Rapporti quasi compromessi fra USA e Zelensky, che ormai non serve più agli interessi americani
I rapporti fra gli USA e Zelensky sono sulla strada del deterioramento completo. Gli danno poca fiducia, sempre meno armi e ormai il suo ruolo di liquidatore dell’Ucraina è quasi compiuto.
Tra alti e bassi verso il deterioramento
A partire dall’insediamento di Trump, procede tra alti e bassi il graduale deterioramento dei rapporti fra Casa Bianca e presidenza ucraina. Un grave peggioramento si è avuto due settimane fa con l’attacco di Kiev agli aerodromi russi senza prima avvertire l’amministrazione americana. Ciò ha irritato Washington al punto da vanificare quasi del tutto il riavvicinamento ottenuto col breve incontro fra Trump e Zelensky ad aprile in Vaticano, nel corso dei funerali di Papa Francesco. A Kiev credevano di aver così appianato le divergenze emerse nel vertice di febbraio alla Casa Bianca, che si era trasformato in una litigata epocale e ridicola, ad uso e consumo delle telecamere. Qualche giorno fa in un’intervista per ABC News Zelensky ha definito la sua situazione con Washington “piuttosto complicata”. Spiega che gli piacerebbe credere che i rapporti siano cambiati per il meglio, ma puntualizza di non esserne sicuro: non posso garantirlo al 100%.
Ora Zelensky non serve più
Il presidente ucraino probabilmente sa che la sua funzione agli occhi degli USA è terminata di fatto nel momento in cui ha siglato l’ormai celebre “accordo sulle terre rare”. Svendere le risorse naturali del Paese agli americani è stato l’ultimo atto di una lunga campagna di liquidazione del patrimonio statale, passato in mano alle finanziarie con sede negli USA. L’amministrazione Trump adesso si sta impegnando a cambiare la narrativa dell’assistenza all’Ucraina, che non dovrà più essere vista come povera vittima a cui fare la beneficenza, ma partner in grado di pagarsi armi e rifornimenti. Lo ha detto al forum GLOBSEC di Praga Kurt Volker, ex inviato speciale di Washington per l’Ucraina, che ha spiegato come l’accordo sui minerali genererà profitto solamente a ostilità concluse. Oggi è un accordo di carattere politico, per convincere il mondo che Kiev ha capacità e risorse per sostenersi e collaborare con l’Occidente.
Gli USA potrebbero farlo rimuovere
Agli USA Zelensky di fatto non serve più. Dietro le quinte si parla di una sua rimozione per mano americana. Lo accenna l’ex premier ucraino Mykola Azarov, in carica per quattro anni fino al 2014. Secondo lui Washington avrebbe già dato il via libera per staccarlo dalla poltrona alla quale rimane attaccato grazie alla legge marziale, dopo che il mandato è scaduto il 20 maggio 2024. La sua posizione è un ostacolo alla firma di un trattato di pace, perché il suo successore potrebbe metterne in discussione la legittimità formale. Oggi gli USA stanno rimuovendo i suoi uomini di fiducia, ad esempio con arresti messi in atto dal NABU, l’Ufficio nazionale anticorruzione che è stato creato e istruito proprio con l’aiuto di Washington. Per Azarov, se Zelensky non lascerà volontariamente la presidenza, a un certo punto potrebbe sentirsi in pericolo nella stessa Kiev, così abbandonerà il posto cercando rifugio all’estero.
Retorica sgradevole e sgradita agli USA
Non solo le azioni ordinate da Zelensky, ma anche la sua retorica stanno innervosendo Washington oltre la giusta misura. Anzitutto il presidente ucraino si lamenta del “dialogo troppo morbido” che gli USA stanno intrattenendo col Cremlino. Secondo lui serve un “cambio di tono”, perché blandire Putin non aiuterà a fermare il conflitto. Zelensky ne è sicuro, affermando di conoscere la mentalità dei russi molto meglio del presidente americano e della sua amministrazione. Con queste dichiarazioni è parso voler rispondere al commento di Trump a proposito dei recenti attacchi reciproci: “sembrano due bambini che si accapigliano come dei matti”. Zelensky ha derubricato tale dichiarazione a mera opinione personale dell’inquilino della Casa Bianca, il quale se mai riuscirà a fermare Putin e a portarlo al tavolo delle trattative, dice, otterrebbe solo una mezza vittoria, perché i russi riprenderebbero l’aggressione in futuro o cambierebbero solo l’obiettivo.
Le armi vanno in Medio Oriente
Dopo sei mesi dal suo insediamento, l’amministrazione Trump si è limitata a spedire all’Ucraina i pacchetti di aiuti militari destinati dall’amministrazione Biden, ma non ne ha approvati di nuovi. Prima ancora di pensare a come rimanere in sella, Zelensky deve risolvere il grattacapo di come ottenere più armamenti in questa delicata fase in cui ne serve la maggior quantità possibile. La risposta russa all’operazione Ragnatela si sta infatti dispiegando sotto forma di attacchi aerei e di avanzata di terra in diversi punti del fronte. Proprio adesso, invece, Washington sta destinando armamenti non all’Ucraina, ma ai suoi alleati in Medio Oriente.
Ad esempio 20mila missili sui quali Kiev contava molto perché le erano stati promessi, per ammissione dello stesso Zelensky, sono stati invece deviati a favore delle truppe dispiegate in Medio Oriente. Stessa sorte per i sistemi anti-drone, come detto dal segretario americano alla Difesa Pete Hegseth. Come spiega quest’ultimo, oggi il panorama internazionale della difesa è cambiato e gli USA devono anzitutto protegger gli americani presenti in Medio Oriente e in altre parti del mondo. Ma senza l’aiuto degli Stati Uniti, si lamenta Zelensky, “subiremo molte più perdite”.
A Kiev sono preoccupati
L’attuale preferenza di Washington è ormai acclarata. A maggio hanno formalizzato un investimento da 600 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita, che comprende un affare sugli armamenti per 142 miliardi. Con queste cifre, la priorità dell’industria della difesa non può che andare ai sauditi, altro che Zelensky… E quest’ultimo ne è ben consapevole, così come sa che gli USA difficilmente molleranno Israele proprio adesso. Quindi chiede disperato che gli aiuti all’Ucraina non diminuiscano troppo, ora che le attenzioni occidentali vanno inevitabilmente allo scontro in atto fra Tel Aviv e Teheran. Nota come la volta precedente si era verificato appunto un rallentamento dell’assistenza a Kiev. E stavolta ci sono pure altre controindicazioni: l’attacco israeliano ha provocato indirettamente un aumento del prezzo del petrolio, che danneggia l’economia ucraina e aiuta quella della Russia.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

