La UE vuole darsi un’altra martellata sui piedi negando l’acciaio russo alle industrie europee
Dal Parlamento di Strasburgo arriva la proposta di vietare definitivamente l’importazione di acciaio russo. Con l’intenzione nobilissima di lasciare senza introiti la macchina da guerra del Cremlino, gli accaniti antirussi finiranno per soffocare l’industria pesante dei Paesi membri della UE, che rimarrebbero con poche alternative di acquisto delle materie prime.
L’import era aumentato
Nonostante tutti gli ostacoli che si presentano sul percorso – dalle sanzioni varie alle restrizioni bancarie – lo scorso anno la UE ha incamerato ancora più acciaio russo di prima. Da gennaio a ottobre del 2025 il totale degli acquisti ammontava a un valore di 1,72 miliardi di euro, secondo i dati Eurostat. A Bruxelles ovviamente questa situazione non piace. La Commissione intende soffocare una fonte importante di reddito per la Federazione Russa. Così, entro l’estate dovrebbe entrare in vigore un dazio del 50% sulle importazioni di acciaio da Mosca, ma per alcuni europarlamentari ciò non basta. Bisogna bloccare del tutto l’afflusso di acciaio e il conseguente esborso di denaro, ma a questo scopo le sanzioni non bastano.
Infatti un giorno qualcuno potrebbe proporre di allentarle o di toglierle a seguito di cambiamenti del panorama geopolitico, come ad esempio un accordo di pace in Ucraina. E soprattutto perché ottenere ogni volta il consenso unanime dei 27 membri è una fatica diplomatica che Bruxelles è stanca di praticare. Un blocco totale sarebbe invece una “soluzione” radicale che varrebbe nel lungo periodo e resisterebbe a coloro che vogliono ristabilire la piena cooperazione economica e sociale con la Russia.
L’idea di un’eurodeputata svedese
La proposta di bando totale è stata elaborata dall’eurodeputata svedese Karin Karlsbro, del gruppo centrista di Renew Europe. Ha cercato alleati al Parlamento di Strasburgo per avanzarla dicendo che è è un’opportunità per prendere due piccioni con una fava, nella speranza che le tre principali istituzioni UE possano iniziare le trattative per mandarla in porto prima dell’anniversario dell’inizio dell’operazione militare speciale. In questo modo vi sarebbero quattro mesi scarsi per raggiungere il consenso prima della scadenza delle salvaguardie sull’acciaio per la protezione del mercato interno.
La Karlsbro ha le obiezioni pronte per coloro che faranno presente una serie di ovvi e seri problemi che conseguirebbero allo stop definitivo dell’acciaio russo. Dice che quelle stesse lamentele si erano sentite pure per il divieto di importazione dei combustibili fossili siberiani e che nonostante tutte le difficoltà politiche e pratiche la norma è passata. Insomma, pazienza se sono impennati i costi del riscaldamento e della produzione industriale – e quindi il costo della vita – in tanti Paesi: l’importante era costringere gli europei a rinunciare all’energia che arriva dalla Russia. Per l’eurodeputata dei Liberali svedesi si farà la stessa cosa con l’acciaio e si è già messa al lavoro per convincere un numero sufficiente di governi a sostenere la sua proposta. Riferisce che alcuni sono aperti all’idea, altri invece no, quindi sa che la attendono “lunghe nottate” di trattative, alle quali si dice preparata.
Obiezioni anche dopo
Ma anche una volta che il bando all’acciaio russo venisse formalizzato, qualcuno potrebbe sollevare delle contestazioni di carattere legale, o anche politico, proprio come accaduto col gas. Ad esempio i governi meno ostili alla cooperazione con Mosca potrebbero eccepire che l’Europarlamento non possa ingerirsi in questioni di sicurezza economica e nazionale. Potrebbero quindi sfoderare il diritto di veto. Al momento i semilavorati in acciaio sono esenti da sanzioni grazie all’opposizione dell’Italia, del Belgio e della Repubblica Ceca, le quali hanno detto di non avere alternative di approvvigionamento. E da parte sua la grossa compagnia siderurgica russa NLMK detiene impianti proprio in Italia, in Belgio e pure in Danimarca. Al giornale Politico, un diplomatico ha dichiarato (a condizione di anonimità) che a ciò che rimane di russo in Europa nell’ambito dell’acciaio non esiste “un’alternativa realistica”.
Il vero obiettivo è un altro?
Comunque, pare che l’obiettivo vero di questa mossa sia al di là dell’ennesimo tentativo di colpire l’economia russa. Dovrebbe invece essere la difesa della siderurgia europea contro la sovrapproduzione asiatica e mondiale e contro dazi americani sul metallo. Finora le sanzioni anti-Cremlino si sono riflettute negativamente sulle economie e sulle società dei Paesi europei. Anche stavolta dicono che sarà per il nostro bene. Vedremo. Molto dipenderà dal rinnovo a giugno delle già menzionate salvaguardie.
Ci rimette pure la Svizzera
Anche la Svizzera è una delle “vittime” del protezionismo della UE. Oggi Berna sta giocando tutte le sue carte diplomatiche per ottenere un’esenzione dalle prossime salvaguardie da giugno in avanti. Il Comitato al commercio internazionale dell’Europarlamento ha già formalmente rigettato la richiesta svizzera, ma i rappresentanti della Confederazione Elvetica hanno chiesto un incontro chiarificatore con i funzionari UE. Il loro argomento è la necessità di mantenere stabili le catene regionali di forniture che sono indispensabili all’industria europea. L’atteggiamento di Bruxelles è invece molto rigido verso la Svizzera, in netto contrasto con quanto mostra ad altri partner commerciali come ad esempio l’India, alla quale la UE è disposta a concedere una “posizione privilegiata” nell’accesso al mercato europeo dell’acciaio.
Gli ucraini vietano l’export verso l’Europa
L’Ucraina da parte sua ha fatto una mossa improvvisa, che gli alleati europei forse non si aspettavano. Ha infatti proibito di fatto dal 1º gennaio l’esportazione di rottami ferrosi verso l’Unione Europea. Kiev spiega la decisione con la necessità di tenere alta nel mercato interno la quantità dei materiali utili all’industria della difesa e alla ricostruzione post-bellica. Tuttavia sono giunte subito le proteste di Varsavia. Il governo polacco lamenta l’inevitabile salita dei costi per la sua industria dell’acciaio, con conseguente diminuzione della competitività e pure del bisogno di manodopera (in altre parole vi sarà disoccupazione). Di riflesso, ad acquisire competitività sono i produttori ucraini rispetto ai vicini polacchi, racconta con preoccupazione il presidente dell’associazione di categoria Mirosław Motyka, che spiega come questi ultimi dovranno sostituire i volumi ormai non più disponibili comprandoli da altri fornitori, con ricadute negative anzitutto sui costi.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor
