l’apertura di uno spiraglio che può dare il via a un confronto, se non a una trattativa, che magari nel medio periodo e forse anche nel breve potrebbe portare a un cessate il fuoco, mentre da diverse parti si sente parlare di presunti contatti riservati tra Ucraina e Russia e a vari altri livelli. Ma in realtà quanto avviene nel teatro di guerra e nella politica euroatlantica le cose vanno in tutt’altra direzione. L’Unione europea che ribadisce la ferma decisione di inviare armi di ogni sorta e sempre più potenti finché l’Ucraina lo richiederà, tanto più che – questa l’uscita non certo felice di un esponente di Bruxelles – il sostegno in armamenti al Paese aggredito “sta dando risultati”, avendo messo in serie difficoltà l’esercito russo. I nuovi Paesi, Svezia e Islanda, che chiedono di entrare nella NATO, proprio quell’Alleanza Atlantica che con la sua espansione fino ai confini della Russia Putin ha indicato come minaccia per il proprio Paese, fino a decidere l’invasione della nazione confinante – richiesta, quella dei due Paesi nordici, che incontra il veto, ma trattabile, della Turchia, oltre naturalmente a una dura e minacciosa reazione della Russia. L’Ucraina che è ormai a un passo dalla candidatura ad entrare nell’Unione Europea; il presidente Zelensky che dopo aver fatto intendere nelle scorse settimane, se dalle nostre parti non si è capito male, di essere disposto a trattare sulle pretese russe in Crimea e in qualche altra area contesa, ora rivendica l’integrità totale del suo Paese, ora appunto che le cose in fatto di guerra gli vanno meglio. 

Ecco, tutto questo, più che legittimo da ogni punto di vista e da ogni parte, non depone a favore di un cessate il fuoco e di una ripresa del confronto. Anzi, il concreto rischio secondo diversi osservatori è che produca un effetto contrario ed inasprisca le posizioni. Talvolta può anche essere questione di tempi e di toni: un conto è puntare a limitare i danni e magari anche ad ottenere un buon risultato, se non a vincere, un altro conto è tentare di umiliare l’avversario, in questo caso il nemico, non lesinando nei toni e nei modi dell’umiliazione. Certo è che risuonano ancora quelle dure parole del Papa: la NATO che abbaia ai confini della Russia! Parole impressionanti, terribili da un certo punto di vista, non urlate da un commentatore qualunque, magari filoputiniano, in cerca di visibilità in chissà quale talk show in cerca di audience. E perfino anche un po’ forse consapevolmente sottovalutate. Se si pensa che l’abbaiare è proprio della naturale aggressività dei cani, con tutto il rispetto per questo animale e per chi lo ama, altro che Putin macellaio! Ma nonostante tutto sembra che qualcosa si muova sul terreno del confronto diplomatico. Non una svolta, ma certo segnali che possono crescere. 

E all’origine di questi pur timidi spiragli c’è chi vede il prestigio e l’autorevolezza del presidente del Consiglio Draghi nel suo faccia a faccia col presidente americano Biden, al di là di chi, ma solo in Italia, ha tentato senza successo di svilire la missione parlando di un premier che è andato a prendere ordini dal capo dello schieramento occidentale. Draghi ha usato un doppio registro: da una parte il favore incondizionato agli aiuti militari per l’Ucraina, ma dall’altro una evidente pressione perché si tenti il confronto diplomatico e una tregua, magari a partire dalla rinuncia ai toni sprezzanti e minacciosi: le persone vogliono la pace, ha detto al presidente americano. Non solo gli italiani, non solo gli europei, o il popolo ucraino o anche quello russo, ma “le persone”. Putin non è più un Golia, bisogna certo sostenere la resistenza degli ucraini fino a quando servirà, ma le persone… 

Fino a concludere con quell’appello sorprendente per la sua secchezza: parlatevi con Putin, ha detto forse candidamente al capo della Casa Bianca. Draghi ovviamente non aveva nessun mandato dagli alleati europei, eppure è possibile che agli occhi di Biden le parole di quel premier così autorevole e universalmente stimato, e da taluni forse anche politicamente temuto, siano apparse come un chiaro messaggio arrivato dall’intero Vecchio Continente, che ha certamente un approccio ben diverso rispetto agli americani a quel che accade ai propri confini, pur tenendo conto delle diverse sensibilità (ovvero necessità) in fatto di embargo energetico, gas e petrolio. In Europa, si sa, c’è il francese Macron che tenta di accreditarsi come negoziatore – mentre la Germania viene ritenuta troppo coinvolta nei legami economici con la Russia – ma il prestigio di cui gode il premier italiano non solo come garante delle posizioni atlantiste ed europee è certamente superiore. 

E allora da questo punto di vista, guardando alla politica interna, bisogna prendere atto come suggeriscono diversi commentatori che Draghi è tornato più forte dall’America. Ma il paradosso è che ad essere debole non è tanto lui, quanto la sua maggioranza e l’insieme del quadro politico. I partiti sia presi singolarmente sia considerati per quel che resta o per quel che sarà delle coalizioni di destra e di sinistra, sono in fermento e appaiono divisi su tutto o quasi: sulla guerra con gli aiuti in armamenti all’Ucraina, sul peso delle sanzioni alla Russia i cui affetti si riversano sull’economia del Paese, sul fisco, sulla concorrenza, sulla giustizia, per dire soltanto dei temi che più fanno discutere. Il fatto è che le forze politiche sono immerse in due ma volendo anche tre campagne elettorali. Quella in atto per le amministrative parziali del 12 giugno, con le candidature a sindaco che soprattutto a destra hanno lasciato ferite a livello locale e nazionale ancora tutte da curare. Quella per i referendum sulla giustizia, che registrano posizioni divergenti a sinistra e in particolare nel PD, diviso tra astensionismo più o meno ufficioso, sostenitori del Sì soprattutto nelle zone periferiche degli amministratori locali, e sostenitori del No che si ritrovano un po’ dappertutto. E a imbarazzare quasi tutti, a sinistra, c’è lo sciopero della magistratura associata contro la riforma della giustizia in discussione in Parlamento; una decisione, quella dei giudici, che registra molte critiche e aperte defezioni proprio in seno alla categoria. 

E quanto a campagne elettorali, c’è anche quella per l’appuntamento più importante, le elezioni politiche, che i partiti hanno ritenuto di aprire con larghissimo anticipo, già da qualche settimana. Anzi, si direbbe che non c’è argomento, tematica, decisione di governo o atteggiamento parlamentare che non abbia come sfondo quel decisivo appuntamento elettorale. 

Tra i temi che dividono la sinistra, alla quale sono stati associati d’ufficio i Cinquestelle senza averne alcuna radice, ci sono le armi all’Ucraina, con il presidente Conte che ha chiesto a gran voce, pur sapendo di non poterlo ottenere, un voto sulle comunicazioni al Parlamento di Draghi. Il presidente dei grillini si dice contrario a nuovi invii di armi e dato che il suo partito aveva votato il primo provvedimento di aiuti militari all’Ucraina, dal quale prende legittimità una nuova fornitura di armamenti, distingue tra armi offensive e difensive. Certo, nessuno nega la differenza, ma l’argomento di Conte è subito apparso specioso e vagamente strumentale, e tra i primi ad accorgersene è stato il segretario del PD Letta che sul tema ha liquidato l’alleato dicendo di fidarsi di Draghi. 

Dietro la posizione di Conte del resto non è stato difficile leggere un tentativo di accaparrarsi qualche voto del variegato mondo cosiddetto pacifista – qualche sondaggio peraltro rileva che una quota intorno al quaranta per cento degli italiani sarebbe contraria all’invio di armi all’Ucraina. Ma altrettanto facile è stato scorgere anche un motivo interno al partito dietro il no di Conte, e riguarda la faida in atto da tempo nei Cinquestelle, vale a dire quello scontro sempre più aperto con la folta area draghiano-governista capeggiata dal ministro degli Esteri Di Maio, il quale peraltro sull’argomento ha mantenuto toni talmente bassi da poter essere definito silente, come per dire che se c’è una volontà di rottura, questa è solo di Conte ed eventualmente dei suoi seguaci. 

E il tema va a congiungersi fatalmente con il caso del presidente pentastellato della commissione Esteri del Senato, Petrocelli, apertamente putiniano, recentemente decaduto dalla carica con le dimissioni di tutti i componenti della commissione, e in attesa di espulsione dal partito. A sostituirlo, ciliegina sulla torta, per dire dello stato confusionale almeno di una parte se non di tutto il partito dei Cinquestelle, era stato fatto il nome di un altro esponente pentastellato filorusso, prontamente scartato non appena è stata resa pubblica la sua militanza geopolitica. A Conte è stato anche attribuito l’obiettivo, recisamente negato, di voler far cadere il governo, presto o meno presto. Ma su questo argomento è davvero serio l’interrogativo su quanti seguirebbero la linea del capo. Si deve aggiungere, poi, il no del presidente Cinquestelle, chissà con quale seguito nel partito, al termovalorizzatore di Roma voluto dal sindaco Gualtieri col sostegno di Draghi via PD, partito peraltro alleato con quello di Grillo alla Regione Lazio Zingaretti, ente che in tema di raccolta e trattamento dei rifiuti ha qualche responsabilità. 

Ebbene, a fronte di tutto questo e altro ancora, il PD di Letta, peraltro frastornato da una fronda pseudopacifista interna, pare che si stia seriamente chiedendo se vale davvero la pena di continuare a inseguire un’alleanza organica in vista delle elezioni politiche con un partito che dà tali prove di affidabilità. Tanto più che nell’area della cosiddetta sinistra figurano partiti come Italia Viva e Azione unito a Più Europa, ai quali i Cinquestelle risultano indigesti o che li inducono, come direbbe Montanelli, a turarsi il naso.

Ma a sinistra si favoleggia anche di un progetto, per ora rubricato nella sezione fantapolitica, che vedrebbe insieme il PD, un variegato mondo di “grande centro” magari con schegge di Forza Italia, di oggi e di ex, e comunque di chi ci sta, naturalmente con i Cinquestelle fuori dalla partita. E in caso di vittoria questo soggetto politico più o meno nuovo chiamerebbe a Palazzo Chigi l’uscente Draghi, nominato e non eletto. Chissà, se ne saprà di più col passare delle settimane. 

Ma se a sinistra la situazione è così difficile, non meno complicata è la vita della destra. I rapporti tra i tre partiti che a tutt’oggi si presume facciano parte di una coalizione hanno raggiunto il minimo storico, ma a quanto pare si può scendere ancora. Salvini con la sua Lega in tema di guerra e aiuti all’Ucraina si è ormai allineato alle posizioni di Conte, a meno che il capo leghista non voglia rivendicare la primazia, a quel presunto pacifismo che, sì, obtorto collo, manderebbe le armi, ma quelle “buone” e non certo quelle “cattive”, che, sì, fanno male, ma poco. Posizioni che curiosamente rispecchiano l’andamento negativo dei due partiti rilevato dai sondaggi. Ma Salvini a quanto pare non ha chiesto il voto del Parlamento sulle comunicazioni di Draghi: contrario all’ulteriore invio di armi, sì, ma fino a un certo punto. 

Una grande distanza quella della Lega dalle altre due forze politiche alleate, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni dalla sua solitaria opposizione al governo continua a crescere, stando ai sondaggi, e in alternanza col PD in base alle diverse rilevazioni figura come primo partito. La Lega con le sue posizioni mutevoli e spesso contraddittorie si limita a fare un po’ di fronda al governo e alla maggioranza, ma a quanto pare non ne ricava granchè, soffre la determinazione di Fratelli d’Italia, cerca di inseguire ma senza costrutto. Forza Italia sta beneficiando del ritorno in campo di Berlusconi, ma sotto la coltre di una quiete apparente covano disagi, distinguo e fughe in avanti o laterali che danno l’immagine di un partito tutt’altro che unito. Spicca tra l’altro il caso Lombardia, dove Berlusconi ha rimosso il commissario del partito Massimiliano Salini nominando al suo posto la fedelissima Licia Ronzulli, e così scatenando la rabbia e la delusione di Mariastella Gelmini, che peraltro prima della rimozione di Salini, uomo vicino alla Gelmini, non si era risparmiata con pesanti critiche alla Ronzulli, da lei considerata una rovina per il partito. Cosa che avrebbe accelerato la decisione di Berlusconi. Un caso che scuote il partito azzurro e che forse non resterà senza conseguenze. 

In questa situazione così complessa ci si chiede quanto possa ancora durare il governo Draghi. Il capo di Palazzo Chigi secondo diversi osservatori appare logorato dalle guerriglie innescate dai partiti a ritmi settimanali, se non quotidiani. E peraltro la campagna elettorale permanente non promette niente di buono. A Draghi viene attribuito un desiderio di lasciare, considerando anche che ritiene conclusa la missione per la quale era stato chiamato: superare l’epidemia, e comunque mantenerla in limiti controllabili, e mettere a punto ed avviare il Piano di ripresa voluto dall’Unione Europea in cambio dei fondi messi a disposizione da Bruxelles. Ora però c’è la guerra, e da certe segrete stanze si dice che a trattenere Draghi a Palazzo Chigi sia soltanto colui che lo ha chiamato, il presidente Mattarella.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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