Oltre il vertice E5: il vero nodo resta la governance europea della difesa
Il vertice E5 di Berlino del 24 giugno 2026, che ha riunito i leader di Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito alla vigilia del summit NATO di Ankara del 7-8 luglio 2026, rappresenta un ulteriore segnale della volontà europea di assumere un ruolo più incisivo nella sicurezza del continente (E5 Leaders’ Statement, 24 June 2026). In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina, dall’instabilità del Medio Oriente, dalle minacce ibride e dalle incertezze sull’evoluzione della politica estera americana, le principali potenze europee stanno intensificando il coordinamento in materia di difesa e sicurezza.
Il messaggio politico è evidente: l’Europa vuole rafforzare il proprio contributo all’interno della NATO e costruire un pilastro europeo più solido e credibile. La stessa dichiarazione E5 richiama l’obiettivo di una “stronger Europe in a stronger NATO”, cioè di una maggiore responsabilità europea dentro l’Alleanza Atlantica, non fuori da essa (dichiarazione E5). Tuttavia, dietro questo obiettivo si cela una questione ben più profonda, spesso trascurata nel dibattito pubblico: rafforzare le capacità militari europee è necessario, ma rischia di essere insufficiente se non accompagnato dalla costruzione di una vera governance europea della difesa.
Il punto centrale non riguarda soltanto quante risorse investire o quanti nuovi sistemi d’arma acquisire. La domanda decisiva è un’altra: chi decide la politica di difesa europea, con quali procedure e con quale legittimazione democratica?
Più capacità non significano necessariamente più autonomia
Negli ultimi anni il dibattito sulla sicurezza europea si è concentrato soprattutto sull’aumento della spesa militare. Il vertice NATO dell’Aia del 24-25 giugno 2025 ha segnato un passaggio importante, con l’impegno degli alleati a raggiungere entro il 2035 una soglia complessiva del 5% del PIL per investimenti legati alla difesa e alla sicurezza: almeno il 3,5% per esigenze di difesa “core” e fino all’1,5% per ambiti connessi, come infrastrutture critiche, resilienza, innovazione e preparazione civile (NATO, The Hague Summit Declaration). Questo dato mostra come la stessa Alleanza stia ampliando il concetto di sicurezza oltre il solo perimetro militare tradizionale.
Eppure la storia insegna che il potere militare non dipende esclusivamente dalle risorse disponibili. Esso richiede soprattutto istituzioni capaci di trasformare tali risorse in decisioni rapide, coordinate e coerenti. Senza una cornice politica condivisa, l’aumento della spesa può produrre duplicazioni industriali, competizione tra programmi nazionali e capacità poco interoperabili.
L’Unione europea ha costruito negli ultimi decenni una governance comune in molti ambiti strategici. La politica commerciale è ormai competenza esclusiva dell’Unione; la politica monetaria è affidata alla Banca centrale europea; persino durante la pandemia gli Stati membri sono riusciti a sviluppare strumenti comuni di indebitamento e coordinamento economico. La difesa rappresenta invece una delle ultime grandi politiche rimaste quasi interamente nelle mani dei governi nazionali.
Questa asimmetria rischia di diventare sempre più evidente: le capacità aumentano, ma il processo decisionale resta frammentato. L’Europa può investire di più, ma se continua a decidere in ordine sparso resta esposta a un paradosso: diventare più forte sul piano materiale senza diventare realmente più autonoma sul piano strategico.
La difesa europea come protezione, deterrenza e resilienza
Rafforzare la difesa europea non deve significare trasformare l’Europa in un attore aggressivo. L’Unione europea è nata come progetto di pace, integrazione economica e superamento dei conflitti nazionali. La sua forza storica è stata soprattutto diplomatica, normativa e istituzionale. Proprio per questo, una difesa europea più forte dovrebbe essere pensata prima di tutto come capacità di protezione, deterrenza e resilienza, più che come proiezione offensiva di potenza.
La deterrenza, in questo senso, non contraddice il progetto europeo di pace: ne è una condizione di sostenibilità in un contesto internazionale più instabile. Proteggere i cittadini, difendere le infrastrutture essenziali, garantire la continuità delle catene del valore e preservare la libertà politica degli Stati europei significa rendere credibile la capacità dell’Europa di resistere a pressioni esterne senza rinunciare alla propria identità istituzionale.
Una politica di difesa moderna non può quindi separare la dimensione militare da quella economica e tecnologica. La sicurezza europea comprende armamenti, munizioni, mobilità militare e capacità operative, ma anche ricerca e innovazione, cybersicurezza, infrastrutture critiche, energia, semiconduttori, spazio, intelligenza artificiale e resilienza industriale. La Commissione e l’Alto rappresentante hanno esplicitamente collegato la “readiness” europea al rafforzamento delle capacità industriali, tecnologiche e finanziarie dell’Unione nella White Paper for European Defence – Readiness 2030 (Commissione europea, Readiness 2030).
Sicurezza energetica, semiconduttori e catene del valore
L’autonomia energetica è una componente essenziale della sicurezza. Dipendere da fornitori instabili o ostili limita la libertà politica degli Stati europei e aumenta la vulnerabilità a forme di pressione economica. Non a caso, il piano REPowerEU è stato presentato dalla Commissione come risposta alla necessità di ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione energetica (Commissione europea, REPowerEU). Investire in energia pulita, efficienza, stoccaggio, reti e diversificazione degli approvvigionamenti non è quindi soltanto una politica climatica: è anche una politica di sicurezza.
Lo stesso vale per i semiconduttori e le tecnologie digitali. La dipendenza da catene di fornitura esterne nei chip, nel cloud, nell’intelligenza artificiale o nei componenti critici può diventare una vulnerabilità strategica. L’European Chips Act mira infatti a rafforzare l’ecosistema europeo dei semiconduttori, aumentare la resilienza delle supply chain e ridurre le dipendenze esterne, con l’obiettivo di raddoppiare la quota europea nel mercato globale dei semiconduttori fino al 20% (Commissione europea, European Chips Act). Questi investimenti non allontanano l’Europa dalla NATO: al contrario, la rendono un alleato più solido, meno vulnerabile e più capace di contribuire alla sicurezza collettiva.
La difesa comune europea dovrebbe quindi includere investimenti militari, ma anche ricerca, sviluppo tecnologico, sicurezza energetica, semiconduttori, infrastrutture critiche e capacità industriale. In un’economia interdipendente, la vulnerabilità può nascere tanto da una carenza di munizioni quanto da un’interruzione energetica, da un attacco cyber o da un collo di bottiglia industriale.
Il formato E5: uno strumento utile ma non una soluzione
Da questo punto di vista, il formato E5 presenta caratteristiche ambivalenti. Da un lato costituisce uno strumento utile di coordinamento politico tra le principali potenze militari europee. In un contesto internazionale caratterizzato da crisi improvvise, disporre di tavoli ristretti può consentire decisioni più rapide rispetto ai tradizionali meccanismi multilaterali.
Dall’altro lato, proprio la sua natura informale evidenzia il limite principale dell’attuale architettura europea. L’E5 non è previsto dai Trattati dell’Unione europea. Non dispone di competenze proprie, procedure decisionali codificate né forme dirette di responsabilità democratica. La sua autorevolezza deriva essenzialmente dal peso politico, militare e industriale dei Paesi partecipanti.
Questo apre una questione istituzionale non trascurabile. Se le principali decisioni strategiche europee vengono progressivamente elaborate all’interno di coalizioni informali, il rischio è costruire una governance parallela rispetto alle istituzioni europee. I Paesi non coinvolti potrebbero percepire un indebolimento del principio di uguaglianza tra Stati membri, con possibili ripercussioni sulla coesione politica dell’Unione.
Il problema, quindi, non è l’esistenza dell’E5 in sé. Il problema è che esso finisce per colmare informalmente un vuoto istituzionale che continua a rimanere irrisolto.
Il vero deficit europeo è la governance
Nel dibattito pubblico si parla spesso di “autonomia strategica”. In realtà, sarebbe forse più corretto parlare di “autonomia decisionale”. L’Europa possiede complessivamente risorse economiche, tecnologiche e industriali sufficienti per diventare uno dei principali attori strategici globali. Ciò che continua a mancare è un sistema politico capace di decidere come utilizzare tali risorse.
Una politica di difesa comune richiede infatti molto più della semplice somma degli eserciti nazionali. Richiede una definizione condivisa delle minacce, una pianificazione comune degli investimenti, procedure di approvvigionamento coordinate, una catena decisionale chiara e una legittimazione politica riconosciuta da tutti gli Stati membri.
Gli strumenti europei esistono, ma restano ancora parziali. Il Fondo europeo per la difesa dispone di una dotazione di circa 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, destinata a sostenere ricerca collaborativa e sviluppo congiunto di capacità (European Defence Fund). La PESCO fornisce invece un quadro nel quale 26 Stati membri partecipanti possono pianificare, sviluppare e investire congiuntamente in progetti di capacità condivise (Consiglio dell’UE, PESCO). Tuttavia, questi strumenti non eliminano da soli la frammentazione decisionale, industriale e operativa.
La frammentazione europea è infatti anche industriale e pratica: industrie della difesa che spesso lavorano separatamente, standard tecnici diversi, priorità nazionali differenti, procedure di procurement non sempre compatibili e catene di comando che restano nazionali. A ciò si aggiunge una dimensione meno visibile ma operativamente rilevante: la questione linguistica. Nelle operazioni militari, nel coordinamento logistico, nell’intelligence sharing e nella gestione delle crisi, la pluralità linguistica può rallentare i processi decisionali se non è compensata da dottrine comuni, standard operativi condivisi e interoperabilità reale.
In assenza di questi elementi, l’aumento della spesa rischia di produrre duplicazioni industriali, sovrapposizioni operative e una persistente dipendenza dalle iniziative nazionali. Il rischio è quello di costruire un’Europa militarmente più forte ma strategicamente ancora frammentata.
Il rapporto con la NATO
Questa riflessione non implica mettere in discussione il ruolo della NATO. Al contrario, un pilastro europeo realmente integrato rappresenterebbe un elemento di rafforzamento dell’Alleanza Atlantica. Da anni gli Stati Uniti chiedono agli alleati europei di assumere maggiori responsabilità nella sicurezza del continente. Tuttavia, un incremento della spesa nazionale non coincide automaticamente con una maggiore capacità europea di agire come interlocutore strategico unitario.
Per Washington risulta spesso più semplice dialogare con un soggetto politicamente coordinato che con una molteplicità di governi nazionali o con coalizioni variabili create di volta in volta. Da questo punto di vista, una governance europea della difesa non costituirebbe un’alternativa alla NATO, bensì un complemento istituzionale capace di rendere più efficace il contributo europeo all’Alleanza.
Il punto non è scegliere tra Europa e NATO. Il punto è costruire un’Europa più capace dentro la NATO, evitando che il rafforzamento del pilastro europeo resti limitato alla dimensione della spesa o della produzione militare. Senza una governance comune, l’Europa rischia di aumentare le proprie capacità senza riuscire a trasformarle in una strategia condivisa.
Berlino apre il dibattito, ma non lo risolve
Il vertice di Berlino rappresenta senza dubbio un passo importante nel rafforzamento del coordinamento politico europeo. Sarebbe tuttavia un errore interpretarlo come la soluzione definitiva al problema della difesa europea. L’E5 offre uno strumento di raccordo tra le principali potenze del continente, ma non sostituisce la necessità di costruire istituzioni comuni in grado di garantire decisioni condivise, trasparenza e legittimità democratica.
La vera sfida del prossimo decennio non sarà soltanto aumentare le capacità militari europee, ma colmare il divario tra integrazione militare, integrazione industriale e integrazione politica. In fondo, il problema dell’Europa non è soltanto la mancanza di mezzi. È la difficoltà di trasformare una pluralità di interessi nazionali in una strategia comune.
Finché questo nodo rimarrà irrisolto, ogni nuovo vertice – compreso quello di Berlino – rischierà di rappresentare un passo avanti sul piano operativo, ma soltanto un rinvio sul piano istituzionale. La costruzione di un autentico pilastro europeo della NATO non dipenderà quindi esclusivamente dal numero di soldati, dai nuovi investimenti o dalle capacità industriali. Dipenderà soprattutto dalla capacità dell’Europa di dotarsi, finalmente, di una governance della difesa all’altezza delle proprie ambizioni strategiche: una governance pensata non per rendere l’Europa più aggressiva, ma per renderla più protetta, più resiliente e più capace di difendere il proprio progetto di pace.

Luigi Capoani is an economist, researcher, and lecturer in International Economics at Ca’ Foscari University of Venice. He is the founder and president of the European Youth Think Tank (EYTT), an independent, non-profit platform that connects young European researchers and promotes interdisciplinary projects.
Federica Peschi is an analyst at the European Youth Think Tank (EYTT). Her interests focus on European security and defence, EU governance, and strategic autonomy.


