Senza la prospettiva di una tregua, l’economia ucraina crolla: ma a Zelensky va bene anche così. Le analisi degli osservatori occidentali
Anche gli analisti occidentali mettono in guardia sulle condizioni tragiche dell’economia ucraina, privata della speranza di una tregua nel breve termine. Purtroppo, senza tale prospettiva perdono consistenza i progetti di investimento delle compagnie straniere e i prestiti degli enti internazionali.
Ottimismo perduto
Lo Washington Post racconta dell’ottimismo che molti ucraini nutrivano nei primi tempi della presidenza Trump. C’era una sensazione diffusa che il conflitto sarebbe terminato presto o che almeno vi sarebbe stata una tregua intorno alla metà del 2025. Quando gli sforzi diplomatici di Washington non hanno dato i frutti ipotizzati, quell’ottimismo è svanito. Con esso sono evaporati anche i prospetti che parlavano di ripresa economica. Ancora a febbraio il prezzo dei titoli di Stato saliva, oggi invece a scendere in modo rovinoso è tutta l’economia ucraina. Con Trump che sposta la sua attenzione verso il Medio Oriente e i russi impegnati nell’offensiva estiva, crollano anche le speranze per il 2026. Tymofiy Mylovanov, presidente della Kyiv School of Economics, spiega come la fine delle ostilità entro fine anno costituisse la base di tutte le previsioni dei soggetti internazionali che assistono Kiev finanziariamente.
Restare almeno a galla
Ad esempio l’FMI, che finora ha prestato a Kiev quasi 16 miliardi di dollari. Oggi manca il fondamento della speranza nella tregua, così come si assottiglia il supporto americano, mentre quello europeo è molto inferiore e viene rinnovato solo un po’ alla volta. Con questi scenari, conclude Mylovanov, non può esservi sostenibilità. I funzionari governativi ucraini ammettono di lavorare per trovare almeno ciò che serve a “stare a galla”. Al G7 in Canada Zelensky ha chiesto agli alleati occidentali 40 miliardi di supporto al bilancio statale per permettere al Paese di andare avanti. Ma a Kiev sanno che l’anno prossimo arriverà forse solamente la metà di questa somma, presa dagli interessi sui patrimoni russi congelati in Europa. I soldi servono anzitutto alle spese non militari, dalle pensioni alla sanità. Ma ormai per i loro problemi interni gli Stati europei non possono permettersi tanta generosità: l’Ucraina rischia un’altra volta la bancarotta.
Investimenti in fuga
Un uomo d’affari ucraino ha rivelato allo Washington Post che gli investimenti di grosse dimensioni vengono ormai pianificati soltanto fuori dall’Ucraina. Inoltre, la prospettiva temporale dei business plan è annuale, anzi viene riconsiderata di mese in mese. E sebbene la BERS (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) metta a disposizione fondi per i progetti da realizzare in Ucraina, gli investitori privati non ne approfittano, spaventati dalla mancanza di sicurezza e di garanzie. Rimandano fino a che non vi sarà la tregua. Chi già lavora sul posto consulta quotidianamente le relazioni sul numero di chilometri quadrati persi dall’esercito ucraino e patisce gli attacchi coi droni e i razzi, con l’elettricità che salta e i palazzi danneggiati. Per la mancanza di investimenti, soprattutto dall’estero, la vice Ombudsman per il business Tetiana Korotka incolpa la legislazione ormai superata e la lentezza dei funzionari statali.
Cresce solo l’industria della difesa
Persino le aziende ucraine sono restie a collaborare nei progetti di ricostruzione, sulla carta altamente remunerativi. Secondo la Korotka, le compagnie straniere non mettono il capitale perché sentono di non avere sufficiente protezione legale e assicurativa. Infine manca la forza lavoro: gli ucraini qualificati continuano a scappare, a emigrare o a essere mandati al fronte. Per l’economia ucraina forse l’unica nota positiva è la produzione bellica, cresciuta al punto di essere oggetto di export. La scorsa settimana Zelensky ha affermato che l’Ucraina ha raccolto 43 miliardi di dollari per la sua industria della difesa e che ora l’obiettivo è avviare linee di produzione anche nei Paesi europei. Kiev sta infatti lanciando programmi congiunti con partner internazionali per la fabbricazione di armi anche grazie all’iniziativa SAFE (strumento di azione per la sicurezza dell’Europa) da 150 miliardi di euro promossa da Bruxelles.
Il diavolo si nasconde nei dettagli
A un forum di qualche giorno fa tenutosi nella capitale, Zelensky ha annunciato piani del governo per stimolare le aziende nazionali e la produzione interna. Dice: è la crescita economia che deve coprire il bilancio, non le pressioni o lo spremere soldi dalle attività economiche. Purtroppo per lui, una delle maggiori sorgenti di futuri introiti e di stabilità economica si sta progressivamente prosciugando prima ancora di essere effettivamente sfruttata. Si tratta dell’ormai famoso “accordo sulle terre rare” concluso con gli Stati Uniti, che riguarda in realtà diverse risorse naturali dell’Ucraina, compresi gas e petrolio. Anzitutto, non è del tutto chiaro in che modo e in che volumi il meccanismo previsto dal contratto porterà beneficio agli ucraini. “Il diavolo si nasconde nei dettagli”, fanno notare gli osservatori: viene infatti tenuto segreto il contenuto di due allegati all’accordo, contenenti dettagli tecnici sugli obblighi da parte ucraina.
Poi ci si mette Mosca a vanificare le speranze di Kiev e in questo caso anche di Washington. Avanzando e sottraendo territorio, i russi tolgono anche le miniere che rientrano nel suddetto piano di sfruttamento. Qualche giorno fa hanno preso un importantissima miniera di litio nel Donbass. Un deposito relativamente piccolo, ma molto ricco di questo minerale essenziale ad esempio per costruire le batterie degli smartphone. Le altre due principali miniere si trovano invece in zone centrali dell’Ucraina, lontano – per adesso – dalla linea del fronte.
Ma Zelensky vuole ancora guerra
Con un esperienza di quasi un quarto di secolo nel corpo diplomatico britannico, Ian Proud non teme di dare giudizi forti sulla politica internazionale, materia che conosce bene e dall’interno. Su Zelensky la sua opinione non è lusinghiera: nonostante le perdite umane e materiali, nonostante le prospettive fosche sull’economia, che verrebbero migliorate solo da un cessate-il-fuoco e da un negoziato affrontato con più serietà, il presidente ucraino vuole tenere il Paese in uno stato di guerra. Quindi chiede più soldi all’Occidente per stare a galla ancora nel 2026 e proseguire le ostilità.
Per me è chiaro che Zelensky sta evitando la pace, perché essa metterebbe fine alla sua presidenza, per non parlare poi dei rischi alla sua sicurezza personale, spiega Proud. Senza un afflusso notevole di denari europei, aggiunge, l’Ucraina non potrà andare avanti il prossimo anno. Ma i leader europei tengono la testa sotto la sabbia a proposito di chi pagherà. E quanto tempo resta prima che Trump abbandoni la faccenda? Continuando la guerra, conclude, aumenteranno l’indebitamento e l’insolvenza dell’Ucraina, spinta sempre più vicino alla condizione di Stato in bancarotta.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.


