Who’s next? Saif Gheddafi e la lunga scia di sangue della Libia senza Stato

Who’s next? Saif Gheddafi e la lunga scia di sangue della Libia senza Stato

5 Febbraio 2026 0

La notizia della morte di Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, segna l’ennesimo capitolo di sangue nell’instabilità cronica della Libia post-2011: un Paese spaccato, ferito e incapace finora di ricostruire istituzioni forti e pacificate. Nel primo pomeriggio del 3 febbraio 2026, Saif, 53 anni, è stato ucciso nella sua residenza di Zintan, nel nord-ovest del Paese, da un commando di uomini armati entrati disattivando telecamere di sorveglianza.

La sua morte è confermata dal suo stesso staff politico e da fonti libiche locali, ma i dettagli restano ancora opachi. Sebbene a tenere banco siano congetture ed ipotesi: in questa storia ci sono due verità, Saif non sarebbe morte se si fosse consegnato alla Corte penale internazionale (Cpi), il suo assassinio non è sicuramente il primo e probabilmente non sarà l’ultimo. La domanda dunque che in molti in Libia si stanno già facendo è “Who’s next?”, ovvero “Chi sarà il prossimo?”.

Chi sarà il prossimo?

Questa tragica fine dell’affascinante figlio di Gheddafi che ha costruito la sua immagine attraverso i media, giocando sul suo nome che in arabo significa “la Spada dell’Islam” si inserisce in una scia di sangue che ha segnato la Libia negli ultimi anni, una sequenza di eventi che non può essere ridotta a fatalità o a misteriose congiure internazionali senza analizzare i contesti e le responsabilità interne.

Già nel 2024 fu assassinato Abdulrahman al-Milad, noto come “Bija”, comandante della guardia costiera di Zawiya e figura controversa, sospettato di essere legato a traffici, abusi su migranti e violenza armata. Era inserito nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite. E fu ucciso da uomini armati nei pressi dell’Accademia navale di Janzur. Un episodio che scosse la scena libica e mise in evidenza il ruolo delle milizie e delle bande armate nelle dinamiche di potere locali.

Nel maggio del 2025 è toccato ad Abdelghani al-Kikli, noto anche come Ghnewa, potente comandante della Stability Support Apparatus (SSA), una delle milizie più influenti e potenti di Tripoli e dell’ovest libico, formalmente affiliata al Consiglio Presidenziale libico e al Governo di Unità Nazionale (GNU). Originario di Bengasi, Ghnewa lavorava come panettiere prima della rivolta del 2011 e poi ha formato una milizia che ha progressivamente rafforzato il proprio controllo su quartieri chiave di Tripoli, in particolare Abu Salim, esercitando potere militare e politico nella capitale.

Poi, nel dicembre 2025, un incidente aereo è costato la vita al generale Mohammed Ali Ahmed al-Haddad, capo di stato maggiore dell’esercito libico riconosciuto a livello internazionale. Un dirigente militare di spicco, visto da molti come simbolo di un possibile equilibrio istituzionale in un paese diviso. Il suo aereo privato si è schiantato poco dopo il decollo da Ankara, in Turchia, mentre tornava da incontri ufficiali con autorità turche, e le scatole nere del velivolo sono oggetto di analisi internazionale per chiarire la dinamica dell’incidente.

La sfortuna non è contemplata

Questi avvenimenti non sono semplici cronache isolate, né una catena di sfortunate coincidenze. Rappresentano un fenomeno più profondo: una Libia in cui il monopolio della violenza è frammentato, dove fazioni armate, milizie e interessi locali operano spesso senza limiti, e dove l’assenza di un processo politico inclusivo e stabile alimenta conflitti e vendette.

In molti oggi si chiedono cosa accadrà che ripercussioni avrà la sua morte, a vedere dalle reazioni: ben poco sebbene la morte di Saif al-Islam semplifica drasticamente la “geometria” del potere in Libia, favorendo chi punta a una spartizione del Paese o a un’unificazione forzata. Saif era l’unico competitore in grado di sottrarre a Khalifa Haftar & Sons il consenso delle tribù nostalgiche e dei circoli legati al vecchio regime nell’est e nel sud. Con Saif fuori dai giochi, Haftar diventa l’unico punto di riferimento per chi cerca “l’uomo forte“.

Il governo di Tripoli vede sparire un rivale che godeva ancora di una certa legittimità popolare e che avrebbe potuto coalizzare il malcontento contro l’attuale amministrazione. La sua scomparsa potrebbe facilitare i negoziati (come quelli recentemente avvenuti a Parigi) per un nuovo governo di unità nazionale senza l’ombra dei Gheddafi. La sua morte “ripulisce” il tavolo da gioco. Chi ne trae vantaggio è chiunque preferisca una Libia divisa tra blocchi di potere consolidati rispetto a una Libia che guarda al passato.

Strada ad un accordo franco-americano?

Alcune analisi suggeriscono che l’eliminazione di Saif faciliti un “accordo franco-americano” per stabilizzare la Libia sotto il controllo atlantico, neutralizzando al contempo l’influenza russa che spesso ha flirtato con la figura di Saif come alternativa politica. La stessa Russia a cui Haftar tuttavia ha concesso spazi, basi e aeroporti. Senza il fattore destabilizzante di Saif, le due principali fazioni (Tripoli e Bengasi) potrebbero ora trovare un compromesso per dividersi le risorse petrolifere e le cariche istituzionali. La morte del delfino libico agisce come un “pulitore” del panorama politico, rendendo le elezioni -se mai si terranno – una sfida a due anziché a tre.

Tuttavia c’è un fattore da non sottovalutare: le tribù fedeli ai Gheddafi, i cosiddetti “Verdi”, potrebbero reagire con sabotaggi alle infrastrutture petrolifere o attacchi terroristici. Senza un leader politico carismatico, questi gruppi, ma anche gli stessi giovani che lo osannavano sui social media, potrebbero radicalizzarsi, aumentando l’instabilità nel Fezzan (sud) e lungo i confini desertici.

Nessuna prova però su interferenze straniere

Nonostante oggi non manchino voci pronte a puntare il dito contro potenze straniere — suggerendo il ruolo di Russia, Stati Uniti, Regno Unito o altre — nella morte di Saif al-Islam non c’è ancora alcuna prova credibile di un coinvolgimento diretto di attori esterni.

È certamente vero che Saif intrattenne relazioni diplomatiche e commerciali con vari Paesi occidentali e mediorientali. Fu educato in Gran Bretagna. E vantava contatti anche con ambienti americani e russi durante la sua carriera politica. Attribuire però la sua eliminazione a un complotto straniero rischia di esonerare le responsabilità individuali e interne di un uomo che ha tenuto decisioni politiche e militari controverse per decenni. Anche durante la sua latitanza, non sono mancati contatti con Emirati, poi con i russi, ma anche con britannici e americani.

La realtà è che Saif al-Islam Gheddafi fu una figura profondamente divisiva fin dall’inizio: dal ruolo che ricoprì negli anni Duemila come volto esterno e “modernizzatore” del regime di suo padre, fino alla sua partecipazione attiva nella brutale repressione della rivolta del 2011. Dopo essere stato catturato e detenuto per anni, e poi liberato nel 2017 sotto amnistia, tentò un ritorno politico nel 2021. La sua candidatura presidenziale non solo non fu accolta con entusiasmo. Anzi contribuì alla paralisi di un processo elettorale già fragile e controverso, segnando un crollo della sua presunta popolarità.

La nostalgia

Professando sempre “un amore viscerale per il suo Paese” in molti si attendevano un passo indietro, visto che proprio la sua candidatura ha allontanato quasi definitivamente la possibilità per i suoi connazionali di scegliere i propri rappresentanti. Elezioni che malgrado sondaggi e post sui social media non avrebbe probabilmente vinto, perché la sua stessa tribù, non condivideva l’idea di una sua corsa presidenziale, suggerita piuttosto da chi Saif considerava “amico”.
Saif al-Islam non era solo un nome; era un simbolo di nostalgia per la stabilità dell’era Gheddafi.

La sua candidatura nel 2021 aveva bloccato il processo elettorale perché era inaccettabile per i rivoluzionari di Misurata, era un rivale diretto per Haftar ed era ricercato dalla Corte Penale Internazionale, rendendo difficile il riconoscimento internazionale di un suo eventuale governo, sebbene un suo processo non avrebbe influito sulla sua vita politica.

I casi alla Cpi

I casi sono innumerevoli. Laurent Gbagbo è stato il primo ex Capo di Stato a essere consegnato alla Corte. Accusato di crimini contro l’umanità, è stato assolto in primo grado (2019) e in appello (2021) per insufficienza di prove. Jean-Pierre Bemba (Ex Vicepresidente RDC): Sebbene non fosse il Presidente, era il leader di una milizia e un’importante figura politica. Fu condannato a 18 anni nel 2016, ma la sentenza è stata ribaltata in appello con un’assoluzione nel 2018.

Uhuru Kenyatta (Kenya): incriminato mentre era Presidente per violenze post-elettorali. Si presentò volontariamente all’Aia (primo leader in carica a farlo), ma le accuse furono ritirate nel 2014 per mancanza di prove. Più di recente, su Vladimir Putin pende un mandato d’arresto emesso nel marzo 2023 per la deportazione illegale di bambini dall’Ucraina, mentre su Benjamin Netanyahu un mandato d’arresto emesso a novembre 2024 per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. Saif Gheddafi non è mai arrivato all’Aia.

Libia, una lunga storia di giustizia non fatta

La Libia ha lottato per anni per processarlo internamente, mentre la CPI sosteneva che il sistema giudiziario libico non fosse in grado di garantire un processo equo. Con la sua morte nel febbraio 2026, il caso presso la Corte si chiude ufficialmente per “estinzione del reato a seguito del decesso dell’imputato”. Un’altra certezza, dunque, è che anche questa volta in Libia giustizia non è stata fatta.

La sua immagine pubblica, un tempo proiettata come simbolo di possibili riforma e dialogo con l’Occidente, venne irrimediabilmente ferita da episodi come l’intervista al “New York Times” e un servizio fotografico in cui appariva con barba lunga e abito islamico. Momenti che, più che consolidare un appello popolare, alimentarono sospetti, diffidenza e critiche — specie tra chi vedeva in lui un nostalgico del passato autoritario piuttosto che un innovatore politico.

I giovani si aspettavano di vedere un rivoluzionario in bandiera verde, i più anziani conoscevano invece gli errori di Saif, come l’apertura agli islamisti, che hanno portato nel 2011 al rovesciamento del padre dopo 42 anni. Il salto tra un volto “conciliatorio” e una presenza più confessionale e intransigente si è tradotta in un drastico calo della sua capacità di attrarre consensi trasversali.

I nemici di ieri sono oggi i nostri amici

E oggi, la frase nell’intervista “Gaddafi son is alive and wants to take Libya back” in cui affermava “i nemici di ieri sono oggi i nostri amici” risuona in modo quasi tragico. Per molti libici, le alleanze e i sostegni che Saif vantava sono vuote, effimere o soggette a trasformazioni repentine di convenienza.

Così come gi interessi internazionali mutano con la stessa rapidità. Secondo il suo avvocato e alcuni stretti collaboratori, Saif sarebbe stato vittima di un “tradimento” — un’affermazione che, pur riflettendo le divisioni interne nel suo entourage, non spiega né giustifica il fallimento politico e la tragedia personale che lo hanno attraversato.

Una candidatura mancata

Alla fine, se Saif al-Islam si fosse davvero consegnato alla Corte Penale Internazionale, come molti osservatori suggerirono in passato, forse oggi la sua morte non sarebbe avvenuta in circostanze brutali e violente e la sua candidatura alle presidenziali sarebbe giunta al momento giusto, piuttosto che servirsi da strumento per chi quelle elezioni non le ha mai volute spingendo alla candidatura in un Paese che non riesce in alcune città a completare le elezioni municipali, ben 98 strane creature, la maggior parte sconosciute agli stessi libici.

Ma questa è solo una delle molte ipotesi che la storia libica lascia aperte: tutte segnate da infinite fratture, sfiducia istituzionale, interessi settari e milizie che continuano a dettare legge in assenza di una vera riconciliazione nazionale.

Ma chi sarà il prossimo?

Tornando alla domanda iniziale — “chi sarà il prossimo?” — la Libia offre, anche in questo caso, un ampio ventaglio di candidati: tra milizie, comandanti e aspiranti presidenti, la scelta non manca. È però evidente l’esistenza di una volontà precisa di eliminare chi intralcia un progetto di stabilità. Una decisione presa a tavolino? Probabilmente sì, inutile raccontare la favola del processo “libico-libico e a guida libica” perché in un Paese dove regna la legge del più forte, l’unica cosa che fa la differenza è essere più veloce del tuo vicino, più furbo del tuo alleato.

Ciò che colpisce è il rapido cambio di fronte di chi, fino a ieri, consigliava Saif e giurava di proteggerlo: oggi gli stessi ambienti sembrano già impegnati a individuare un possibile successore di colui che definiscono “un simbolo nazionale” e “la voce della verità”. Con ogni probabilità, chi raccoglierà questi echi sarà anche tra i primi candidati a fare la sua stessa fine, nel momento in cui risulterà più utile da morto che da vivo.

Vanessa Tomassini
Vanessa Tomassini

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