Oltre la diarchia globale: l’autonomia strategica europea tra dipendenze tecnologiche e competizione geopolitica

Oltre la diarchia globale: l’autonomia strategica europea tra dipendenze tecnologiche e competizione geopolitica

20 Luglio 2026 0

In un sistema internazionale sempre più polarizzato tra Washington e Pechino, l’Unione Europea rischia di essere ridotta a variabile dipendente di una competizione che non ha scelto. Uscire da questa trappola non richiede di schierarsi, ma di costruire una reale capacità di decidere autonomamente, sul piano tecnologico, monetario ed energetico.

La crescente competizione tra Stati Uniti e Cina rappresenta il principale fenomeno geopolitico del XXI secolo. Dopo la fine della Guerra Fredda e il momento unipolare americano degli anni Novanta, il sistema internazionale sembra evolvere verso una nuova configurazione caratterizzata dalla presenza di due grandi poli economici, tecnologici e militari. Washington e Pechino concentrano una quota crescente della capacità innovativa globale, degli investimenti strategici e dell’influenza internazionale.

In questo scenario l’Unione Europea si trova in una posizione peculiare. Da un lato condivide con gli Stati Uniti valori politici, istituzioni e un’alleanza strategica consolidata. Dall’altro, la Cina rappresenta il secondo partner commerciale dell’UE per il commercio di beni e il primo fornitore di importazioni, con un volume bilaterale di oltre 732 miliardi di euro nel 2024, nonché un attore imprescindibile nelle catene globali del valore. Al tempo stesso, la Commissione europea qualifica ufficialmente Pechino come partner, concorrente e rivale sistemico, una triplice caratterizzazione che riflette la complessità strutturale della relazione. La vera autonomia strategica, quella che la Commissione europea definisce “open strategic autonomy”, ovvero la capacità di agire autonomamente preservando al contempo un’economia aperta, richiede quindi di ridurre le vulnerabilità senza rinunciare all’apertura economica che ha storicamente caratterizzato l’Unione Europea.

L’autonomia strategica oltre la dimensione militare

Negli ultimi anni il concetto di autonomia strategica è stato spesso associato alla sicurezza e alla difesa. La guerra in Ucraina ha accelerato questa riflessione, evidenziando l’importanza di rafforzare la cooperazione europea in materia militare e di sicurezza.

Tuttavia, limitare l’autonomia strategica alla sola dimensione militare sarebbe riduttivo. Le vulnerabilità contemporanee si manifestano sempre più spesso attraverso strumenti economici, tecnologici, energetici e finanziari. La crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato come una dipendenza commerciale possa rapidamente trasformarsi in una vulnerabilità geopolitica. Allo stesso modo, la dipendenza europea da tecnologie sviluppate altrove rappresenta una delle principali sfide del continente.

La questione tecnologica

La competizione tra Stati Uniti e Cina è sempre meno una competizione commerciale tradizionale e sempre più una competizione tecnologica. Intelligenza artificiale, semiconduttori avanzati, infrastrutture cloud, telecomunicazioni, tecnologie quantistiche e gestione dei dati rappresentano oggi strumenti di potere geopolitico.

In molti di questi ambiti l’Europa occupa una posizione intermedia. Possiede università di eccellenza, importanti centri di ricerca e capitale umano altamente qualificato, ma spesso fatica a trasformare la conoscenza scientifica in leadership industriale.

Il rischio è quello di una crescente dipendenza tecnologica. Non si tratta soltanto di acquistare tecnologie sviluppate altrove, ma di affidare a soggetti esterni infrastrutture fondamentali per il funzionamento delle economie contemporanee. Chi controlla piattaforme digitali, sistemi operativi, infrastrutture cloud e algoritmi esercita infatti un’influenza crescente sulle società moderne.

La questione tecnologica è quindi anche una questione di sovranità politica.

Tra Washington e Pechino: evitare le dipendenze senza rinunciare all’apertura

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno adottato una strategia sempre più assertiva nei confronti della Cina, soprattutto nei settori considerati strategici. L’Unione Europea ha invece mantenuto un approccio più prudente, privilegiando il dialogo e la cooperazione economica pur introducendo misure di tutela nei settori più sensibili.

Questa impostazione appare coerente con la tradizione europea e con la natura stessa dell’Unione come grande potenza commerciale. Tuttavia, il dibattito rischia talvolta di essere schiacciato tra due posizioni opposte: l’adesione completa alla strategia americana di contenimento della Cina oppure una sottovalutazione delle vulnerabilità che possono derivare da alcune dipendenze strategiche.

L’Europa dovrebbe perseguire una terza strada. Mantenere aperti i canali commerciali e di investimento con la Cina, senza precludersi opportunità di cooperazione economica e infrastrutturale, comprese quelle che in passato erano state immaginate nell’ambito della Belt and Road Initiative. Una chiusura totale verso Pechino difficilmente sarebbe compatibile con gli interessi economici di un continente fortemente integrato nel commercio internazionale.

Allo stesso tempo, apertura non significa dipendenza. Se da un lato l’Europa deve evitare eccessive dipendenze tecnologiche e industriali dalla Cina, dall’altro dovrebbe interrogarsi anche sulla propria dipendenza da piattaforme digitali, servizi cloud, sistemi di pagamento e infrastrutture tecnologiche prevalentemente controllate da operatori statunitensi.

La vera autonomia strategica consiste proprio nella capacità di collaborare con entrambi gli attori senza diventare subordinati a nessuno dei due.

Ricerca e innovazione come strumenti geopolitici

In un mondo sempre più fondato sulla conoscenza, la ricerca scientifica assume una crescente dimensione geopolitica. Programmi europei come Horizon Europe, lo European Research Council e le Marie Skłodowska-Curie Actions hanno contribuito a rafforzare la capacità scientifica del continente.

La sfida europea non consiste soltanto nel produrre ricerca di qualità, ma nel trasformare tale ricerca in innovazione industriale, competitività e crescita economica. Per lungo tempo l’Europa ha eccelso nella produzione di conoscenza senza riuscire sempre a convertirla in leadership tecnologica.

Investire in ricerca significa investire nella capacità futura di determinare standard tecnologici, attrarre talenti e rafforzare la resilienza economica del continente.

La stabilità del continente e la questione ucraina

L’autonomia strategica europea non può inoltre prescindere dalla stabilità del proprio vicinato. La guerra in Ucraina continua a rappresentare uno dei principali fattori di incertezza politica, economica ed energetica per l’Unione Europea.

Dal punto di vista europeo, la progressiva riduzione del conflitto e l’apertura di un percorso negoziale rappresentano un interesse strategico fondamentale. Ciò non implica l’abbandono delle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una rinuncia ai principi del diritto internazionale. Significa piuttosto riconoscere che la costruzione di una pace sostenibile richiede spesso tempi lunghi e che alcune questioni potrebbero trovare una soluzione soltanto all’interno di un quadro negoziale più ampio e graduale.

La storia dimostra che molti conflitti sono stati risolti attraverso processi progressivi di stabilizzazione e non necessariamente mediante soluzioni immediate e definitive. Nel tempo possono cambiare gli equilibri geopolitici, le condizioni economiche e le leadership politiche. Anche per questo motivo, una prospettiva di stabilizzazione progressiva potrebbe rappresentare una soluzione più realistica rispetto alla ricerca di una vittoria totale di una delle parti coinvolte.

Per l’Europa, la priorità strategica rimane quella di ridurre l’instabilità ai propri confini, preservando al contempo il sostegno all’Ucraina e mantenendo aperti gli spazi diplomatici necessari per una futura soluzione politica.

L’autonomia monetaria nell’era digitale

Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda il futuro della moneta stessa. La crescente digitalizzazione dell’economia sta trasformando non soltanto i sistemi di pagamento, ma anche il rapporto tra cittadini, istituzioni finanziarie e banche centrali.

Da questo punto di vista, l’iniziativa dell’euro digitale potrebbe rappresentare una delle più importanti opportunità strategiche per l’Unione Europea. Se adeguatamente progettata, essa consentirebbe di rafforzare la sovranità monetaria europea nell’economia digitale, riducendo la dipendenza da infrastrutture di pagamento e piattaforme finanziarie controllate da attori esterni all’Unione.

L’Europa si trova oggi in una posizione avanzata nello sviluppo di una moneta digitale pubblica: la BCE ha completato la fase di preparazione dell’euro digitale nell’ottobre 2025 e, subordinatamente all’adozione del relativo regolamento da parte dei co-legislatori europei nel corso del 2026, punta a essere pronta per la prima emissione entro il 2029. Tra le grandi economie occidentali, l’Unione europea sarebbe così la prima a dotarsi di una valuta digitale di banca centrale pienamente integrata nell’economia al dettaglio. In un contesto in cui gli Stati Uniti hanno scelto di affidare l’infrastruttura dei pagamenti digitali principalmente ai privati, come testimonia il GENIUS Act, firmato dal presidente Trump nel luglio 2025, che istituisce il primo quadro regolatorio federale per le stablecoin private, l’Unione Europea percorre una strada differente, fondata sul mantenimento del controllo pubblico della moneta e della politica monetaria.

La differenza non è soltanto tecnologica. È una differenza di modello istituzionale. Nel primo caso una parte crescente delle funzioni monetarie viene esercitata da soggetti privati; nel secondo si preserva il principio secondo cui la moneta rappresenta un’infrastruttura pubblica fondamentale.

In un mondo caratterizzato dalla competizione tecnologica e dalla crescente centralità dei dati, la capacità dell’Europa di costruire una propria architettura monetaria digitale potrebbe diventare uno dei pilastri della sua autonomia strategica.

L’obiettivo finale non dovrebbe essere quello di scegliere tra Stati Uniti e Cina, ma quello di costruire le condizioni affinché l’Europa possa continuare a decidere autonomamente il proprio futuro.

 

Linda Rotondo e Luigi Capoani
Linda Rotondo e Luigi Capoani

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