Referendum in Islanda: vince il no all’Unione Europea
Al referendum del 29 agosto sull’adesione alla UE ha vinto con un certo margine il “no”. I negoziati per la procedura di accesso rimangono quindi congelati.
I numeri del referendum
Reykjavik presentò la sua candidatura a membro UE nel 2009, dopo che la crisi finanziaria dell’anno precedente aveva fatto saltare il sistema bancario del Paese. Nel 2013 le trattative sull’adesione furono messe in pausa dal governo dell’epoca. L’attuale esecutivo filo-UE, guidato dal partito Alleanza Socialdemocratica, aveva promesso di indire un referendum in proposito, promettendo che in caso di esito negativo avrebbe rimandato la questione alla legislazione successiva. E così è stato, perché col 52,8% dei voti hanno vinto gli euroscettici. Il sì ha prevalso solamente nella capitale, mentre negli altri distretti elettorali il no ha raccolto risultati fino a quasi il 63%.
Il voto è ancor più significativo per via dell’affluenza, l’82,5%, una delle più alte nella storia dell’isola. Va anche sottolineata la suddivisione delle preferenze per età. Contrariamente alla narrazione mainstream, i giovani hanno preferito restare fuori dall’Unione Europea: l’ultimo sondaggio prima del voto indicava infatti come appena il 40% dei cittadini fra i 18 e i 29 anni fosse favorevole all’adesione.
I rapporti con la UE per ora non cambiano
Il referendum tuttavia non ha un valore vincolante. Così come il no non esclude automaticamente l’eventuale futura membership islandese, il sì non avrebbe implicato l’approvazione finale sull’adesione. La premier Kristrún Frostadóttir aveva infatti dichiarato che in caso di vittoria del no, il governo avrebbe rimesso al Parlamento la decisione sul ritiro definitivo della richiesta di candidatura. Ha inoltre affermato che la campagna referendaria ha alzato a un livello più alto il dibattito pubblico sul posto che l’Islanda deve avere nel mondo e sul suo status generale quanto a situazione geopolitica.
L’ex presidente islandese Ólafur Ragnar Grímsson, euroscettico, ha evidenziato sui social che “la nazione si è espressa”. Comunque non muta nella sostanza la relazione fra Reykjavik e Bruxelles, perché l’Islanda continua ad essere parte dell’area Schengen, dello Spazio Economico Europeo (SEE), del programma di studi Erasmus e di altri progetti comunitari. Per accedere ad essi, finora il suo Parlamento ha già approvato qualcosa come 9mila norme della legislazione comunitaria.
I temi della campagna referendaria
I temi principali del confronto sono stati il controllo sulla gestione dell’agricoltura, il modello economico nazionale, la sovranità del Paese e soprattutto i diritti di pesca. L’industria ittica rappresenta infatti l’8% del PIL e il 40% delle esportazioni, dunque gioca un ruolo fondamentale. Gli elettori erano spaventati dalla prospettiva di entrare nella cornice UE della Politica Comune della Pesca, nella quale avrebbero dovuto negoziare i limiti del lavoro e dei risultati dei loro pescatori. I sostenitori del no dicono che già oggi tramite la SEE l’Islanda gode dei benefici del mercato comune, senza bisogno di cedere sovranità a Bruxelles. Il governo filo-europeo, invece, ha presentato il referendum come un “adesso o mai più”, asserendo che l’accesso alla UE avrebbe consentito di tenere bassi l’inflazione o i tassi di interesse, oltre ad avere maggiore sicurezza rispetto alle guerre e in particolare alle pretese di Washington sull’Artico.
Delusione e inquietudine a Bruxelles
La vittoria del no ha deluso Bruxelles, che sperava nella possibilità di estendere l’Unione verso nord. In questi mesi si parla tanto di allargamento a nuovi membri. L’ingresso dell’Islanda avrebbe significato una presenza strategica della UE nell’Artico, oggi conteso da russi e americani, oltre al fatto di includere uno Stato “ricco”. Al momento, infatti, sono in lista d’attesa i due Paesi più poveri d’Europa (Ucraina e Moldavia) e i Paesi balcanici, che hanno un tenore di vita ancora basso e una tradizione democratica troppo giovane e instabile.

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