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Prove d’amore tra Siria e Hamas. Intanto piovono missili sui palestinesi, nessuno però si occupa del loro futuro

Tempus omnia medetur. Il tempo rimedia a tutto e dissolve antichi contrasti all’interno delle galassie musulmane del Medio Oriente. Ma il tempo da solo non basta. Serve anche un nemico comune. Come sempre risponde al nome di Israele. Dieci anni fa il vento caldo delle Primavere arabe arrivò a lambire la terra di Sham, la Siria. L’anima sunnita delle proteste popolari scende in piazza contro il patrono alawita, Bashar al-Assad. Damasco è stata sempre a fianco delle fazioni politiche palestinesi nella lunga lotta al sionismo, offrendo nel tempo supporto logistico e rifugio a quasi mezzo milione di esuli. Con lo scoppio della guerra civile in Siria, il legame tra il governo di Damasco a Hamas finisce in mille pezzi. Quell’organizzazione islamista di matrice sunnita, agganciata anche all’Iran degli Ayatollah, sin dagli anni ’90 – insieme alla Jihad islamica – iniziò a ricevere il sostegno del regime di Damasco. «La Siria offriva ai palestinesi formazione e appoggio politico a un livello di nessun altro paese arabo», rileva sul sito Invictapalestina.org Adnan Abu Amer, capo del Dipartimento di Scienze politiche e media della Umma University Open Education di Gaza. 

Lo strappo della “primavera araba” lascia il segno. A differenza degli altri gruppi nazionalisti, baathisti e di sinistra dell’élite politica palestinese che continuarono a sostenere Assad, Hamas, vicina alla Fratellanza musulmana, si rifiutò di accettare la dura reazione di Damasco contro la maggioranza sunnita del paese. L’ala fondamentalista di Gaza si unì ai rivoltosi sostenuti dagli Stati del Golfo rompendo i suoi rapporti con il regime, provocando così la reazione dell’Iran, l’alleato di ferro del rais che insieme agli Hezbollah libanesi hanno garantito lo scudo a Damasco contro Daesh e l’Esercito della conquista, la coalizione dei gruppi ribelli islamici. Fino al 2011, dunque, Assad era il leader più vicino alla causa dei palestinesi.

Ma la “primavera” cambia tutto: migliaia di palestinesi furono uccisi a causa dei combattimenti e degli assedi dell’esercito governativo ai campi profughi (il più tristemente noto è quello avvenuto il 26 dicembre 2012 nel campo di Yarmouk, nella capitale) e in molti furono rinchiusi nelle carceri del regime. Ora si volta nuovamente pagina. La spugna del tempo cancella tutto. L’escalation della violenza tra Israele e Palestina degli ultimi giorni, con raid contro Gaza e lanci di missili verso le città israeliane, ha risvegliato l’orgoglio siriano nel rivestire il ruolo di paladini della causa palestinese. L’embrione di una nuova alleanza con Hamas si intravede in un comunicato diffuso giovedì 13 maggio dall’agenzia di stampa filogovernativa siriana. Quel documento è l’endorsement dell’Assemblea del popolo di Damasco: è una ferma “condanna per le barbare pratiche razziste sioniste contro l’indifeso popolo arabo palestinese”, con la sottolineatura di un “appoggio ai palestinesi nella Gerusalemme occupata e in ogni luogo della terra di Palestina”. Infine, si dichiara che i siriani continueranno a sostenere i loro fratelli palestinesi, “poiché il loro nemico è uno, e il loro destino e la loro vittoria sono gli stessi”. Si scrive “palestinesi” ma si legge Hamas. Una trascrizione semplice sul piano della tattica militare. Infatti, ad alzare gli scudi il 5 maggio scorso contro le provocazioni israeliane a Gerusalemme, le crescenti incursioni dei coloni nel complesso della moschea di Al-Aqsa e la pressione sui palestinesi del quartiere di Sheikh Jarrah, è stato Mohammed al-Deif, comandante delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Il resto è la drammatica cronaca di questi giorni. Si può dunque sostenere che il governo siriano e Hamas siano nuovamente in sintonia. Pace fatta? Presto per dirlo, ma tutto lascia supporre che le fratture create dal conflitto interno siriano si siano risanate grazie al riacutizzarsi delle ostilità fra arabi ed ebrei.

Foto – Missili Israeliani su Gaza

In realtà, la faglia che separava Gaza e Damasco da tempo sembrava sul punto di chiudersi. Il 2 marzo dello scorso anno, come rileva il sito Al Monitor, il leader del movimento Ismail Haniyeh e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov si incontravano al Cremlino. Meeting anticipato da altri incontri fra rappresentanti di Teheran e membri di Hamas a Beirut, tenuti nella massima segretezza, ma alla fine svelati dal quotidiano arabo “Asharq al-Awsat”. Bisognava ricucire i rapporti con lo Stato dell’Ayatollah per garantire l’accordo sugli aiuti economici.

I bombardamenti sulla Striscia di Gaza hanno pure messo sulla stessa linea d’onda altri due acerrimi rivali nello scacchiere medio orientale, Erdogan e Assad. 

Sul ruolo di Hamas e il riaccendersi di un focolaio di guerra in Medio Oriente, ha le idee chiare l’ambasciatore americano Lincoln J. Bloomfield, ex funzionario della difesa e guru della politica estera statunitense. Bloomfield ha servito tre presidenti al Pentagono, la Casa Bianca ed il Dipartimento di Stato: «In un momento in cui aumenta la violenza, il compito più importante è calmare la situazione. Ci sono diversi problemi che alimentano lo scontro. Israele ha il diritto di difendersi e non vuole ricompensare Hamas non facendo alcuna concessione sulle questioni relative alla proprietà a Gerusalemme. L’organizzazione islamista sta cercando di sfruttare la situazione nella sua competizione per il primato con l’Autorità Palestinese – spiega il diplomatico – e sta usando i civili come “scudo umano” provocando più conflitti con Israele. L’Iran non ha alcun motivo legittimo per immischiarsi in questo problema e la sua fornitura di armi ad Hamas sta infiammando la crisi. Mentre molti osservatori esterni sono desiderosi di attribuire o negare la colpa a nome di una parte o dell’altra sulla la crisi innescata – prosegue Bloomfield – dobbiamo tenere presente che questo non è un dibattito che può essere vinto o perso. Tutte le parti affermano di perseguire la giustizia. Quando finalmente la situazione si sarà attenuata, dovrà essere prestata maggiore attenzione alla questione irrisolta di come i palestinesi debbano vivere in futuro, sia come stato pacifico al fianco di Israele, sia come cittadini di Israele, se non vi è una soluzione a due stati. Il mancato avanzamento di una risoluzione porterà solo ad una crescita delle azioni provocatorie che abbiamo visto questa settimana, rendendo più difficile la garanzia di un futuro sicuro per entrambe le parti».

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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