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Consacrazione di Russia e Ucraina all’Immacolato Cuore di Maria, Papa Francesco alle fatwe contrappone il linguaggio di Gesù, ‘spes contra spem’

“Nelle ultime settimane Francesco è stato oggetto di qualche critica da parte di chi sperava che nelle sue dichiarazioni pubbliche facesse esplicitamente il nome di Vladimir Putin e della Russia, quasi che le parole del pastore della Chiesa universale dovessero rispecchiare i dettami della scaletta di un telegiornale. Siccome ciò non è avvenuto, alla voce del Papa non si è data molta attenzione, in quanto i suoi appelli non corrispondevano al desiderato cliché del Pontefice “cappellano” dell’Occidente, pronto ad arruolare Dio e a benedire la guerra nel suo nome”. L’originalità della posizione del Santo Padre, mai davvero colta da tanti colleghi che fanno del giornalismo l’amplificazione di una schematica posizione preconcetta, è ben riassunta da Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, nel suo commento del 14 marzo scorso per Vatican News.

È proprio indispensabile fare seriamente i conti con la forte e puntuale formula “cliché del Pontefice “cappellano” dell’Occidente” per provare a comprendere, non riducendone il valore peculiare, l’azione del Vescovo di Roma rispetto alla guerra in Ucraina. Così riconoscendo quanto sia autenticamente volta alla costruzione di condizioni per la pace. 

Solo comprendendo a cosa non siamo di fronte, infatti, si possono leggere adeguatamente (secondo il loro significato profondo) parole e atti del successore di Pietro. In particolare, l’annunciata consacrazione di Russia e l’Ucraina all’Immacolato Cuore di Maria, venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza nella Basilica di San Pietro (e a Fatima, da parte del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato dal Santo Padre). 

Un annuncio cui ha fatto seguito, a stretto giro e non certo casualmente, la videochiamata con il Patriarca Kirill. Un colloquio che ha avuto a tema, come riporta la nota ufficiale diramata dal Vaticano, “la guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace”. Un confronto nel quale i due leader religiosi hanno convenuto sul punto che “La Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù”.

Sbagliato pensare che si tratti di una comoda fuga nell’irenismo o della declinazione quasi burocratica di un ecumenismo al ribasso. Siamo di fronte a un contributo ben diverso. 

Ci aiutano a conquistare la giusta prospettiva alcune considerazioni di Gianni Valente, altro giornalista molto vicino a papa Bergoglio. Vale la pena, chiedendo venia al lettore, una lunga e puntuale citazione. Il 4 marzo scorso, il già redattore dell’andreottian-tandardiniana rivista “30 Giorni”, così scriveva: “Cosa può fare il Papa, ora che si spara e si uccide? Forse nient’altro che pregare il Signore, implorando il miracolo di abbreviare il dolore dei poveri, di far finire l’eccidio. Ma se potrà/potesse fare qualcosa sul piano politico diplomatico, ciò sarà/sarebbe possibile proprio perché i leader russi sanno che lui non è un mediatore di parte, un agente camuffato dell’Occidente, con cui loro sono entrati in apocalittica rotta di collisione.

Proprio i tratti apocalittici dello scenario aperto dall’invasione russa in Ucraina fanno apparire ancora più grottesche le paturnie di chi, in tale circostanza, ha il problema di tirare le orecchie al Papa e al Vaticano per aver “sbagliato strategia” nei rapporti con la Russia, o per non essersi ancora allineati al linguaggio delle cancellerie e dei media occidentali contro Putin “il sanguinario”, il “matto”, lo “psicopatico”, anima nera dei nuovi “Stati canaglia” e dei nuovi “Assi del Male”. Come se il problema del Papa fosse di dover dire via twitter “da che parte sta”, o strappare qualche applauso con qualche anatema sdegnato un tanto al chilo”. 

Così come la Chiesa cattolica non si è mai fatta agente di complimento di qualche isterico anti-islamismo, tanto sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II quanto regnante Benedetto XVI, nemmeno in questa occasione si brandisce reattivamente un’identità contro l’altra (pur ben consci delle contraddizioni).

Ecco, allora, il significato di una consacrazione che è ben altro il benedire una parte contro l’altra, piuttosto la consapevolezza che il realismo cristiano deve illuminare le menti e i cuori nell’ora più buia. Come ha spiegato, ancora a Vatican News, l’arcivescovo dell’arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca, monsignor Paolo Pezzi, questo “È un periodo buio. Di cosa c’è bisogno quando c’è il buio? C’è bisogno di luci, almeno di fiammelle. La consacrazione è un invito ad accendere questa fiammella di speranza che non si è mai sopita nel nostro cuore, che non è mai sopita. Questo è anche il significato per cui il Papa può, con libertà e con forza, rivolgersi a tutta la Chiesa e chiedere, in particolare, che queste fiammelle di speranza si riaccendano nei popoli di Russia e Ucraina”.

Per nulla meno di questo. Per tutt’altro di quanto vorrebbero i tifosi delle fatwe, progressisti o tradizionalisti che siano. Con “il linguaggio di Gesù”, spes contra spem. 

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Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del settimanale “Il nuovo Monviso” e di “2006più Magazine” (voce del gruppo Dai Impresa). Dirige la comunicazione di Echos Group. Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d'impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell'Esecutivo nazionale del Mcl - Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d'amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Co-autore, con Giorgio Merlo, del libro “I Granata” (Daniela Piazza Editore)

 

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