USA, Starbucks denunciata per lo sfruttamento dei coltivatori brasiliani di caffè
La multinazionale di caffetterie americana Starbucks è di nuovo finita in tribunale per un caso di sfruttamento. Un gruppo di lavoranti brasiliani ha infatti intentato una class action presso la corte distrettuale di Washington denunciando condizioni di semi-schiavitù. C’è da dire che il Brasile è fondamentale per il business della compagnia statunitense, perché è il produttore numero di caffè al mondo.
La denuncia
L’organizzazione di legali della International Rights Advocates ha presentato la sua denuncia per conto di otto braccianti brasiliani della cooperativa Cooxupe. L’accusa a Starbucks è di violazione delle norme USA sul commercio. In particolare è il fatto di aver continuato, anche dopo l’intervento delle stesse autorità brasiliane, ad acquistare il caffè che arrivava dalle piantagioni di Cooxupe, dove i lavoranti venivano trattati in modo iniquo, da servi. Costretti nei campi dall’alba al tramonto senza regolare contratto, con le paghe trattenute per settimane e senza alcun rimborso spese per i macchinari e per gli altri servizi necessari all’effettuazione del raccolto.
Accuse pesanti
Il fondatore di International Rights Advocates Terry Collingsworth spiega come i clienti statunitensi paghino prezzi indecenti per bere del caffè che proviene dal lavoro illegale di persone tenute di fatto in schiavitù. E aggiunge: È il momento di ritenere Starbucks responsabile per i guadagni che ottiene dal traffico di esseri umani. Rincara la dose il sindacato dei dipendenti americani Starbucks Workers United, secondo cui questa è solo “la punta dell’iceberg” dello sfruttamento applicato dalla multinazionale e l’ennesimo caso in cui Starbucks dice una cosa e ne fa un’altra.
La risposta di Starbucks
La multinazionale definisce la denuncia come prive di fondamento e dice di comprare solamente da piantagioni che rispettano determinati livelli lavorativi e ambientali. Inoltre è già in funzione un programma esterno di verifica di tali standard. Però non è la prima volta che Starbucks deve difendersi da simili accuse. Ad esempio nel 2024 era stata la National Consumers League a intentare una causa. Secondo loro, la compagnia pubblicizzava in maniera non veritiera l’impegno all’acquisto di forniture che fossero “al 100% etiche”. Tuttavia, gli abusi dei diritti umani dei lavoratori erano “gravi e documentati”.
Profitti in lieve crescita
Dopo più di un anno di calo, il fatturato di Starbucks ha avuto un leggero miglioramento nel primo trimestre del 2025. I guadagni sono comunque al di sotto delle aspettative. Brian Niccol, dallo scorso settembre amministratore delegato della compagnia, spiega che gli sforzi finanziari fatti per riportare in alto le cifre sono stati piuttosto costosi, ma porteranno risultati, sebbene non nell’immediato. Uno degli elementi su cui puntano di più è il ritorno all’impiego di personale umano dopo essersi affidati per alcuni anni ai sistemi automatizzati, che hanno peggiorato alcuni aspetti del servizio. Inoltre affideranno maggiormente la produzione degli ingredienti e del merchandise ad aziende nazionali, invece di continuare a delocalizzare tutto quanto in Cina, oggi in questione a causa dei dazi.

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