Nuova Zelanda, il governo boccia la decrescita green e punta sulle riserve di gas
Decisione storica del governo neozelandese, che inverte la rotta della transizione green imposta negli ultimi anni nel mondo occidentale. Nella legge di bilancio approvata in questi giorni ha infatti inserito un piano di investimenti per lo sfruttamento dei giacimenti marittimi di gas.
Il piano di attrazione degli investimenti
Il ministro delle Finanze Nicola Willis ha annunciato il progetto di utilizzare fondi statali per 200 milioni di dollari neozelandesi per attirare l’interesse delle compagnie oil&gas straniere. Lo scopo è aumentare i volumi di produzione degli idrocarburi che si trovano al largo delle coste del Paese. In questo momento ci sono sei giacimenti, tre marittimi e tre terrestri. Il loro gas viene usato per generare elettricità e per produrre fertilizzanti e altri elementi dell’industria petrolchimica. La nuova norma abolisce le limitazioni imposte dal precedente governo Ardern: si spera quindi di aprire nuovi pozzi e di intensificare lo sfruttamento delle riserve. Il governo di Christopher Luxon vorrebbe così risolvere non solo il problema delle bollette alle stelle, ma anche del deficit di gas che si registra oggi, il punto più basso dal 1983. Migliaia di abitazioni corrono il rischio di restare senza riscaldamento invernale e c’è il pericolo di blackout ovunque.
Zero emissioni, economia in crisi
Wellington abbandona così le ambizioni dell’ex premier Jacinta Ardern, che per raggiungere l’obiettivo delle cosiddette “zero emissioni” stava massacrando l’economia e il tenore di vita dei cittadini. Il ministro delle Risorse marittime Shane Jones ha definito “disastroso” il divieto di trivellazione imposto dalla Ardern. La sensazione dolorosa era quella di vivere con risorse limitate, spiega il ministro, e il governo non poteva restare immobile a vedere come l’industria manufatturiera della Nuova Zelanda si rimpicciolisse a causa della mancanza di energia. Aggiunge: Siamo concentrati sulla crescita dell’economia neozelandese, sulla creazione di posti di lavoro e sull’aumento della prosperità e della resilienza. Il gas naturale continuerà ad essere cruciale per avere energia garantita e accessibile ai cittadini almeno per i prossimi 20 anni.
Critiche ed elogi
Arrivano le critiche da parte dei Verdi, che con 15 seggi al Parlamento unicamerale sono la terza forza politica del Paese. Secondo la portavoce Chlöe Swarbrick, il governo ha fatto anche peggio che negare o rimandare l’azione climatica: ha consapevolmente scelto di gettare gas sul fuoco. Poi un ovvio riferimento ecologico: le nostre comunità devono affrontare un cambiamento climatico che capita “una volta ogni cento anni”, caricato da eventi atmosferici anno dopo anno. Infine una critica anche dal punto di vista strettamente finanziario: a quanto pare con la nuova legge la Nuova Zelanda potrebbe essere costretta a pagare miliardi per l’inadempienza degli obblighi derivanti dall’Accordo di Parigi del 2015.
Di parere completamente diverso Sean Rush, consulente legale del settore energetico: Finalmente il governo della Nuova Zelanda tira su la schiena e riconosce che il cambiamento climatico non costituisce una minaccia esistenziale, come invece lo è un’economia senza i combustibili fossili. John Carnegie della compagnia Energy Resources Aotearoa elogia la nuova legge per i suoi effetti positivi che avrà sull’industria e sull’economia: Il gas sottende a ogni cosa, dalla produzione di elettricità alla lavorazione dei cibi, e le riserve in diminuzione stanno già premendo su tutti, dai principali esportatori alle piccole fabbriche nazionali. Speriamo che questa mossa aiuti a fermare il declino.
Rinnovabili in crescita, ma non bastano
Checché ne dicano i Verdi, infatti, le energie rinnovabili non bastano al Paese. Quella idroelettrica è una fonte tradizionale neozelandese, che può arrivare a fornire il 57% del fabbisogno nazionale. L’eolico è al 6% e può salire al 34% nei prossimi dieci anni, mentre il fotovoltaico dà appena l’1% dell’elettricità, con la prospettiva di aumentare al 6% entro il 2035. Il problema di tutte queste fonti rimane sempre la mancanza di stabilità e di forniture costanti. Anche l’energia geotermica ha una piccola porzione che potrebbe allargarsi nei prossimi anni, ma non in modo significativo.
Ciò su cui alcuni esperti dicono sarebbe opportuno focalizzarsi è la trasmissione di elettricità. Anzitutto, i cavi principali andranno sostituiti e potenziati, e si tratta di una spesa enorme. Poi bisognerà fare in modo di produrre sempre di più sul posto per evitare le perdite insite nella trasmissione e nella distribuzione, con annessa crescita dei costi. Per abbattere le spese e migliorare il servizio, dunque, meglio avere la sorgente di elettricità il più vicina possibile. Ad esempio, le fabbriche con i tetti larghi dovrebbero installare pannelli solari.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.

