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Sui consigli dell’Europa e sul perché Zelensky difficilmente tornerà al tavolo delle trattative

Andrey Kortunov, direttore del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali (RSMD), analizza l’ultima visita a Kiev di Macron, Scholz e Draghi e cerca di capire se questi abbiano effettivamente dato dei “consigli” a Zelensky sulla ripresa dei negoziati con Mosca.

I capi europei recatisi a Kiev non erano disposti a esortare pubblicamente l’Ucraina a una rapida ripresa dei negoziati con la Russia. Il momento non era opportuno: la società ucraina è convinta che persino dei passi simbolici di buona volontà costituiscano un’immotivato abbandono delle posizioni. Ad avere qui un ruolo importante è anche la posizione degli americani, i quali sostengono il presidente Zelensky. Ma la situazione potrebbe cambiare a causa della stanchezza dei Paesi dell’Unione Europea nei confronti della guerra.

A prima vista non risulta sia stato tessuto nessun particolare intrigo durante la recente visita di gruppo effettuata a Kiev dal presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere federale tedesco Olaf Scholze dal primo ministro italiano Mario Draghi. Si tratta soltanto – letteralmente – di un pellegrinaggio nella capitale ucraina di politici, funzionari e dirigenti di tutte le organizzazioni internazionali. Per ogni ospite ciò rappresenta un passo politico grazie al quale non si può perdere: si può dimostratre solidarietà al popolo ucraino, mostrarsi come esempio di coraggio e confermare la propria immutabile fermezza nel contrastare in ogni modo Mosca. Anche per il presidente Zelensky e per il suo team l’accoglienza degli altolocati ospiti europei è indubbiamente un grosso beneficio a livello di public relations. Una visita di questo tipo permette di mantenere il tema dell’Ucraina al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, di promuovere attivamente le proprie richieste nei confronti dell’Unione Europea e di conservare un alto rating in politica interna. Bisogna riconoscere che la maglietta verde oliva di ordinanza di Zelensky non sfigurava affatto rispetto ai completi seriosi degli ospiti europei.

Naturalmente, nel corso degli incontri a Kiev sono state pronunciate tutte le parole di rito e tutte le promesse fatte in precedenza sono state confermate. Alla Russia saranno applicate nuove sanzioni (anche se difficilmente vi sarà l’embargo totale del gas, misura su cui insistono molto a Kiev), mentre l’Ucraina avrà ulteriori aiuti militari ed economici. La questione della domanda di concessione al Paese dello status ufficiale di candidato all’ingresso nella UE sarà accelerata al massimo (anche se persino dopo la raccomandazione data dalla Commissione europea, i Paesi che tifano per l’Ucraina dovranno convincere altri “testardi” Paesi membri). Proseguiranno gli sforzi per agevolare l’export senza ostacoli del grano ucraino, pur non essendo del tutto chiaro come potrà la UE garantire dei corridoi di sicurezza nel Mar Nero. Per l’ennesima volta sono state fissate le posizioni di principio dei leader europei nei confronti dello status del Donbass e della Crimea; il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina resta fuori discussione. 

Una minaccia per il consenso

Il problema è questo: dietro al contenuto dei colloqui, evidente ma in gran parte protocollare, c’era anche un secondo piano? Per diverse fonti occidentali tale secondo piano c’era sicuramente. È come se i tre bogatyrja (i tre eroi della antiche fiabe russe, riprese da un moderno cartone animato) fossero arrivati per spingere il principe di Kiev a riattivare il processo negoziale col cattivo drago Tugarin (che nella versione di oggi sarebbe rappresentato dal leader russo Vladimir Putin). E forse i bogatyrja hanno persino proposto di fare qualche concessione al drago per ottenere se non la pace, almeno una tregua temporanea. Naturalmente a Kiev questa versione dei fatti è stata negata immediatamente, ma i dubbi se in questa narrativa vi sia qualcosa di vero non sono stati fugati del tutto. Si notano almeno due basi per questo approccio da parte degli ospiti europei. In primo luogo, i leader di Francia, Germania e Italia non possono non essere preoccupati dalla dinamica degli eventi che si sta sviluppando sul campo di battaglia. Nelle ultime settimane, in Occidente molti parlano delle perdite crescenti delle Forze armate ucraine o dei successi militari dell’esercito russo, delle milizie delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk nel Donbass. In secondo luogo, materia di inquietudine potrebbero diventare anche i cambiamenti che si stanno delineando nell’umore generale dei maggiori Stati europei, dove si percepisce una stanchezza sempre più larga nei confronti del conflitto in Europa orientale, che non sembra voler cessare. Se queste tendenze porteranno a spaccature dentro le società europee, mantenere l’attuale consenso sulla questione ucraina a livello di élite sarà impossibile.

Aspettative troppo elevate

Ipotizziamo che tale secondo livello di trattative vi sia veramente stato. Sarebbe pronto Zelensky ad ascoltare quei consigli? D’altra parte, per lui qualunque deviazione dalle attuali richieste massimaliste verso Vladimir Putin sarebbe foriera di rischi politici personali aggiuntivi. In qualche misura, il leader ucraino è caduto vittima del proprio successo:vincendo per knockout la guerra dell’informazione con Mosca, ha generato nella società ucraina il convincimento che anche la vittoria nella guerra sul campo è molto vicina. In tali condizioni qualunque cessione, persino simbolica, verrebbe intesa dagli ucraini come una resa immotivata, se non addirittura come un tradimento voluto. Zelensky comunque ha un asso nella manica: l’immutato sostegno del presidente americano Joe Biden. Difficile trovare un personaggio del famoso cartone animato dei bogatyrja con cui paragonare questa figura, se non con l’astuto e falsoimperatore bizantino Vasilevs. Se i bogatyrja europei possono oscillare e cominciare a tendere verso un compromesso col drago Tugarin, Vasilevs almeno fino alle elezioni di midterm di novembre non ha motivo di cambiare la sua dura posizione sul conflitto russo-ucraino, anche perché gli avversari politici di Biden non aspettano altro che un pretesto per accusarlo di essere pronto a “cedere” l’Ucraina a Putin, così come meno di un anno fa aveva “dato” l’Afghanistan ai talebani (organizzazione che in Russia è illegale). E perché mai il principe di Kiev, in caso di possibile incomprensione o equivoco coi tre bogatyrja, non dovrebbe cercare aiuto e protezione presso l’Imperatore di oltreoceano?

E poi anche in futuro è in Europa che l’Ucraina dovrà esistere, non certo in America. Le risorse principali per la ricostruzione postbellica sono attese dall’Europa, non dagli Stati Uniti. E alla fin fine i tre bogatyrja che vivono nelle lande adiacenti devono essere più vicini al principe di Kiev che non al distante e un po’ estraniato Vasilevs. Inoltre, all’attuale padrone di Kiev o a uno dei suoi eredi toccherà in un modo o nell’altro appacificarsi persino con l’odiato drago Tugarin, perché è comunque impossibile smettere in maniera totale e definitiva di avere quest’ultimo come vicino.

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