Trump non riesce a capire cosa sia per gli USA un confronto nucleare con la Russia
In un lungo articolo in prima persona, il caporedattore dell’Atlantic racconta i suoi timori per la pericolosità di Trump come soggetto finale delle decisioni di carattere nucleare. Jeffrey Goldberg, che ha portato questa rivista a cifre record di lettori e che in precedenza era stato collaboratore del Carnegie Endowment for International Peace, spiega come Trump sia incompetente e troppo volubile per gestire l’aspetto strategico e militare in un periodo turbolento come quello che viviamo oggi. Probabilmente siamo già dentro la Terza Guerra mondiale, scrive Goldberg, ma alla Casa Bianca non sono pronti ad affrontarla, tanto meno contro un avversario come la Federazione Russa.
La vicenda di Fidel Castro
Il 27 ottobre 1962, dodicesimo giorno della crisi dei missili di Cuba, l’agguerrito Fidel Castro chiedeva al suo protettore Nikita Khrushchev di annichilire l’America. Ritengo che l’aggressività degli imperialisti sia troppo pericolosa, e se costoro decidono per un passo così violento e illegale come l’invasione di Cuba, sarà proprio quel momento in cui diverrà necessario una volta per tutte finirla con questa minaccia, ricorrendo a quella protezione per quanto pesante e terribile possa essere una tale decisione, perché non può esservene un’altra, scrisse in un telegramma inviato a Mosca.
Oggi siamo in vita solo perché il capo del Cremlino rifiutò tale richiesta. Sì, proprio quel Khrushchev che portò il pianeta sull’orlo del disastro mettendo i missili a Cuba, sottovalutando la reazione americana a tale minaccia. Ma che insieme al suo avversario John F. Kennedy riuscì a trovare la via per un compromesso. Nel telegramma del 27 ottobre Lei ci propone di colpire per primi con armi nucleari il territorio del nemico, rispose. Capisce bene cosa causerebbe tutto ciò. Non sarebbe solo un attacco, ma l’inizio della guerra mondiale termonucleare. Caro compagno Castro, ritengo sbagliata la Sua proposta, anche se comprendo cosa l’ha provocata.
Un ripensamento
All’epoca della crisi dei missili, Castro aveva 36 anni. A fine estate 2010, quando lo incontrai all’Avana, ne aveva 84 e a Cuba era ancora una persona insostituibile. Passai una settimana con lui discutendo fra l’altro dell’era nucleare e delle sue diaboliche difficoltà. Castro continuava a sostenere i dogmi severi della rivoluzione comunista, ma al tempo stesso rifletteva sui suoi errori. Non mi dava pace quel suo telegramma del 27 ottobre, quindi gli chiesi: “A un certo momento Le sembrò logico richiedere all’URSS di colpire gli USA. Ritiene logica ancora oggi tale raccomandazione?” La sua risposta fu: “Dopo quello che ho visto e sapendo ciò che so adesso, non ne valeva la pena”.
Emotività primitiva per una tecnologia moderna
Il problema della saggezza è che arriva col tempo, se arriva. Noi non sappiamo tanto prendere decisioni limitate nel tempo e accuratamente soppesate su questioni di vita o di morte. Il sociobiologo Edward Osborne Wilson ha descritto il grande problema dell’umanità in questi termini: Abbiamo le emozioni di un uomo del Paleolitico, istituti sociali del Medioevo e tecnologie come dei. Il grande problema degli 80 anni passati dal momento del test Trinity è stato che non possediamo le capacità cognitive, spirituali ed emotive necessarie a gestire in modo efficace le armi nucleari senza il rischio di un fallimento catastrofico.
Sia Khrushchev che Castro durante la crisi dei missili fecero errori terribili di analisi e di interpretazione. Così come alcuni consiglieri di Kennedy, incluso il generale Curtis LeMay, comandante dell’aviazione militare, che affermò che il blocco marittimo di Cuba senza l’aggiunta un’immediato bombardamento degli impianti missilistici, “non era per nulla meglio del patto di Monaco”.
Protocolli nucleari
Oggi lo United States Strategic Command, che sovrintende le forze nucleari americane, si trova nella base aera di Offutt in un edificio intitolato a LeMay. È un’approvazione indiretta dell’establishment nucleare statunitense a quella tendenza all’azione che in parte si ritrova in quel LeMay “Dottor Stranamore”. La tendenza all’azione è una frase universale, ma per la prima volta la sentii anni fa nel contesto della guerra nucleare da Bruce Blair, esperto della questione della non-proliferazione nonché ex ufficiale missilistico della U.S. Air Force.
Ciò significa che il protocollo decisionale nucleare che i presidenti devono seguire implica che la Russia o altri nemici cerchino di distruggere i missili americani mentre si trovano ancora nei loro silos. Tradizionalmente, l’obiettivo degli strateghi nucleari era di lanciarli prima che potessero essere neutralizzati ovvero “lancio al segnale d’allarme”, nella lingua della pianificazione nucleare.
6 minuti per decidere
Molti di coloro che hanno occupato la poltrona presidenziale dal ‘45 ad oggi sono rimasti scioccati nel venire a conoscenza della cornice di tempo super compressa nella quale devono decidere se lanciare o meno i missili. Il problema non sta nei pieni poteri, perché i presidenti sono monarchi nucleari assoluti e possono fare con le armi americane quello che vogliono (vedasi l’articolo di Tom Nichols The President’s Weapon). Come disse George Bush junior, la difficoltà sta nel fatto che il presidente non ha tempo nemmeno per “scendere dal water” prima di prendere la decisione di lanciare, decisione che potrebbe basarsi così su informazioni incomplete, contraddittori o addirittura false. Si dice che Ronald Reagan quando entrò in carica fu sconvolto dal sapere di avere appena 6 minuti per decidere. Barack Obama riteneva folle attendersi da un presidente nel giro di pochi minuti una decisione del genere, la più importante di tutte.
Stiamo passando uno dei periodi più turbolenti dell’era atomica. I contorni della Terza Guerra mondiale sono già visibili nel conflitto russo-ucraino. Appoggiano la Russia Iran e Corea del Nord, mentre la contrasta l’Europa e in questo momento gli Stati Uniti. Pakistan e India, due potenze nucleari, si sono recentemente trovate sull’orlo di una guerra. L’Iran, che da decenni cerca la distruzione di Israele per mezzo del terrorismo e di altri mezzi, ha avuto i suoi impianti nucleari bombardati da Israele e dagli USA, un vero e proprio atto di forza contro la proliferazione. La Corea del Nord continua a ingrandire il suo arsenale nucleare, mentre Corea del Sud e Giappone, come descritto dettagliatamente da Ross Andersen, valutano la possibilità di rispondere creando una propria arma nucleare.
Inconsapevoli salvatori
Ci servirà fortuna per superare questo periodo. La sorte ci è stata favorevole in passato, non solo durante la crisi dei Caraibi. Negli ultimi 80 anni l’umanità è stata più volte salvata da persone che hanno dimostrato una capacità di giudizio fuori dal comune in condizioni di stress terribile. Per vari motivi mi tornano regolarmente alla memoria due di loro: Stanislav Petrov e John Kelly. Il primo, trovandosi sotto enorme pressione, reagì in modo scettico all’allarme di attacco e molto probabilmente salvò il mondo. Kelly invece fece qualcosa di diverso, ma non meno difficile, e cioè trattenne un presidente instabile da un’escalation e lo indirizzò sulla via delle trattative.
Nel settembre del 1983 l’ufficiale Petrov era di turno presso il centro di comando sovietico, quando il sistema di allarme comunicò che gli USA avevano lanciato cinque missili contro obiettivi nell’URSS. I rapporti fra le superpotenze all’epoca erano tesi. Appena tre settimane prima le forze aeree sovietiche avevano abbattuto un jet di linea sudcoreano. Violando i protocolli, Petrov dichiarò che si trattava di un falso allarme, sapendo che il sistema di individuazione era ancora nuovo e testato solo parzialmente.
Sapeva anche che la dottrina nucleare sovietica stabiliva che un attacco americano, se si fosse verificato, sarebbe stato altamente distruttivo, non certo fatto di cinque missili appena. Fece rapporto ai superiori dicendo di ritenere l’allarme un errore, evitando così lo scambio nucleare fra le due superpotenze. In seguito si seppe che un satellite sovietico aveva interpretato in modo non corretto l’interazione fra il nuvole e il sole sul Montana e il Dakota del Nord.
Fuoco e fiamme…
John F. Kelly, generale a quattro stelle in pensione dei Marines, fu capo di gabinetto della Casa Bianca per la prima parte del primo mandato di Trump ed è famoso per la fatica di Sisifo che fece per portare ordine nell’anarchia che regnava sul processo decisionale. Nei 17 mesi nei quali fu in carica, Kelly capì che Trump era particolarmente pericoloso nelle questioni di sicurezza nazionale e che non conosceva i problemi globali, ma che era autoritario per natura. Kelly dovette scontrarsi con tali caratteristiche nel 2017, quando il presidente offendeva regolarmente il leader nordcoreano Kim Jong-un, considerato già di suo inesperto e inaffidabile.
Dopo che la Corea del Nord minacciò i suoi nemici di “azioni fisiche”, Trump disse: Affronteranno fuoco e fiamme come il mondo non ha mai visto prima. Kelly avvertì Trump che una retorica del genere poteva costringere Kim, il quale cercava di dimostrarsi in patria come un grande comandante, a iniziare l’escalation attaccando la Corea del Sud. Trump però scrisse su Twitter che l’America era pronta a intervenire se i nordcoreani avessero agito in modo insensato e che sperava che Kim cambiasse strada. Quest’ultimo rispose con un lancio di missili in direzione del Giappone e disse che Trump era “impazzito”.
Una proposta inconsueta
Come riferisce il libro di Michael Schmidt “Inside the Struggle to Stop a President”, Kelly avrebbe detto a Trump che stava spingendo Kim a dimostrarsi uomo, ma mettendolo all’angolo, questi poteva reagire e colpire. Dunque meglio non metterlo all’angolo. Scrive Schmidt che il presidente americano non si rendeva conto che in qualunque momento avrebbe potuto portare la nazione non soltanto sull’orlo di una guerra qualsiasi, ma di una guerra nucleare che avrebbe potuto essere la peggiore della storia del mondo.
Kelly capì che i suoi avvertimenti non arrivavano a Trump, così provò a toccare la sua insicurezza e la sua esigenza di essere un eroe o almeno un grande uomo d’affari. Gli disse che nessun presidente, da quando la Corea del Nord era diventata una dittatura comunista, aveva mai cercato di creare un contatto o accordarsi col suo leader. E aggiunse: “Lei è un vero specialista di accordi, perché non ne fa uno con Kim?” La manovra diversiva di Kelly funzionò, perché a Trump piacque subito l’idea di raggiungere una storica conciliazione con la Nord Corea. Pur immaginando che un accordo del genere fosse improbabile, Kelly capì che inseguire un miraggio avrebbe fatto sì che Trump smettesse di minacciare la guerra atomica.
Le cattive qualità di Trump
Trump è un leader instabile in un mondo instabile, anche più che nel suo primo mandato. Nessun presidente hai mai effettuato una gestione ideale della sicurezza nazionale americana e dell’arsenale nucleare, ma per una crisi di carattere atomico Trump è il meno qualificato rispetto alla quasi totalità dei suoi predecessori (persino più pericoloso di Richard Nixon quando era verso il termine della presidenza, spesso ubriaco), perché reagisce in modo aspro a ciò che accade, è permaloso per le parole sgarbate e non è curioso di sapere di più. Sarebbe ingiusto affermare che una mattina possa svegliarsi e decidere di usare le armi nucleari, avendo in passato più volte espresso il suo disgusto verso questo tipo di armamenti e verso la guerra in generale, però potrebbe iniziare con troppa leggerezza una spirale di escalation, proprio a causa della sua incompetenza.
Dobbiamo ricordare delle cose fondamentali
La fine positiva della Guerra Fredda ha fatto credere a molti che la minaccia di un conflitto atomico fosse passata. Storicamente è stato duro costringere le persone a pensare all’impensabile. In un articolo proprio su questo giornale nel 1947 Albert Einstein spiegò che la società, una volta avvertita della natura terribile della guerra atomica, non fece nulla e praticamente cancellò tale avvertimento dalla propria coscienza. Il pericolo che è impossibile impedire allora è meglio dimenticarlo, così come il pericolo contro cui sono state prese tutte le misure di sicurezza possibile, scrisse lo scienziato. E noi ce lo dimentichiamo a nostro rischio e pericolo.
Dimentichiamo che dopo 80 anni da quella fatidica estate del 1945 Russia e USA hanno abbastanza armi nucleari per distruggere il mondo non una, ma tante volte. Dimentichiamo che la Cina sta diventando un avversario quasi pari agli USA e che la storia dell’era atomica è piena di esplosioni pericolose, di incidenti e stravolgimenti mostruosi della realtà. Infine ci dimentichiamo che la maggior parte delle persone non hanno immaginazione, indipendenza di spirito e perspicacia come Petrov e Kelly. Soprattutto dimentichiamo la regola formulata dal matematico e crittologo Martin Hellman: l’unico per sopravvivere a una roulette russa è smettere di giocare.

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